LUIGI BARZINI.
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LA MET DEL MONDO VISTA DA UN'AUTOMOBILE.
DA PECHINO A PARIGI IN SESSANTA GIORNI.
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Parte 2.
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1908. Ulrico Hoepli Editore e Libraio della Real Casa, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 8. LA CITTA DEL DESERTO.
CAPITOLO 9. URGA.
CAPITOLO 10. SULLA VIA DI KIAKHTA.
CAPITOLO 11. TRANSBAIKALIA.
CAPITOLO 12. SULLE RIVE DEL BAIKAL.
CAPITOLO 13. UN PONTE CHE CROLLA.
CAPITOLO 14. NEL GOVERNATORATO D'IRKUTSK.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 8. LA CITTA DEL DESERTO.
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La montagna lontana. Un panorama di devastazione. La citt del deserto. Un'automobile misteriosa. Inseguendo le antilopi. Urga.
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Udde era la nostra seconda base di rifornimento, e vi trovammo la benzina, l'olio, e il grasso, spediti da Pechino per carovana, tutto un amasso di pacchi e di bidoni che occupava un angolo del cortile. Un po' di benzina s'era perduta per la strada attraverso le fessure dei bidoni avariati; con tutto ci ne avemmo abbastanza da riempire i serbatoi della macchina, e ne lasciammo anche qualche recipiente pieno, pregando i telegrafisti di consegnarlo ai nostri colleghi nel caso che essi ne avessero avuto bisogno.
Poco prima dell'alba del 20 Giugno, un mongolo che veniva dal pozzo di Udde - lontano pi di un li dalla stazione telegrafica - port delle notizie. Al pozzo aveva trovato dei carovanieri, arrivati allora dal sud dopo una lunga marcia notturna; essi gli avevano riferito che i carri stranieri s'eran accampati alla sera precedente a 180 li da Udde (circa 104 chilometri). La distanza ci pareva esagerata; la carovana non poteva aver percorso nella notte pi di 100 o 110 li, e le automobili dovevano trovarsi ad un sessanta chilometri da noi. Il Principe decise di aspettarle due giorni ad Urga, la capitale della Mongolia ove contavamo giungere l'indomani, come le avevamo aspettate a Kalgan.
Brillavano ancora delle stelle verso l'occidente quando partimmo per Tuerin - la prossima stazione telegrafica lontana pi di 300 chilometri - dopo aver sorbito un buon th bollente, e dopo di aver salutato e ringraziato i nostri telegrafisti.
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La mattina era fredda, e ci eravamo imbacuccati nelle pellicce, appena sufficienti a proteggerci. Ma tre ore dopo gi le avevamo abbandonate sulle spalliere dei sedili. E alle 9 cominciavamo di nuovo a soffrire le torture del caldo.
Avremmo giurato che il caldo aumentasse di giorno in giorno; ma in realt lo sentivamo di pi per la eccessiva sensibilit della nostra pelle malata. Inoltrandosi il giorno, nemmeno la ventilazione prodotta dalla velocit ci recava pi sollievo. Provavamo a volte l'impressione di essere investiti da un rovente alitare di fornace, l'effetto di avvicinarci troppo a qualche incendio invisibile. La sete ci riprese, continua, torturante; l'estrema siccit dell'aria c'inaridiva la gola, e ci pareva di sentirci prosciugare tutti. L'incontro d'un pozzo era una festa.
Ricordo come una delle cose pi deliziose l'atto di mettere le labbra sull'orlo d'un secchio colmo d'acqua fresca. Erano delle bevute a gran sorsi, lunghe, avide, con i piedi nel fango del pozzo, la faccia rovesciata, immersa quasi nell'acqua che colava fuori, che ci scorreva nel collo, che si riversava sui vestiti tanta era la nostra premura di bere presto, di bere tanto, di godere quella dolce frescura che entrava in noi a ondate.
Quando l'arsura ricominciava, subivamo talvolta l'ossessione di un desiderio irrealizzabile che non ci voleva abbandonare: assorbivamo con la fantasia delle bevande immaginarie. Ettore pensava per solito ad un gran bicchiere di birra gelata, torbida per la spuma ma che chiariva dal fondo a poco a poco, e che frizzava in gola, mentre l'esterna rugiada del bicchiere gocciolava fra le dita. Ogni tanto mi offriva il suo bicchiere di birra; ed io lo contraccambiavo generosamente con delle granite di caff. Non so la ragione per cui la granita di caff divenisse il mio preferito rinfresco spirituale nel deserto. Cosa strana: ci proponevamo seriamente di fare al ritorno delle vere indigestioni delle nostre bibite, di godercele in realt, come se quella sete dovesse perseguitarci fino in casa nostra; e provavamo dei grandi rimpianti per tutte le birre e tutte le granite che avevamo sorbito in passato senza apprezzarne l'immenso valore, senza sentire la felicit che ne veniva.
Con Udde le roccie erano scomparse. Per lunghe ore il viaggio si svolse per una serie infinita di valli chiuse da basse collinette renose e rossastre. Sulle colline trovavamo qualche breve passaggio sassoso, qualche sabbione pesante che affaticava il motore, ma in generale il terreno non poteva essere pi adatto all'automobilismo. La macchina era spesso lanciata alle velocit massime su pianure vergini; ci discostavamo da ogni traccia di sentiero, lasciavamo le orme dei cammelli, e stendevamo il segno delle nostre ruote sopra una terra che non fu mai calpestata.
Per la prima volta un'automobile correva con tutta la sua forza fuori delle tiranniche limitazioni della strada, padrona di volgere il suo impeto secondo il suo capriccio, come un cavallo libero. Noi godevamo per quelle lunghe corse veloci che ci aiutavano a fuggire. Sentivamo sempre pi penetrante la sottile angoscia della solitudine e del silenzio. Su centinaia di chilometri eravamo i soli esseri viventi, e provavamo talvolta un vago, segreto, intimo ed inascoltato senso di orrore per quell'isolamento; era l'intuizione d'una vasta ostilit intorno a noi, di una inimicizia feroce della terra stessa. Noi diamo sempre alla terra una grandiosa personalit, la chiamiamo spesso madre terra, la troviamo ora sorridente ed ora severa, le riconosciamo espressioni ed affetti; essa ha fisionomie che evocano sentimenti; vi  qualche cosa che somiglia ad un'anima, ad una grande anima, in lei; lo sentiamo istintivamente; quando siamo soli per una campagna, abbiamo la sensazione di gioie e di melanconie che vengono soltanto da ci che vediamo, che sono l'emanazione imperscrutabile d'una vita misteriosa che ci circonda. Laggi da questo mistero si sprigionava dell'avversione. Si direbbe che il deserto ami i suoi silenzi e li difenda. Esso  un immenso cimitero che non vuol essere profanato.
Avremmo desiderato almeno di vedere un albero. Un albero qualche volta  un compagno, un amico gigantesco che offre ospitalit e riposo all'ombra delle sue braccia aperte. Ma da Kalgan non vedevamo pi alberi. Veramente, il giorno prima, non lontano da Udde, credemmo di averli trovati: sul bordo d'un torrentello disseccato e sassoso scorgemmo sette alberi in fila. Sette miracoli. Li avvicinammo e ci accorgemmo che erano arbusti pi bassi di noi simili alla tamerigia: la nudit del suolo ci aveva ingannati sulle loro proporzioni. Tuttavia li guardammo come una grande rarit, compiacendoci della loro esistenza e della loro forma.
Saranno state le dieci quando sono ricomparse delle praterie.
L'erba ha cominciato timidamente ad inverdire il fondo delle vallette, poi s' distesa sulle colline, s' fatta pi unita e pi folta. Nel verde un cinguetto d'uccelli, dapprima incerto, raro, lontano, poi pi alto, continuo e giocondo. Erano migliaia di allodole di deserto, di strane pernici dal petto bianco, di aironi dal ciuffo. Intorno all'automobile si sollevavano a nuvoli di questi lieti abitatori dell'aria; ne eravamo in certi momenti circondati. L'acqua doveva esser vicina; infatti passammo poco dopo intorno a piccoli stagni melmosi, coperti di canniccio giallo, e le cui rive erano gremite di uccelli acquatici, di fenicotteri bianchi, immobili sulle lunghe zampe scarlatte, di anitre dalla testa nera, di oche. Qualche antilope, di tanto in tanto, sorpresa dal nostro arrivo sollevava il muso sottile dall'erba, e balzava via come saetta.
La velocit dell'automobile ci procurava cambiamenti di paesaggio che le carovane ignorano. Da un'ora all'altra noi eravamo passati dalle sabbie ai prati; il passo pigro del cammello ci avrebbe impiegato un giorno, cio un tempo sufficiente per non accorgersene.
Traversammo di volata una pianura eguale e perfetta: fu una corsa ininterrotta di sessanta chilometri, che speravamo non dovesse finire che alla nuova tappa. Ma fin la corsa, fin la pianura, finirono i prati, tacque il canto delle allodole, e c'inoltrammo cautamente in una regione sassosa, triste, nuda, abbandonata. Eravamo di nuovo riafferrati dal deserto. Ci fermammo ad un pozzo, in mezzo all'accampamento d'una carovana cinese. I carovanieri usciti dalle loro tende azzurre, seminudi, si avvicinarono.
- Quanto  lontano Tuerin? - chiedemmo.
Indicarono il nord con un gesto espressivo che voleva dire: Molto, molto lontano!
- Quanti li?
Non lo sapevano. Uno di loro disse:
- Due giorni.
Un altro ci parl lungamente di Tuerin, d'una montagna, ci indic un punto ove la strada saliva un piccolo valico; e riuscimmo a comprendere che Tuerin doveva trovarsi ai piedi d'una montagna, e che la montagna poteva scorgersi da quel punto della strada.
Non ci eravamo ingannati. Infatti, spinta la macchina sull'altura, vedemmo all'orizzonte il profilo d'una enorme roccia, una Gibilterra del deserto. Doveva essere lontana non meno di settanta chilometri, e la potevamo scorgere soltanto in virt dell'estrema trasparenza dell'atmosfera. Era pallida, azzurra, e, come avviene in mare quando si avvista una terra, la perdevamo, ci svaniva a momenti sotto lo sguardo, il suo contorno scompariva, e la visione si dissolveva nella luminosa serenit. Dovevamo allora pazientemente ripercorrere con l'occhio la linea dell'orizzonte per ritrovarvi l'apparizione tremula e lieve.
La strada scendeva, e la montagna di Tuerin tramont come un astro. Incominci un'altra serie senza fine di valli e di alture, riarse e sterili. Ad ogni collinetta ci aspettavamo di rivedere la Gibilterra pi vicina. Ma non vedemmo pi nulla. Passavano le ore e parevano eterne. Ci sentivamo stanchi, affranti, quasi che la nostra forza entrasse per qualche cosa nel poderoso lavoro del motore. In verit, lo spingevamo talmente col desiderio assiduo, lo accompagnavamo cos intensamente con la volont, che ne provavamo un vero spossamento fisico. La strada non era sempre facile, e noi seguivamo ogni moto della macchina con una vigilanza che tendeva tutti i nostri nervi.
La gran roccia non ricompariva. Ci ripetevamo sempre con rinnovata fiducia. "Da lass la vedremo, fra pochi minuti". Niente. Ogni disillusione pareva ci ricacciasse indietro centinaia di chilometri. Dopo quattro ore finimmo col non credere pi.
- Era un effetto dei pali telegrafici, quella montagna! - esclamavo, e mostravo le forme strane e nebulose che lo scorcio della lunga linea di pali metteva sull'orizzonte.
- Se fosse stata una montagna non sarebbe sparita! -osservava Ettore giudiziosamente.
- Eppure non poteva essere che una montagna - concludeva Borghese che io trattavo fra me di ostinato.
Ci persuademmo d'essere ancora molto lontani dalla mta, e cademmo in una melanconica rassegnazione.
Quel giorno era toccato a me il posto del montatoio. Quell'angolo offriva delle emozioni nuove e non sempre piacevoli. Costringeva a stare contorti, seduti di fianco, con i piedi a sinistra, sul predellino, fuori dell'automobile, e con la testa voltata a destra; una posizione da najade in una fontana, alquanto incomoda per un lungo viaggio. La faccia all'altezza del cofano del motore riceveva tutte le calde emanazioni della macchina. A questo si aggiungeva una certa instabilit d'equilibrio nelle voltate e durante i forti sobbalzi dell'automobile, e bisognava attaccarsi a qualche sporgenza per non lasciarsi prendere all'imprevista dagli effetti della forza centrifuga. Tutto ci  insignificante in una passeggiata, e forse anche divertente.  grave in un tragitto di molte ore, quando la stanchezza e la noia appesantiscono a poco a poco i muscoli e il cervello, quando l'immobilit forzata, il silenzio, la monotonia della strada, il caldo, la lunga veglia, finiscono col produrre un rilasciamento di ogni facolt, un intorpidimento che non  sonno ma una dimenticanza di se stessi, dei luoghi, del momento, un abbandono e un'incoscienza inelluttabili. Si piomba in un delirio quieto e inerte. L'occhio si fissa senza comprendere. Ogni cosa perde il suo significato e il suo valore. Ricordo d'aver guardato per un tempo indeterminabile il turbinare d'una ruota, la cui larga pneumatica mi pareva una cateratta grigia precipitosa, eguale, eterna, che esercitava su me l'attrazione d'un vortice. E la terra ai miei piedi scorreva come quei fiumi strani e paurosi che attraversano i nostri sogni nella febbre. Ad un certo punto tutto mi apparve velato, confuso, fuggente. Una cosa sola comprendevo: che ero in pericolo di cadere. V'era una piccola parte di me che vigilava; nella coscienza offuscata vegliava l'istinto come una sentinella, e mi gridava l'allarmi. Ma non potevo ascoltarlo. Sentivo che cadevo, e mi lasciavo andare, mi rassegnavo dolcemente.... Pi d'una volta una mano mi ha afferrato con energia alla spalla, e ho udito la voce di Borghese gridarmi:
- Stia attento! Mi pareva che cadesse!
Ed io, pronto, con la vergogna di chi  sorpreso ubbriaco:
- No no, non c' pericolo.
La montagna riapparve improvvisamente. Era ad una quindicina di chilometri da noi. Pareva composta da un blocco gigantesco di pietra dalle pareti a picco, dritto sopra una collina formata forse dai detriti dello scoglio. Evidentemente la gran serie di piani e di alture che avevamo allora attraversato formava nell'insieme una vasta avvallatura, un'immensa cavit, un gobi, e questo ci aveva impedito di rivedere la montagna di Tuerin dopo la sua prima apparizione lontana. A mano a mano che si avvicinava essa diveniva pi strana.
Non era un solo blocco di pietra; era un gruppo di scogliere, un ammasso di roccie, una colonia di rupi, qualche cosa come un immenso obo eretto dal fervore religioso d'un popolo di titani. Tre quarti d'ora dopo c'internavamo fra macigni e massi in una regione fantastica.
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Salivamo le balze della collina intravvista, dominata dai profili bizzarri e paurosi delle roccie. Avevamo l'impressione d'essere in mezzo ad una immane rovina, di trovarci per luoghi sui quali fosse crollato un mondo. Quelle enormi pietre stravaganti parevano cadute dall'alto, rovesciate, urtate, frantumate dal furore d'un cataclisma immenso. Alla desolazione qui si aggiungeva la devastazione. Il deserto non dormiva pi sulla quieta distesa dei piani; il deserto qui si ergeva impetuoso, assumeva forme violente; pareva prepararsi non pi a respingere, ma a schiacciare.
La macchina saliva affannosamente lungo la strada carovaniera ed il suo strepito era rimandato dagli echi. Cercavamo con lo sguardo fra le roccie la stazione telegrafica; senza accorgercene avevamo perduto la nostra guida, i fili, e ci trovavamo come abbandonati in quelle sinistre solitudini. Non riuscivamo a trovare il nostro sospirato rifugio.
Da un cespuglio usc fuori una volpe, che invece di fuggire spaventata ci segu per lungo tratto, docilmente, come un cane, allungando verso di noi il muso aguzzo e striato, e trascinando la superba coda fioccosa. Poi scomparve. Giungemmo alla sommit dell'altura, a ponente. Le roccie da quel lato tondeggiavano ed avevano un aspetto bizzarro di groppe d'animali giganteschi. Digradavano verso la pianura.
Ad un tratto, su quel prodigioso gregge di macigni vedemmo luccicare al sole quattro globi d'oro.
Erano eguali, tutti alla stessa altezza, disposti simmetricamente. Li guardavamo con una curiosit intensa e muta. Si libravano sopra l'agitazione rocciosa che scendeva alla sinistra della strada, avanti a noi alcune centinaia di metri. Continuando il cammino, lentamente i nostri occhi scoprivano fra i massi un largo spazio, e la nostra curiosit si mutava in meraviglia, e la meraviglia in stupore, a mano a mano che le confuse immagini che vedevamo in quel vasto rifugio pieno di sole prendevano consistenza di realt. Dopo qualche minuto fermavamo l'automobile per guardare avidamente l'incredibile spettacolo d'una citt, d'una citt dall'aspetto singolare, una citt favolosa.
La dominavamo dall'alto. Le roccie la cingevano tutto intorno e le facevano da mura. I globi d'oro culminavano quattro templi grandiosi che si allineavano al sud. Quegli edifici sacri non avevano nulla di comune con il tempio da noi visto presso a Pong-Kiong, il tempio del vecchio sacerdote immobile. Essi erano eretti su grandi piattaforme di legno, come le costruzioni buddhiste del Giappone; sembravano tutti di legno, scolpito, colorato, dorato; avevano i tetti sollevati agli angoli come i tetti cinesi, ma senza finire in quella linea caratteristica che d l'idea del dorso d'una tenda e che forse nella tenda ha la sua origine; i loro tetti terminavano invece a pinnacolo. Sull'estrema punta, una palla d'oro. Erano eguali l'uno all'altro quegli edifici, ed erano isolati. La loro grandiosit veniva da quell'isolamento. Intorno non una pianta, non un segno di verde, ma sabbia e qualche scoglio. La citt stava un po' discosta, lasciava con reverenza uno spazio fra lei ed i suoi templi.
Non si pu immaginare una citt pi strana. Era formata da una quantit di piccole case bianche, dai tetti quadrati e regolari, fatte di calce e di legno, schierate sul bordo di strade dritte e larghe. La citt e gli edifici sacri parevano nuovi, e abbandonati. Le strade erano deserte. Nella gran luce che le invadeva non scorgevamo una figura umana. Quel paese, comparso improvvisamente avanti a noi come per incantesimo, sembrava disabitato. O meglio, disabitato dagli uomini, perch di tanto in tanto distinguevamo dei cani che attraversavano le vie, che trotterellavano lungo le case, e si sdraiavano a branchi sulle striscie d'ombra. La citt era silenziosa come il deserto che la circondava.
Chi poteva vivere in quei luoghi? Dei religiosi, certamente. Immaginammo subito di trovarci di fronte ad un selvaggio nido della fede Lamista. Lasciammo l'automobile e ci avvicinammo alla Lamaseria arrampicandoci sulle spalle d'un enorme macigno. Soltanto gente che fa della preghiera e della meditazione lo scopo della vita, poteva conservare tanta immobilit e tanto silenzio. Da qualunque centro di popolazione, ad ogni momento, sale una voce acuta, prepotente e lieta: quella dell'infanzia. Bastava la sua assenza a dirci che laggi non v'erano che dei monaci. Non scendemmo fra le casette per timore di risvegliare qualche pericoloso fanatismo. E poi avevamo troppa premura di raggiungere il nostro luogo di riposo. Ritornammo a bordo, e continuammo le ricerche. La citt misteriosa scomparve.
Vedemmo un pastore che sorvegliava un piccolo gregge brucante all'ombra dei massi, ma era troppo lontano per parlargli. Cominciammo a discendere il versante nord della montagna. La stazione telegrafica non ci appariva ancora. Tornammo indietro e decidemmo d'interrogare i Lama del santuario.
Giunti di nuovo vicino alla citt, ci dirigemmo a piedi verso l'abitato. Qualcuno ci aveva visti. Degli uomini sbucarono fuori dalle strade, e seguiti dai cani, salivano verso di noi. Avanti a tutti era un vecchio. Il Principe si rivolse a lui con un gesto di saluto. Il vecchio arretr e fugg. Il saluto fu ripetuto ad un giovane, che fortunatamente lo accolse a pi fermo con un coraggio degno della circostanza.
Come domandare ad un Lama mongolo la strada per raggiungere una stazione telegrafica? Dispensate tutte le parole cinesi che potevano servire allo scopo, ripetuti tutti i gesti che al nostro giudizio indicavano fili, pali, casetta, telegrafare (a questo punto della mimica facevamo con la voce il rumore del tasto in modo che ci pareva perfetto: tic - tic, tic, tic - tic, tic) ottenemmo questo solo resultato pratico: di far ridere l'intera Lamaseria di Tuerin. Era qualche cosa. Le diffidenze si dissipavano, il buon umore vinceva le riluttanze, i monaci si affollavano fiduciosi intorno a noi, divenivano nostri buoni amici. Ma non trovavamo la strada.
Borghese ebbe allora un'idea felice: prese il taccuino, vi disegn delle aste che potevano raffigurare le antenne telegrafiche, le mun d'isolatori, vi tese dei fili. I Lama seguivano con intenso interesse il suo lavoro, si pigiavano, allungavano il collo sulle sue spalle. Erano uomini di tutte le et, dal capo e il volto rasi, vestiti di tonache e di manti gialli o rossi. Molti portavano il manto avvolto alla vita e gettato sulla spalla sinistra come una toga, e con un lembo si coprivano il capo. Tonache, manti, e uomini, erano egualmente sudici: l'acqua  rara nel deserto. Chi sa quale avvenimento strepitoso rappresentava il nostro arrivo per quegli eremiti, isolatisi dal mondo per studiare e meditare i testi sacri del Buddhismo. I mongoli portano i loro libri divini, venuti dal lontano Tibet, nei luoghi pi desolati; li celano come si cela un tesoro. Pare a loro che la dolce dottrina di Buddha non possa essere pienamente compresa che nella solitudine e nel silenzio.
Dopo aver disegnato i fili, il Principe intraprese la raffigurazione della stazione telegrafica nella quale i fili si precipitavano, e poi battendovi sopra il dito fece comprendere che quella era l'oggetto delle nostre domande, lo scopo supremo di quel lungo lavoro. I Lama afferrarono il senso del geroglifico. Ed eccoli gesticolanti e vocianti mettersi in marcia per indicarci il cammino. Giunti sulla strada rimasero sorpresi per la presenza dell'automobile. La circondarono osservandola con diffidenza. Una quantit di cani aveva seguito i monaci e si aggirava per tutto, passabilmente indiscreta. Ettore credette giunto il momento di rimettere in moto la macchina, e diede due vigorosi giri alla manovella. Il motore entr in funzione strepitosamente, ruggendo. Lama e cani fuggirono a precipizio verso la citt sacra....
Per fortuna avevamo compreso che la strada del telegrafo si inoltrava all'est per stretti passaggi serpeggianti fra le roccie. Non so come l'automobile riusc ad arrampicarsi su certe ripide salite fin sopra un'alta spalla della collina, ad attraversare una specie di corridoio fra dei macigni, a scendere dall'altra parte. Il fatto  che arrivammo in un prato dov'era gi scesa l'ombra, e in mezzo al prato trovammo la terza stazione telegrafica della Mongolia, piccola come le sue consorelle, come loro costruita col fango, e pure cos seducente alla nostra immaginazione.
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- Sapete? - ci disse il telegrafista cinese con grande premura -  passata un'altra automobile. Andava ad Urga.
- Possibile!
- Si. E non si  fermata. Correva veloce come il vento.
- Diamine!
- L'ho vista benissimo, veniva dalla direzione d'Udde.
- Ma quando?
- Alcune ore fa.
Chi poteva averci sorpassato? Non ce n'eravamo accorti. Forse mentre cercavamo la strada... Oppure una delle De Dion-Bouton aveva viaggiato durante tutta la notte e ci precedeva....
- Siete proprio sicuro? - Abbiamo chiesto - Era un'automobile?
- Sicurissimo. Veniva da Udde, andava ad Urga, e l'ho subito telegrafato.
- Era come la nostra?
- Molto pi piccola, oh, molto!
- Vorreste domandare ad Udde notizie di tutte le automobili?
- Subito.
E il servizievole cinese si mise all'apparecchio. Dopo un istante si sollev esclamando gravemente:
- Udde pranza. Domanda cinque minuti di tempo per finire di mangiare.
Quando Udde ebbe pranzato trasmise le informazioni richieste, che il telegrafista ci traduceva a mano a mano, leggendole sul nastro di carta:
- "L'Itala ha lasciato Udde stamani alle quattro...."
- Benissimo. Poi?
- "....la Spyker si  fermata ieri a 100 li al nord di Pong-Kiong per mancanza di benzina che le fu spedita con un cammello.... Le De Dion-Bouton sono giunte insieme ad Udde oggi all'una del pomeriggio.... sono ripartite alle due...."
- Non v' altro?
- "....il triciclo Contal non  stato finora segnalato n a Pong-Kiong n a Kalgan.... il Tu Tung di Kalgan ha spedito soldati di cavalleria alla sua ricerca".  finito.
Era evidente che la Spyker si trovava almeno a quattrocento chilometri da noi, e le De Dion-Bouton a duecentocinquanta. Il mistero di quell'automobile passata alcune ore prima senza fermarsi era spiegato. Come non averlo capito subito?
- Ma eravamo noi! - abbiamo detto al cinese stupito - Eravamo noi a passare laggi. Non ci siamo fermati perch non abbiamo visto l'ufficio telegrafico, che siamo andati a cercare poi su tutti versanti della collina, meno che su quello buono.
- L'automobile che  passata mi pareva pi piccola! - osserv dubitoso.
- Effetto della distanza.
-  vero! La distanza impiccolisce ogni cosa.
Emessa questa profonda verit il telegrafista si mostr pienamente convinto.
Facendo il conto della strada percorsa, trovammo che quel giorno avevamo superato il primo migliaio di chilometri da Pechino. Per festeggiare l'avvenimento ci decretammo l'offerta d'un sontuoso banchetto. Un Lama pastore capitato in quei paraggi ci vend un agnello che gli pagammo con ritagli di argento (poich nessuna moneta coniata ha corso fra i mongoli), debitamente pesati in una bilancetta apposita della quale ci eravamo forniti a Kalgan. E l'agnello, affidato alle sapienti cure del telegrafista, ci ricomparve qualche ora dopo trasformato in un gigantesco piatto di lesso fumante, che ci sembr la pi prelibata vivanda del mondo.
Avanti al cumulo delle ossa accendemmo poi le sigarette, e, alla luce d'una candela infilata nel collo d'una bottiglia, ci trattenemmo lungamente a parlare della vicina citt del deserto, il cui recinto non fu mai varcato da piede femminile, del nostro viaggio, della prossima tappa. Avevamo completamente dimenticato la stanchezza, la sete, tutte le sofferenze della lunga giornata, dodici interminabili ore trascorse sotto al sole cocente in una continua accasciante fatica di nervi, fra mille dubbi e mille ansie.
Come sembravano piccole e disprezzabili le difficolt passate! Il futuro incalza talmente, che non perdiamo il tempo a guardarci indietro. Questa tendenza a dimenticare il male  la pi grande fortuna dell'uomo. Ogni mattina ci sentivamo alla partenza forti e pronti, perch avevamo perduto il ricordo esatto della vigilia. Una nebbia benefica si stende sulle sofferenze trascorse. E partendo immaginavamo sempre ogni difficolt finita. Oblo e speranza erano le nostre forze.
La nostra corsa somigliava molto alla vita.
Tuerin  al limite del deserto. Al sud di Tuerin lo squallore della sterilit, al nord la verde magnificenza della prateria. Quell'alta roccia pare messa l per un segnale, come un faro, ad indicare agli uomini in viaggio il confine fra la terra morta e la terra viva, per dire agli uni: Preparatevi! - per significare agli altri: Coraggio!
Il tragitto fra Tuerin ed Urga ci  sembrato incantevole, forse perch venivamo dal Gobi. Trovavamo tutto delizioso: il verde, la strada, il cielo. Poich anche il cielo era cambiato; aveva delle nubi e noi ammiravamo pure le nubi, specialmente quando si compiacevano di far scorrere le loro grandi ombre fugaci su noi come delle immense e lievi carezze. Andavamo a cinquanta chilometri all'ora, talvolta a sessanta. Il terreno era leggermente ondulato, e ci lasciavamo scivolare nelle molli discese con tutto l'impeto della velocit e del peso. Eravamo lieti, parlavamo, trovavamo mille cose da dire, richiamavamo la nostra attenzione su tutto quello che vedevamo, pensavamo ad alta voce.
Ettore ci domandava a che ora saremmo arrivati a Kalgan - gi, perch Ettore, per un suo amore della semplicit, aveva soppresso mentalmente i nomi dei paesi attraversati e da attraversarsi, lasciandone vivere soltanto un paio per comodit di linguaggio; e quel paio applicava a tutte le localit, indifferentemente. Era una specie di gergo; Kalgan voleva dire: "quella citt che..." Ettore aveva una memoria ribelle alla geografia; i nomi vi passavano sopra senza fermarsi, come degli uccelli al volo; ed ecco perch quando egli riusciva a impossessarsene di uno, non lo lasciava pi, e lo faceva servire per tutti gli altri scappati via. La sua bonaria indifferenza verso l'itinerario aveva degli aspetti invidiabili; e sorridevamo dei suoi errori geografici, non per gli errori, ma per una certa freschezza d'ingenuit che li accompagnava, per la rivelazione d'una semplicit originale; sentivamo, vicino a lui, quel piacere buono che d sempre il contatto d'un'anima nuova, l'anima d'un grande fanciullo intelligente. Per Ettore la questione del viaggio consisteva tutta in due chiare verit: prima verit - che bisognava correre per due o tre mesi, tutti i giorni o quasi, dalla mattina alla sera; seconda verit - che per arrivare, l'automobile doveva esser ben diretta, vigilata, ascoltata, controllata, esaminata, curata, pulita, oliata, ingrassata, continuamente, senza mai stancarsi, consacrandole tutta l'attenzione, l'esperienza, l'intelligenza e l'energia. E questo era affar suo. Alla sera, arrivando alle tappe, egli non mangiava e non dormiva finch non aveva finito di mettere in ordine la macchina; e passava lunghe ore sdraiato in posizioni assurde sotto al ventre caldo dell'automobile stillante olio cotto; alle volte si alzava dal giaciglio in ore impossibili, preso da un dubbio, e allora nella notte lo sentivamo svitare dei dadi, smontare dei pezzi per osservare gli organismi pi delicati, rimettere ogni cosa al posto. All'alba era sempre inappuntabilmente pronto per andare a... Kalgan.
Quella mattina ritrovavamo le grandi mandrie di cavalli, che ripetevano le loro superbe manovre intorno a noi. Incontravamo dei mandriani; vedevamo delle yurte; cani da pastore, neri e pelosi, c'inseguivano; greggi di pecore si dissetavano ai pozzi; delle carovane viaggiavano in pieno giorno. Rientravamo nella vita. Tutto ci rallegrava. Quando non parlavamo, cantavamo. Il Principe, guidando, fischiettava la sua aria favorita, la Petite Tonkinoise, alla quale io univo un sapiente accompagnamento.
Qualche gruppo di antilopi brucava lontano, e sorpreso dall'automobile prendeva la fuga attraversando la strada avanti a noi. Non avevamo ancora osservato questo curioso modo di fuggire, particolare alle antilopi, che spesso conduceva le povere bestie atterrite, sopraffatte dalla nostra velocit, a poche decine di metri da noi. I cacciatori conoscono bene tale strana tattica, e non galoppano mai direttamente verso la selvaggina, la cui corsa  pi veloce di quella del cavallo mongolo, ma deviano, quasi per lasciarla da una parte, sapendo che l'antilope si precipiter a tagliare la loro via passando a tiro del fucile.  la primitiva astuzia contro l'inseguimento quella d'incrociare ad angolo retto avanti al nemico, supponendo che il suo impeto stesso lo conduca cos fuori di direzione, e lo obblighi a perdere tempo per girarsi e ricominciare.
Ad un tratto scorsi nella prateria, a qualche chilometro da noi, sulla sinistra, una lunghissima striscia rossastra che si muoveva velocemente. Si spostava verso destra, tutta tremula, velata da una leggiera polvere.
- Guardate! Guardate! - gridai indicandola.
Al primo momento non comprendemmo di che si trattasse.
- Corre come un treno!
- Sono animali.
- Sono antilopi!
- S, s. Si vedono bene adesso.
- Eccone una sola, avanti alle altre.
- Guardate le gambe, che brulichio!
- Uno spettacolo meraviglioso.
- Superbo.
- Quante saranno?
- Chi sa? mezzo migliaio forse.
- Una popolazione di antilopi.
Eravamo giunti a cinquecento metri da loro. Distinguevamo perfettamente l'enorme mandria, compatta nella fuga. Stava per raggiungere la strada ed attraversarla, secondo la tattica consueta.
- Arriviamole! - esclamai.
Il Principe abbass la leva del motore alla quarta velocit e spinse tutto l'acceleratore. L'automobile romb pi forte e pi alto, ebbe un balzo, e vol sulla sabbietta dura del sentiero. In pochi secondi ci accorgemmo che la mandria non avrebbe pi avuto il tempo di sfilare tutta avanti a noi, e ne provammo una crudele soddisfazione.
- Che velocit avremo? - chiesi.
- Da novanta a cento - rispose Ettore.
Sentivamo sulle nostre faccie soffiare un vento d'uragano. Mi venne l'idea di prendere la Mauser per abbattere qualcuno degli animali e portarlo trionfalmente ad Urga legato sul bagaglio, ma non potei tradurre la mia idea in atto. La mandria era raggiunta. Con una rapidit sorprendente le antilopi avevano cambiato direzione e fuggivano ai nostri fianchi divise in due gruppi. Per qualche momento ci trovammo in mezzo allo strano gregge, fra la polvere sollevata dallo scalpitare minuto delle zampe sottili, nervose e veloci. Di tanto in tanto qualcuna delle timide bestie, folli di spavento, cadeva, rotolava, era calpestata o saltata dalle altre, si risollevava in un baleno e si rimetteva a fuggire. Gridavamo, nell'eccitazione della caccia; gridavamo perch si diventa feroci in certi momenti che risvegliano tutto ci che abbiamo di selvaggio ed ardente, e non possedevamo altra arma che la voce. Non potendo uccidere ci divertivamo ad atterrire, e i nostri gridi portavano al parossismo lo spavento delle vittime. Presto quella confusione tumultuosa di groppe da cerbiatto, fulve e snelle, si allontan lateralmente con una brusca evoluzione, e si disperse lontano nella prateria.
Alle dieci del mattino entravamo in una ragione montuosa ma facile. Lasciavamo per sempre le pianure mongole. I monti della Siberia Orientale e della Transbaikalia stendevano fino a noi i loro estremi contrafforti, le loro ultime balze. C'internammo presto in una vallata che nascose definitivamente a noi la sconfinata vastit dei piani, dalla quale uscivamo un po' storditi e abbacinati come chi approda dopo una lunga navigazione.
Le yurte e i greggi si facevano pi frequenti. Incontrammo un mongolo sontuosamente vestito di seta rossa, accompagnato da un altro abbastanza stracciato da poter essere ritenuto suo servo. I due si riposavano seduti sull'erba, tenendo le briglie dei cavalli infilate al braccio. Vedendoci arrivare si rizzarono precipitosamente impauriti e fecero per fuggire, ma era troppo tardi, e un momento dopo passavamo velocemente vicino a loro. Accortisi che non era in noi alcuna ostile intenzione, osarono guardarci, e scoppiarono in una risata irresistibile. Quel carro che correva solo doveva far loro l'effetto d'uno scherzo, d'una cosa estremamente buffa, d'un controsenso ameno, quasi che noi ci fossimo dimenticati d'attaccare i cavalli, e il carro, pi distratto di noi, non se ne fosse accorto e corresse egualmente. Ridevano, ridevano, curvi, con le mani appoggiate alle ginocchia....
Una enorme quantit di grosse marmotte saltellava sull'erba; ve n'erano a migliaia, di quella razza che gl'inglesi chiamano prairie-dogs, "cani della prateria". Correvano verso le tane scavate nella terra, e prima di nascondersi non mancavano mai di guardarci curiosamente, sollevate sulle zampe posteriori, con una attitudine che era comica perch aveva dell'umano. Quando la tana stava troppo lontana per essere raggiunta, l'intelligente animaletto s'abbandonava improvvisamente a terra come fulminato e si fingeva morto, per risuscitare in fretta appena eravamo passati. Salutammo con soddisfazione la presenza delle marmotte, perch sapevamo che esse abitano in grande quantit la regione intorno ad Urga. Ci segnalavano la vicinanza della capitale mongola. Erano le undici quando ci trovammo ai piedi della sacra montagna di Bogda-ola, parola che significa appunto "Montagna santa". Dall'altra parte avremmo trovato il fiume Tola, e sulle sue rive la citt.
Le vette della Bogda-ola erano coperte da una folta foresta di piccoli pini, scura, che scendeva nei valloni a lunghe striature. Erano i primi alberi che vedevamo dopo circa mille e duecento chilometri di viaggio, e li guardavamo con una profonda compiacenza. Avevamo lasciato dei salici, dei pioppi, degli ontani, laggi sul bordo della vecchia Cina, e trovavamo dei pini; dalla variata flora dei paesi temperati, passavamo a quella delle regioni del freddo. L'aspetto del paesaggio ci diceva la distanza percorsa. Ci sentivamo gi in mezzo ad una non so quale nordica severit. Sentivamo che la Siberia era vicina.
Sboccammo nell'ampia valle del Tola, e verso ponente scorgemmo Urga, incerta come in un miraggio, punteggiata da edifici bianchi che dovevano essere santuari. Fu un lungo cammino per raggiungeria. Il Tola, ed una rete dei suoi confluenti, tagliano pi volte la strada. Si traversano dei ponti di costruzione russa; ma i mongoli preferiscono guadare e noi finimmo con l'imitarli, ed entravamo risolutamente nel fiume, di corsa per non affondare, seguendo le traccie di ruote e di zoccoli. Era un singolare spettacolo questo passaggio della grossa macchina grigia circondata da alti ventagli di acqua come una torpediniera.
Non v' una sola Urga ad Urga: ve ne sono tre. Vi  quella cinese, quella mongola e quella russa. L'una  lontana dall'altra alcuni chilometri. Tre grandi razze, la slava, la mongola e la cinese, s'incontrano qui senza mescolarsi. Vi  fra loro un resto di secolare ostilit. Le tre citt sembrano nemiche. Hanno l'aria dei campi trincerati. Sono cinte da palizzate altissime, come s'usavano nell'antica guerra per rompere l'impeto della cavalleria assalitrice. E palizzate altissime circondano le abitazioni e i templi. Nulla si vede all'esterno della vita intima degli abitanti; le strade non sono che monotoni corridoi fra mura di legno tristi ed eguali.
Qualche pericolo deve esistere anche oggi; queste difese non debbono avere soltanto un valore di tradizione. Infatti, il Consolato russo - una villetta di stile siberiano isolata fra la citt cinese e quella mongola - ha degli spalti tutto intorno, ha delle trincee,  circondato da fossi, da reticolati di fil di ferro, da bocche da lupo, da tutte le pi moderne ed efficaci difese ausiliarie, ha dei cannoni, ha una guarnigione di cosacchi transbaikaliani. E pi oltre, ad occidente, presso la citt mongola, il generale tartaro, il Tu Tung di Urga, comandante la guarnigione cinese, si  chiuso in una fortezza quadrata, difesa da parapetti di terra rafforzati con travi, coronati da merli e tagliati da feritoie, con posti di vedetta agli angoli. Cinesi e Russi si sono insediati come in paese di conquista. Chi  il vero padrone?
Non certo quel divinizzato sovrano del popolo mongolo che  il gran Lama, il Buddha vivente, semi-recluso in una Lamaseria poco discosta - alla quale appartengono i bianchi edifizi che si vedono da lontano arrivando. Buddha si compiace di vivere di vita umana entrando nel corpo di tre uomini - tre soli al mondo. Uno di essi  il Dalai Lama del Tibet; il secondo quello di Urga; il terzo  a Pechino, capo di 1200 Lama del gran tempio di Yung-ho-kung. Bench tutti e tre posseggano l'anima di Buddha, esiste fra loro una graduazione sensibile di valore. Quello del Tibet  pi stimato, e quello di Pechino lo  il meno. La differenza consiste in una maggiore o minore potenza di benedizione, che somiglia molto alla baraka degli arabi; sono venerati non a seconda di quel che valgono ma di quel che giovano. Quando due anni or sono il Dalai Lama del Tibet fugg da Lhasa, minacciata dalla marcia inglese, e si rifugi ad Urga, i buoni mongoli piantarono il loro dio per quello tibetano, molto pi efficace. E si vide allora il raro spettacolo d'una ostilit feroce tra un Buddha e l'altro.
Intorno a quella disgraziata divinit di Urga s'annodano i fili dell'intreccio politico. Un uomo intelligente, energico ed ambizioso, alla testa del popolo mongolo potrebbe rendersi pericoloso alla sovranit cinese, e forse perci avviene questo fatto curioso: che il dio vivente non  mai un uomo:  un fanciullo. Lasciarsi adorare  un compito facile che anche un bambino pu disimpegnare. Quell'adolescente non arriva alla maturit. Quando sta per divenire un uomo, muore. Muore improvvisamente, misteriosamente. Ma egli ha gi nominato il suo successore, ed un altro fanciullo monta sul tragico altare.  uno dei pi costanti miracoli della divinit quella morte repentina; l'anima del dio non pu albergare che nell'infanzia. Si vocifera per che il fanciullo sacro muoia strangolato.
L'ultimo Gran Lama ha tuttavia superato felicemente l'et critica, e il miracolo consueto subisce un ritardo che alcuni vogliono spiegare con una certa vigilante protezione esercitata dal Console russo - un abile diplomatico di razza buriata, molto affine alla mongola. Il Console  amico intimo del Buddha vivente, ed ha il passo libero nei sacri recinti. Il Governatore cinese  ben lontano dal possedere sul Gran Lama l'antico potere e l'antica autorit. Si dice anzi che sia cordialmente detestato. Ma se la divinit vivente  ancora... vivente, appare completamente ridotta in uno stato che rasenta l'idiotismo dai vizi precoci e dall'abuso dei liquori. Si direbbe che abbiano voluto strangolare almeno la sua intelligenza.
Certo  che fra quei campi trincerati, le fortificazioni, gl'intrighi, le truci storie d'uccisioni, la visione di cavalieri stranamente vestiti che passano al galoppo per le strade lungo le alte difese di travi, si ha l'impressione di vivere laggi in un torvo medioevo asiatico; e la comparsa improvvisa d'un'automobile l in mezzo formava un contrasto che aveva qualche cosa di assurdo.
 vero per che il Gran Lama possiede un'automobile, una piccola vettura, regalatagli dal governo russo per compensarlo forse della rivalit del Buddha tibetano. La vetturetta non ha mai fatto un passo da sola. Appena arriv ad Urga, il Buddha redivivo la fece girare in un cortile, spinta da due uomini, sperando che prendesse la corsa e continuasse da sola i suoi giri. Poi si decise a farvi attaccare un bue, e la mand cos nella sua residenza estiva, dove si arrugginisce nell'attesa che qualche altra potenza europea mandi in regalo uno chauffeur.
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CAPITOLO 9. URGA.
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Alla "Rusky-kitensky Bank". Uno strano pellegrinaggio. Il governatore cinese in automobile. La partenza da Urga. Affondati nel fango. Una discesa disastrosa.
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Delle tre citt, la prima che incontrammo arrivando fu la cinese. Vi entrammo perch vi entrava il telegrafo. Avevamo talmente preso l'abitudine di seguire per tutto quei due fili, con la pi completa fiducia, che ci saremmo lasciati condurre da loro ovunque senza discussione. Essi erano cinesi, e facevano una sosta precisamente nella citt cinese prima di ripartire direttamente per il nord attraverso a scoscese montagne. Il loro compito di guida finiva. Ci condussero per le strade anguste e sporche della citt cinese, e, ad un tratto, saltarono al di sopra d'una palizzata, e ci lasciarono perplessi.
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Il nostro arrivo faceva accorrere la popolazione agl'ingressi dei recinti, dai quali potevamo gettare un rapido sguardo sopra cortili ingombri di casse, di cammelli, di bambini, sopra edifici cinesi dalle griglie a complicato disegno geometrico, sopra piccoli templi variopinti e vistosi. Dietro alle barbare difese di travi scorgevamo i segni del benessere e del lavoro. Gli abitanti sono tutti dediti al grande commercio, arricchiti dal th, dalle lane, dalle pelli, dai cavalli, organizzatori regolari di carovane, proprietari di centinaia di cammelli e di buoi. Essi sapevano certamente del nostro arrivo; ci guardavano con curiosit ma non con meraviglia; il telegrafo aveva sparso notizia del chi-cho; e il contatto con i russi, le relazioni costanti col mondo occidentale, avevano dato a quegli emigrati dal codino un senso pratico che li faceva considerare l'automobile da un punto di vista assolutamente ragionevole. Qualcuno ci domandava se venivamo direttamente da Tuerin, ed alla risposta affermativa si volgeva agli altri discutendo calorosamente il fatto.
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Fu per le vie della citt cinese che vedemmo le prime donne mongole del nord, la cui acconciatura era cos stravagante e cos nuova per noi, che non potemmo trattenerci dal guardarle con un'insistenza perfettamente indiscreta. Certamente le donne maritate della Mongolia Settentrionale riescono a fare della loro capigliatura il pi originale capolavoro che possa essere ideato dalla fantasia collettiva di cento generazioni di donne. I capelli scendono loro ai lati dal viso in due bande piatte, larghissime, ingommate, che non hanno pi nulla del capello, che sembrano due enormi spatole nere e ricurve incornicianti il volto, tanto ampie da arrivare quasi alla larghezza delle spalle, e terminanti a punta sul petto. Le spatole sono tenute aperte da una quantit di stecche disposte come quelle del ventaglio, le quali formano una singolare raggiera intorno al volto: e sono cariche di monili d'argento e di monetine oscillanti, nelle quali abbiamo riconosciuto con soddisfazione altrettanti pezzi russi da 10 e da 20 kopeki - un altro segno della vicinanza dell'Impero Moscovita. Naturalmente una pettinatura di questa complicazione si fa una volta sola nella vita: all'epoca delle nozze la fanciulla abbandona il capo alle sapienti manipolazioni d'un artista, e poi si limita ad un lavoro di manutenzione, spolvera le sue spatole di tanto in tanto, e le ringomma quando occorra. Non c' pericolo che l'uso del bagno minacci mai l'integrit di quella fantasia capillare.
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Nel momento in cui non sapevamo pi dove dirigerci e domandavamo a tutti dove stava la Rusky-kitensky Bank (ci aspettavano alla Banca Russo-cinese) arriv al galoppo un soldato cinese che c'indic la via. Passammo vicino ad una fila di bianche pagodine di stile tibetano, vagamente simili a dei birilli d'un gigantesco giuoco di boccie, e, sboccando all'aperto, sulla cima di una collina vedemmo un grandioso palazzo europeo. Non so dirvi quale gioia improvvisa c'invase alla vista di quell'atomo d'Europa caduto in piena Mongolia. Fu come se ci si fosse presentata la nostra casa. Non sapevamo ancora cosa fosse quell'edificio, lontano tre o quattro chilometri, circondato da costruzioni pi basse, hangars e scuderie all'apparenza. Ma per noi era una dimora amica; aveva l'impressione dell'amicizia; ci confortava niente altro che con la sua apparenza nostrana. Presto vedemmo scritto a grandi caratteri e in quattro lingue sulla sua facciata: "Banca Russo-cinese". Arrivammo suonando trionfalmente la cornetta con entusiastica costanza.
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Al cancello d'ingresso era fermo un tarantas! due cosacchi passavano per la strada, e si fermarono a guardarci, e noi li salutammo con effusione; da una porticina si protese una testa di barbuto mujik, subito scomparsa forse per dare l'annunzio del nostro arrivo.
- Ma siamo gi in Siberia! - esclamammo congratulandoci come se il viaggio fosse finito.
Al frastuono, la porta della banca si spalanc, ed un simpatico gentiluomo, il signor Stepanoff, direttore di questa sede, si precipit ad accoglierci festosamente, non senza nasconderci una certa sorpresa per vederci arrivar primi:
- Ma  la bandiera italiana! - esclamava guardando la nostra bandiera che sventolava allegramente a poppa - Proprio! Bene arrivato Principe! Ben arrivati! Ah.... non vi aspettavo, sinceramente! Conosco il deserto, e la vostra macchina mi pareva troppo pesante. Avrei creduto che rimaneste indietro. Ero convinto che la chance delle macchine leggiere fosse.... Insomma, ben arrivati! Per di qua, per di qua, tutto  pronto!
Tutto era infatti deliziosamente pronto. Un intero appartamento era messo a nostra disposizione. Bandiere russe, francesi, e italiane pavesavano le scale. In un grande salone scintillava una lunga tavola imbandita, con venti o trenta coperti, trofei colmi di dolciumi, salviette candide artisticamente piegate: un panorama superbo di cristallerie e di porcellane che ci faceva emettere esclamazioni di sorpresa e di benessere.
- Avvertir subito il Comitato - ci diceva il nostro ospite conducendoci alle camere.
- Il Comitato?
- S, il Comitato russo per il ricevimento della Pechino-Parigi. Lo avvertir del vostro arrivo. Doveva trovarsi qui a ricevervi, ma non immaginavamo giungeste prima di sera. Ci hanno telegrafato da Tuerin che un' automobile era partita stamane alle sei e mezza. Sono pi di 250 chilometri! Scusateci, se il ricevimento  mancato.
Dunque c'era un comitato. Eravamo in piena civilt occidentale. Pensavamo con riconoscenza a tutte quelle brave persone che si erano messe insieme per festeggiarci, per confortarci delle nostre fatiche, e che avevano affrontato adunanze, discussioni, ordini del giorno.... Il signor Stepanoff era presidente ed anima del comitato. Incominci ad Urga per noi l'indimenticabile serie delle accoglienze generose e sincere, grandi e piccole, che ci diede lungo tutto il gigantesco viaggio il conforto continuo di simpatie amichevoli, che schiuse avanti a noi porte di palazzi e porte di capanne, che ci fece sentire ovunque la dolce atmosfera della vera ospitalit, di quella ospitalit che dice: Vieni, questa  la tua casa!
Dalle finestre delle nostre camere dominavamo tutta la valle del Tola e le sue citt disperse. La Bogda-ola ci era di fronte, alta ed ampia, con la sua imponente vetta nera di pini. La leggenda vuole che su quella vetta sia la tomba di Jingis-khan. Magnifica tomba per un dominatore. Forse  tale leggenda che santifica la montagna. Tagliare gli alberi e cacciare lass  considerato un sacrilegio. Nessuno vi sale, quasi per non disturbare il sonno del grande imperatore. I mongoli, interrogati del perch non vadano mai sulla Bogda-ola, rispondono che la montagna fu fatta da dio per il suo divertimento, e che egli solo la frequenta godendovi i piaceri delle passeggiate e della caccia. Nella loro concezione la montagna non sarebbe che un giardino privato della divinit. Come tutti i primitivi abitanti delle vaste pianure, essi hanno per il monte una venerazione religiosa.  sulla sommit delle alture che erigono i loro obo; essi salgono per pregare; ogni elevazione  creata per avvicinare la terra al cielo. La Bogda-ola  la pi alta, dunque  la pi sacra. E su di lei v' una foresta: impressionante mistero per l'uomo delle praterie. Esiste una specie di culto per l'albero nella Mongolia, perch  raro. Chi sa quale oscura reverenza suscita nella semplice mente del nomade quella forma strana che esce dal suolo. Spesso  adorato come un feticcio, e noi abbiamo incontrato sovente, e fin nella Siberia meridionale, di questi alberi deificati ai cui rami si agitavano innumerevoli striscie di carta con preghiere scritte.
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L'Itala era oggetto d'un incessante e inverosimile pellegrinaggio. La notizia del suo arrivo s'era sparsa in tutta la regione. L'avvenimento aveva messo in emozione la vallata del Tola. Veniva gente dalle tre citt, e ne veniva dai lontani accampamenti di yurte. I cinesi, gente pratica, avevano organizzato un perfetto servizio di carrette a muli per condurre i curiosi a vedere il chi-cho e ricondurli alle loro palizzate. Si vedevano arrivare a cinque, a sei per volta di quei loro singolari veicoli, che somigliano gi un po' alla telega russa, gremiti di gente vestita a festa per la solenne occasione. Noi li chiamavamo gli omnibus. Non mancavano anche le vere teleghe, che salivano dalla citt russa, portando con i vivaci colori dei costumi slavi un'aria di festosit. E una folla di mongoli arrivava a piedi e a cavallo, da tutte le parti: Lama vestiti di seta viola o gialla e dal cappello a pagoda, carovanieri, pastori, e a sciami arrivavano le donne, calzate di grossi stivali, agitanti la mole della loro pettinatura - che d l'idea di un collare alla Medici applicato alla testa - sorridenti, ciarliere. Di tanto in tanto qualche cosacco si apriva un varco fra la folla e faceva un giro di ricognizione intorno all'automobile.
Tutta quella moltitudine ammirava con rispetto come davanti ad un sacro mistero. La popolazione mongola di Urga era stata da vari giorni informata, per mezzo degli agenti nativi della Banca, del prossimo arrivo di carri che correvano da soli; si era voluto prevenirla per evitare qualche possibile conseguenza del fanatismo e della superstizione che potevano essere risvegliati dall'arrivo improvviso di macchine cos strane nella citt santa del Lamismo. E tutti i giorni la Banca riceveva visite di mongoli che venivano a domandare notizie su quei tali carri che correvano da soli. Le loro domande erano di una ingenuit divertente. Essi avevano la impressione che i prodigiosi veicoli non dovessero correre sul suolo ma nell'aria; volevano sapere a che distanza si potevano guardare senza pericolo; chiedevano se non sarebbe stato imprudente mettersi davanti a loro anche quando fossero stati fermi. La convinzione pi diffusa era che quei carri fossero trascinati da un invisibile cavallo alato.  "Ma come fanno gli stranieri a guidare il cavallo invisibile?" domandavano al signor Stepanoff dopo avere ascoltato imperterriti le pi ingegnose spiegazioni atte a convincerli che il cavallo non c'era.
I popoli primitivi vivono costantemente in un mondo favoloso; spiegato tutto con l'intervento dell'invisibile; la loro ignoranza trova un mistero in ogni cosa, ed una potenza occulta in ogni mistero; il miracoloso  per loro una forza naturale, e non li stupisce. Credono all'esistenza d'un cavallo alato, ma non possono credere ad una complicata creazione dell'ingegno umano. Nella loro mente l'incredibile  verit e la verit  incredibile.
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Non sappiamo quanto la vista della nostra macchina abbia modificato le opinioni preventive dei cittadini d'Urga sull'automobilismo. Certo  che la folla in ammirazione intorno all'Itala la stringeva da tutte le parti, ma lasciava avanti a lei strada libera; ed anche i cinesi convenivano pienamente in questa savia misura di prudenza. Il nome dato dai mongoli all'automobile era "la macchina che vola".  probabile che la sua notizia, portata al passo del cammello, sia arrivata alle trib lontane sotto forma di una nuova leggenda. Anche il Gran Lama s'era interessato molto del nostro prossimo arrivo. Gli fu subito spedito un corriere a cavallo.
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Nel pomeriggio il Governatore cinese venne a farci visita. Una staffetta arriv al gran galoppo ad annunziarlo. Poco dopo sulla strada soleggiata comparve, avvolto in una nube di polvere, il corteggio dell'alto dignitario. Il palanchino era portato da quattro mongoli a cavallo, con una destrezza meravigliosa; le aste del veicolo erano semplicemente posate sull'arcione, e i quattro portatori galoppavano mantenendo la distanze: se uno di loro si fosse scartato d'un palmo, quel povero governatore, con tutto il palanchino, avrebbe fatto la fine meno dignitosa. Uno stuolo di soldati mongoli e cinesi, di ufficiali, di dignitari, precedeva e seguiva a cavallo l'eminente mandarino. V'era alcunch di primitiva nobilt e di fierezza in quel gruppo variopinto che arrivava con irruenza tempestosa. Nulla eguaglia in espressione guerriera il volto del soldato mongolo dai lunghi baffi spioventi.
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Il Governatore per, ad onta del terribile apparato del quale si circondava, era il pi fine e il pi benigno dei cinesi. Parl senza dire, da perfetto diplomatico, sorrise a tutti, rise di tutto, prese il th, e se ne riand col suo palanchino in equilibrio e la sua scorta galoppante. Ricevemmo anche una visita del Generale tartaro. Egli rimase profondamente impressionato dalla notizia che la nostra automobile aveva la forza di quaranta cavalli. Diamine, avevamo quasi pi cavalleria di lui. Un grave problema militare si affacciava alla mente del generale tartaro, un dubbio lo tormentava: esisteva in Europa una cavalleria montata su automobili? Se esisteva, erano perfettamente inutili tutti i generali tartari messi a guardia dei confini dell'Impero celeste. Dieci automobili avrebbero preso la Mongolia in quattro giorni. Lo rassicurammo, la cavalleria montata sui cavalli-vapore non esisteva. Egli ne dimostr molta soddisfazione.
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Alla sera un ufficiale mongolo, conducendo a mano un carretto (gli ufficiali mongoli sono modesti) si ferm alla porta di servizio della Banca, ed esib un foglio di carta rossa sul quale risaltavano dei caratteri cinesi. Il foglio era un biglietto da visita del Governatore, e accompagnava dei regali. I regali stavano nel carretto e si rifiutavano ostinatamente di scenderne: erano due superbi montoni che l'ufficiale indusse all'obbedienza. Con i montoni, delle bottiglie di vino russo e delle scatole di conserve. Deposta in terra tutta questa roba, l'ufficiale mongolo, che aveva il cappello ornato dal bottone di mandarino di sesta classe, volle che constatassimo che il carretto era vuoto, e che egli non aveva rubato niente. Del che facemmo fede.
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Ad Urga trovammo il nostro terzo deposito di benzina e di olio, l'ultimo della Mongolia, trasportato per carovana da Pechino. Il quarto deposito l'avremmo dovuto trovare a Kiakhta, arrivatovi per la via della Siberia. Era giunto a Kiakhta? Tutta la preparazione logistica del viaggio era pronta? Nessun ritardo, nessun disguido ci avrebbe fermati a mezza via per mancanza di combustibile e di lubrificante? Queste domande ci rivolgevamo con una certa ansiet. Mancavamo assolutamente di notizie in proposito. Il Principe aveva ricevuto a Pechino un telegramma, speditogli da Pietroburgo, nel quale gli si annunziava che a Kiakhta avrebbe trovato una lista delle stazioni di rifornimento e delle quantit di benzina ed olio messe a sua disposizione in ogni stazione. Eravamo preoccupati, ed i fatti ci diedero ragione.
In ogni modo ad Urga tutti i serbatoi furono completamente riempiti, senza curarci del peso eccessivo, immagazzinando cos la forza per altri mille chilometri. Nel pomeriggio Ettore venne ad avvertire che la macchina era pronta a riprendere il viaggio. Egli aveva una parola per dire tutto ci:
- Finito.
- Tutto bene? - gli domand Borghese.
- Benissimo. Ho visitato tutto.  ancora nuova.
Non rimaneva che aspettare gli altri, Urga del resto ci rendeva l'aspettativa piacevole. Il Comitato ci teneva la pi amabile compagnia. V'erano degli ufficiali cosacchi, un capitano medico reduce dalla guerra in Manciuria, dei commercianti, delle signore che rimpiangevano la vita di Pietroburgo e di Mosca, e vi era anche un corretto inglese, dall'aria fine, che avrei scambiato per un diplomatico se non mi avessero assicurato che egli era invece un abile pioniere del commercio delle lane e delle pelli.
Ogni tanto mi facevo sellare un cavallo (le scuderie erano a nostra disposizione), e troneggiando sull'alta sella cosacca mi recavo all'ufficio telegrafico nella citt cinese a spedire i miei dispacci e a chiedere notizie dei nostri colleghi. Alla sera seppi che le De Dion-Bouton erano arrivate a Tuerin alle cinque del pomeriggio: esse sarebbero state ad Urga all'indomani. Nessuna notizia della Spyker. N Pong-Kiong n Udde potevano dirne niente. Da tre giorni e due notti la Spyker era dunque in panna nel deserto; il mongolo dal telegramma impacchettato di stracci, col suo cammello carico di benzina, non l'aveva ancora raggiunta. Sulla Spyker, erano il conducente Godard e il mio buon collega Du Taillis. Avevamo del deserto una troppo recente esperienza per non pensare a loro ad ogni istante con un senso di rammarico profondo.
All'immaginazione costante delle loro sofferenze si aggiunse l'idea d'un'altra tortura: noi sapevamo che stavano per essere liberati, che fin dalla mattina del 19 il soccorso era partito da Udde alla loro volta, e si avvicinava da ora in ora; ma - ci chiedevamo - lo sapevano essi? Avevano la coscienza, la certezza, della liberazione vicina? Il dubbio, quali ansie e quali angoscie non poteva aggiungere alle sofferenze fisiche? Si  forti quando si  sicuri. Chi poteva rassicurarli? Quanto avrei dato per poter far giunger loro una parola sola su quei fili che passavano a pochi metri dalle loro teste, e che portavano migliaia di parole mie ad un giornale! Fummo ben lieti il giorno dopo quando ricevetti da Udde la comunicazione: "Spyker arrivata tutto bene".
Il 22 giugno fu da noi consacrato alla restituzione delle visite. Entrammo nella fortezza dove il generale tartaro trincera la sua autorit, e sorbimmo alcune tazze di th davanti all'eminente guerriero vestito di gala e circondato dal suo stato maggiore di mongoli impennacchiati. Il Governatore ci ricev nella sua residenza ufficiale, e chiese al Principe un grande favore. Non ci aspettavamo da un perfetto mandarino, dal Governatore generale della Mongolia, una richiesta come quella che fece. Essa rovesciava tutte le nostre idee sulla Cina, tutte le opinioni pi diffuse sul mandarinato. Era la riabilitazione del Wai-wu-pu. Apriva nuovi orizzonti sull'avvenire dell'Impero Celeste. Sua Eccellenza chiedeva di essere condotto in automobile.
- Ma ben volentieri! - esclam Borghese con entusiasmo. - E dove?
Non importava dove. Il Governatore voleva soltanto andare in automobile, fare un giro per le vie di Urga. Mi sbaglier ma credo che egli tenesse soprattutto a farsi vedere sul carro magico. Questo poteva giovare al suo prestigio.
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L'automobile era alla porta. Il mandarino, vestito in gran pompa, con le esorbitanti maniche di seta che gli coprivano le mani, sormontato dal bottone di corallo, segno del pi alto grado, adorno il cappello da una doppia penna di pavone, fece un completo giro d'ispezione intorno alla macchina. Poi vi sal, mentre il Principe prendeva il volante, ed Ettore si sedeva sul "posto del montatoio". La notizia s'era sparsa. Della gente accorreva. Tutti i baffuti ufficiali e soldati mongoli guardavano esterrefatti il loro duce, e guardavano a noi con una certa diffidenza.
L'Itala part. Fece un ampio giro avanti al Fu per attraversare un ponticello, e prese il largo. Il Governatore della Mongolia s'era afferrato fortemente ai bracciali del sedile, ma pareva estasiato. Il suo codino oscillava nell'aria. Gli uomini del sguito ebbero forse l'impressione che si volesse rapire il loro signore, poich si precipitarono sui cavalli legati alla palizzata, balzarono in sella, e via, dietro alla macchina diabolica, urlando. Appresso a loro si precipit chiunque aveva un cavallo a portata di mano, e i cavalli laggi sono per tutto. Sbucavano cavalieri d'ogni parte, erano lama, erano soldati, erano uomini della prateria; arrivavano tardi, l'automobile era scomparsa ed essi non rincorrevano pi che degli altri uomini a cavallo, ma andavano egualmente, aizzando le bestie col grido. Soltanto pochi ufficiali, meglio montati, riuscivano a mantenersi vicini alla vettura. Come una gran caccia, seguiva la cavalcata indescrivibile, orda selvaggia lanciata a galoppo. Scompariva nella polvere, s'ingolfava tumultuosamente nelle strade. Molti cavalli portavano due cavalieri. S'udivano grida festose: quella corsa non era che un giuoco; ma la scena conservava tutta l'apparenza d'un furore. Pareva che Urga fosse invasa da un barbaro esercito vittorioso. Era una visione d'altri tempi, alla quale le difese a palizzata davano veramente uno sfondo guerresco. Si sarebbe detto che tutta un'antichit inseguisse ferocemente quella piccola cosa moderna che fuggiva avanti senza cavalli.
Il Governatore volle essere condotto fino alla Banca Russo-cinese, dove il suo palanchino venne a riprenderlo. La passeggiata ebbe una inattesa conseguenza politica. Alla sera il Buddha vivente mand a dirci che ci avrebbe fatto sapere soltanto fra alcuni giorni se ci avrebbe o no concesso il gaudio di vederlo.
- Ma come - esclamammo - se aveva tanta premura per noi!
- Ah, capisco! - ci mormor qualcuno - s' impermalito.
- Chi, il Buddha vivente ? E perch?
- Per la corsa del Governatore.
- Possibile?
- Certissimo. Egli tiene alla priorit, ed  ostile al Governatore.
- Sicch siamo fuori delle sue simpatie?
- Irrimediabilmente.
- Peccato! Volevamo portare anche lui in automobile!
Ma ci rassegnammo facilmente alla nostra disgrazia.
Nel pomeriggio di quel giorno giunsero ad Urga le De Dion-Bouton. Anche Cormier, Colignon, Longoni e Bizac avevano subito nel deserto quel radicale mutamento di colore che trasformava le nostre faccie, bench essi fossero protetti in marcia da una comoda tenda. Le loro macchine si trovavano in perfetto ordine. La Spyker, che era giunta quel pomeriggio ad Udde, avrebbe tardato ancora due giorni ad arrivare. Noi avevamo una preoccupazione che ci spronava alla partenza; il passaggio del fiume Iro - a circa 60 chilometri al sud di Kiakhta. L'Iro  guadabile soltanto in epoche di siccit; basta una pioggia per trasformarlo in un ostacolo insormontabile. Nell'Iro esiste un battello, ma non sulla strada che avremmo dovuto percorrere. Un commerciante russo che veniva da Kiakhta ci diceva che l'altezza dell'acqua del fiume era allora di circa un metro e venti centimetri; molta per un'automobile; e non era certo desiderabile che aumentasse. Ci pareva gi un grave problema la traversata in quelle condizioni. Ora, il tempo accennava a guastarsi. Le nuvole che ci avevano tanto rallegrato il giorno prima, crescevano smisuratamente. Il Principe decise di partire al mattino dopo, 23 Giugno. Le De Dion-Bouton aspettavano ad Urga ancora un giorno. L'Itala avrebbe atteso alla sua volta un giorno intero a Kiakhta.
Gli appartamenti privati della Banca Russo-cinese erano tutti illuminati quella sera. La grande tavola apparecchiata nel salone, inondata dalla luce dei doppieri, entrava solennemente in funzione. Il Comitato, in seduta plenaria, ci offriva un banchetto di gala. Avremmo giurato di essere ben lontani dalla capitale della Mongolia, di avere sorpassato i confini europei, se la presenza dei boys cinesi, intenti al servizio della mensa, non avesse risvegliato ogni tanto in noi la memoria dei luoghi. Le conversazioni, in francese, in russo, in tedesco, s'incrociavano creando quella piacevole babilonia dei banchetti nella quale le persone che parlano sono sempre in enorme maggioranza sulle persone che ascoltano. Ma io ero della minoranza. Ascoltavo la signora del capitano medico, mia vicina, la quale mi descriveva il suo viaggio da Kiakhta ad Urga, e concludeva col dirmi:
- Non so come farete a passare con la vostra automobile!
- Ma... siamo passati nel Gobi!
- Non conosco il Gobi, grazie a Dio, ma vi ripeto che il cammino per Kiakhta  quanto di pi orribile io abbia veduto in fatto di strade, e sono stata in Manciuria. Pensate, quattro ore intere, quattro ore, presi dal fango, senza poter liberare il tarantas affondato, con la prospettiva di continuare la strada a piedi. Vi ho gi descritto questo episodio. Saremo stati a dieci verste da Urga, ed era la quarta volta che affondavamo...
- La stagione era cattiva?
- Eccellente. Come ora. Vedrete con i vostri occhi che cos' di spaventoso quel tragitto.
- Speriamo di no, signora!
Sorridevo con condiscendenza. Il racconto di quelle terribili avventure di viaggio mi lasciava abbastanza tranquillo. La sensibilit femminile porta alle volte alla pi spontanea esagerazione. Non potevo immaginare allora quanto la mia vicina di tavola avesse ragione. Non avrei mai creduto in quel momento che la strada fra Urga e Kiakhta ci avrebbe fatto rimpiangere il deserto e che poche ore dopo quel colloquio noi avremmo tremato per la salvezza della nostra macchina.
Lasciammo la Banca all'alba, con tutte le precauzioni atte a non risvegliare nessuno a quell'ora cos dolce al sonno, ed avevamo veramente l'aria d'aver svaligiato la cassa forte e di fuggircene col bottino. Come tutte le Banche russe, anche quella d'Urga doveva temere qualche colpo di mano degli "espropriatori" rivoluzionari, poich alla notte essa era vigilata all'esterno dai cosacchi del Consolato. E quei bravi giovanotti in sentinella ci osservavano alla partenza con una evidente incertezza; pareva non sapessero se salutarci o dare l'allarme. Si decisero per il saluto. E noi filammo verso la citt mongola, dalla quale si diparte la strada per Kiakhta.
Ma non fu facile trovarla. Ci mancava la linea del telegrafo ora, quel comodo filo d'Arianna che ci aveva condotti per mille e duecento chilometri, e i mongoli mattinieri che incontravamo fuggivano appena fermavamo l'automobile per interrogarli. Fortunatamente alla Banca ci eravamo forniti d'un sacchetto di piccole monete russe, e mostrando venti copeki d'argento fra il pollice e l'indice riuscimmo, come per incanto, ad arrestare la fuga dei viandanti. E un po' Borghese col suo russo, ed io col mio cinese, domandando lui la via per Kiakhta, io quella per Maimachen, potemmo farci comprendere. Voltammo al nord, lasciammo Urga alle spalle, e c'internammo in una vasta vallata verde, per sentieri incerti che s'intrecciavano capricciosamente fra ciuffi d'erba e sparivano volta a volta.
Non eravamo in cammino da un quarto d'ora che l'automobile si ferm di colpo, e s'abbass tutta a sinistra.
Il motore continuava ad agire, palpitando tumultuosamente, scoppiettando, emettendo nubi di fumo bianco ed acre; pareva che sentisse un pericolo e impegnasse con risoluta violenza tutta la sua forza poderosa per fuggire. Ma eravamo inchiodati. Sporgendoci vedemmo le ruote di sinistra affondate nel terreno. Quella posteriore continuava a girare, vorticosamente, quasi tentando di uscire dall'alveolo con l'impulso d'una rapidit disperata. Vi era dell'esasperazione in quel furioso e raccolto sforzo della gran macchina.
- Ferma, ferma ! - grid Ettore vedendo che il turbinare della ruota scavava il fango. - Affondiamo di pi!
Il motore tacque, e per qualche minuto osservammo in silenzio la posizione dell'automobile, studiando il modo di salvarla. Aveva talmente affondato a sinistra, che l'asse delle ruote e il cassone della benzina toccavano da quel lato il suolo. Che cosa fare? Come sollevare noi tre duemila chilogrammi di peso e trasportarli altrove? Provammo a rimettere in movimento il motore ed aiutarlo spingendo con tutte le nostre forze l'automobile. Inutile tentativo. Non sarebbero forse nemmeno bastati tutti i coolies che avevamo lasciato a Kalgan. Urgeva soprattutto rialzare la parte affondata perch l'automobile piegandosi tutta da un lato sforzava la molla e la ruota posteriore di destra, e minacciava di spezzare o l'una o l'altra. Ettore si mise al lavoro con le martinette, ma queste affondavano nella terra molle. Per sostenerle occorrevano delle tavole, e ne togliemmo dal pavimento della carrozzeria; le tavole scricchiolarono, si ruppero, affondarono. Allora ci venne un'idea: scavare il terreno tutto intorno alle ruote e sotto l'automobile in modo da formare un piano inclinato sul quale la macchina sarebbe facilmente risalita con le sue forze. E ci mettemmo alacremente al lavoro, a gran colpi di pala, dandoci il cambio a mano a mano che eravamo stanchi.
Dopo alcuni minuti di fatica concitata e muta, ci accorgemmo con una specie di spavento che noi scavavamo la tomba alla nostra macchina. Pi allargavamo lo spazio intorno alle ruote, e pi esse affondavano. Era la pressione laterale della terra che le sorreggeva - e noi la toglievamo - e non un fondo duro. Non v'era fondo. La melma diveniva molle e acquosa nella profondit. Era tutto un lago di melma con una crosta, e due ruote avevano sfondato la crosta: questa la situazione. Intanto la ruota dalla parte sollevata s'era talmente inclinata da finire con l'appoggiarsi alla carrozzeria, e mandava ogni tanto uno scricchiolio minaccioso. Io inviavo delle scuse mentali alla signora del capitano medico i cui racconti avevo accolto con tanto scetticismo. Dovevamo trovarci presso a poco nei paraggi dove s'era affondato il suo tarantas - e un tarantas non pesa la decima parte di un'automobile.
Ci dicevamo che Urga era vicina, a poco pi d'un' ora di cammino, che in tre ore si poteva essere di ritorno con una buona squadra d'uomini, con un carico di tavole e di travi, con dei cavalli.... Ma non sapevamo deciderci ad andare a chiedere quell'aiuto. Era una questione d'amor proprio, una onesta debolezza. Ci figuravamo il ritorno d'uno di noi, a piedi, trafelato, infangato, alla Banca, le meraviglie degli ospiti, il racconto dell'arenamento e la confessione della nostra impotenza, le generose offerte di soccorso, la gente che veniva a vedere l'automobile vinta - quell'automobile che aveva percorso con tanta baldanza le vie di Urga - ; ci figuravamo tutto questo, e ci pareva di doverne subire una non so quale umiliazione. No, no, bisognava uscire da quell'imbarazzo con mezzi trovati sul posto. Un capitano la cui nave incaglia fa tutto quanto gli  possibile per disimpegnarla prima di rassegnarsi ad inalberare il segnale di soccorso. Sentivamo quella specie di orgoglio.
- Se avessimo delle travi! - esclamavamo guardandoci intorno come se le travi potessero spuntare dal suolo.
- O i nostri parafanghi!
Una carovana di carri tirati da buoi, diretta ad Urga, passava a poche centinaia di metri da noi sul declivio d'una collinetta, condotta da mongoli. Si era avvicinata lentamente, e noi, tutti intenti all'inutile lavoro, non vi avevamo fatto caso. Ma appena l'osservammo, senza scambiarci nemmeno una parola, comprendendoci al solo sguardo, ci precipitammo di corsa verso quella lunga fila di carri. I carri erano carichi di travi. Erano dei tronchi sottili di pino, destinati senza dubbio alle palizzate tradizionali della citt santa.
Qualche moneta convinse i mongoli delle nostre buone intenzioni. Del resto loro avevano senza dubbio capito, per la pratica di quella sorta d'incidenti. Ci caricammo ognuno una trave sulle spalle, i mongoli fecero altrettanto, e gi di corsa, verso l'automobile. In quella circostanza, provando e riprovando, adoperando i tronchi di pino in tutti i modi possibili ed immaginabili, riuscimmo a trovare un sistema di leve destinato a salvarci in quella e in tutte le altre simili occasioni dell'avvenire.
Il sistema era molto semplice: immaginate una leva di secondo grado il cui punto di resistenza, alla sua estremit, serva da fulcro ad un'altra leva di secondo grado, la quale agisca definitivamente sul mozzo della ruota affondata; basta la forza di due uomini, se le travi sono lunghe, a sollevare un'automobile. E disponendo dell'aiuto di quattro o cinque persone, una sola leva  sufficiente allo scopo. A mano a mano che rialzavamo cos la macchina, con la cooperazione volonterosa di quei buoni carovanieri, riempivamo l'alveolo scavato dalle ruote con delle pietre, che andavamo a raccogliere in un fosso poco lontano. L'automobile, ad ogni sosta del lavoro, col suo peso affondava le pietre nella melma, ma ne affond tante che fin col farsi una base solida, una vera massicciata.
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Dopo due ore e mezza di assidua fatica, avevamo portato tutte e quattro le ruote al livello del suolo. Non rimaneva che trascinar via la macchina a ritroso, fuori dal terreno incerto. Ricomparvero le corde, che attaccammo solidamente allo chassis - ripensavamo alla Grande Muraglia - ci mettemmo a tirare, noi e i mongoli, con tutta l'energia, ma non ci fu possibile di smuovere d'un pollice la pesante vettura ancora un po' incastrata fra i sassi e la terra; e non ardivamo di fare agire il motore nella paura, che il suo impulso subitaneo potesse produrre un nuovo affondamento.
- Ma, ci sono i buoi, i buoi dei carri! - esclam Borghese.
Le grandi idee sono le pi semplici. Cinque minuti dopo tre buoi erano aggiogati all'automobile. Intanto s'era adunata della gente: qualche mandriano venuto trotterellando a vedere quel che avveniva di straordinario nei suoi prati, alcuni lama d'un santuario - che vedevamo biancheggiare sopra un'altura vicina - delle donne arrivate da un lontano gruppo di yurte. I buoi, frustati, incitati, tiravano docilmente, ma senza visibile resultato; e allora noi ci attaccammo alle corde con i buoi, e i carovanieri con noi, e poi tutti gli altri, mandriani, lama e donne; dove era un pezzo di corda libera vi compariva una mano; e la vettura finalmente si decise a seguirci sulla via della salvezza. Tutte quelle mani subito ci ricomparvero davanti aperte e tese, ed ebbero il meritato compenso delle loro fatiche. Uno di quelli uomini parlava un po' di russo.
- Quale  la strada per Kiakhta? - gli domand Borghese.
- Vi sono due strade per Kiakhta; una passa per la montagna, e l'altra per la pianura. Quella della pianura  la migliore.
- Da che parte  la migliore?
-  questa qui dove siamo.
- Allora mostraci dove  la peggiore.
Ce l'indic e, finiti i nostri preparativi, rimesse al posto corde, tavole e attrezzi, ci dirigemmo da quella parte. La nostra partenza cagion la pi ragionevole sorpresa a tutta quella gente che ci aveva aiutati a disincagliarci. Non ci aveva visti arrivare, e probabilmente supponeva si trattasse di uno strano furgone i cui cavalli fossero stati condotti lontano. Il frastuono del motore messo in azione la fece arretrare con un movimento di paura; il movimento dell'automobile la fece ridere. Erano tutti ilari e soddisfatti come quei due mongoli che avevamo incontrato arrivando ad Urga. Del resto questo effetto esilarante dell'automobile lo abbiamo riscontrato su tutte le popolazioni pi ingenue e pi semplici. L'ammirazione  il sentimento esclusivo di chi sa.
Il sentiero serpeggiava per valloni, valicava colline, era un po' sassoso, un po' ripido talvolta, sarebbe stato pessimo se non impossibile per dei carri a cavalli, ci costringeva a procedere pianissimo, con ogni cautela, ma ne eravamo soddisfatti. "Almeno qui non si affonda!" - esclamavamo ogni momento. E poi era venuto il sereno, la mattinata era incantevole, passavamo sul bordo di prati pieni di fiori, costeggiavamo boschetti di betulle - le prime betulle - respiravamo a pieni polmoni la frescura odorosa della primavera, e non ci saziavamo mai di godere tutte queste cose cos nuove. Le ore passavano senza noia. Dopo l'incidente del fango trovavamo tutto facile, tutto semplice; eravamo diventati pazienti. Se smarrivamo la strada e dovevamo orizzontarci giudicando dai punti cardinali e ricercando le imperfette indicazioni della carta, ci rassegnavamo con buona grazia. "Meglio questo che affondare!" - ci ripetevamo a guisa di consolazione. Il pericolo corso nel pantano ci aveva conferito delle virt nuove.
La macchina si arrampicava con facilit sulle salite pi scoscese. Alle dieci ci trovammo sulla vetta d'un'alta collina, e ci fermammo per ammirare un paesaggio meraviglioso. Dietro a noi un digradare agitato di verdi colline andava a spegnersi nella gran valle del Tola, azzurra, luminosa. Non si scorgeva pi Urga, nascosta nel rovescio delle ultime alture lontane, ma, quasi per segnare la sua posizione, per indicare al devoto viaggiatore lamista ove rivolgere il suo sguardo ansioso di scoprire la sacra residenza del vivo Buddha, una pagoda bianca si affacciava da una vetta e pareva scintillare al sole. Dei cavalieri mongoli, dall'aspetto di soldati, avevano messo piede a terra, e guardavano anch'essi verso Urga. Noi li distogliemmo dalla contemplazione col nostro moto che rendeva irrequieti i loro cavalli. Riprendemmo la corsa velocemente.
Ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella collina, che ci aveva offerto uno spettacolo cos pittoresco, ci present un rovescio disastroso. Il sentiero scendeva precipitosamente in linea retta dalla sommit alla base; era ingombro di pietre, di ciottoli, di sassi, e s'inclinava tutto a sinistra bordeggiando un burrone.
Ettore, che guidava, strinse di colpo i due potentissimi freni della macchina e lev la trasmissione. La vettura strisci per alcuni metri, con le ruote motrici quasi immobili, sobbalzando sui ciottoli, finch impunt su delle grosse pietre e si fermo. I freni furono gradatamente allentati, ma la macchina non si mosse.
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- Bisogna togliere i sassi avanti alle ruote - osserv Ettore.
Il Principe ed io scendemmo per compire questo lavoro. Ma i sassi erano fortemente piantati nel suolo e non riuscivamo a smuoverli.
- Non fa niente - esclam Ettore - con una piccola spinta del motore passo sopra alle pietre e vado avanti.
E, detto fatto, abbass la leva della trasmissione. Per poco quella manovra non condusse ad una catastrofe. La pendenza della strada era cos forte, che l'automobile, sorpassato l'ostacolo, si precipit per la discesa, insensibile al freno a pedale; e, nel breve tempo che Ettore impieg a stringere anche il freno a mano - il pi potente - gi la velocit era divenuta troppo grande per poterla dominare. La macchina aveva preso la mano.
Balzava sulle pietre con tale impeto che ad ogni urto la vedevo sollevata in aria. Pareva che scendesse a salti. Si rizzava, a momenti, sulle ruote posteriori come impennandosi, e ricadeva di scoppio; aveva oscillazioni violente che la facevano inclinare sui fianchi; il bagaglio si sfaceva; si udiva un sinistro rumore di ferraglie, un risuonare metallico. Borghese era rimasto aggrampato a quel mostro in furore, e ne era trascinato violentemente e scosso.
Egli si trovava al fianco della macchina quando Ettore fece agire il motore, e vedendola fuggire aveva fatto un rapido tentativo di trattenerla. Per qualche istante, spinto da un irriflessivo e disperato desiderio di salvarla, egli oppose una resistenza accanita ed inutile alla sua discesa. Aveva visto il pericolo, ed istintivamente lott contro l'inevitabile, mettendovi tutte le sue forze e tutta la sua volont.
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- Frena! Frena! Frena! - gridava intanto.
Non potendo trattenerla, volle accompagnarla. Non si decise a lasciar presa. Attaccato fortemente alla carozzeria, subiva tutti gli sbalzi e tutte le oscillazioni. Ettore taceva. Curvo sul volante raccoglieva tutta l'energia nell'attenzione. Spiava il momento di riprendere il dominio sulla sua macchina. La sua presenza di spirito vinse. Ho gi detto che la strada era inclinata verso sinistra; in un punto ove questa inclinazione era molto sensibile, egli vir bruscamente a destra e condusse l'automobile su delle grosse pietre. Essa fece un gran salto, ma rallent. Pochi momenti dopo era domata, e finiva la discesa docilmente, ubbidiente alla volont del guidatore.
La fuga non era durata pi di venti secondi, ma ci era sembrata senza fine. Io l'avevo seguita a piedi, correndo e gridando senza sapere bene perch: Ferma! Ferma! - come se la migliore volont di tutti non fosse quella di fermare. Raggiunsi l'automobile in fondo alla strada. La macchina ferma spandeva un tanfo d'olio bruciato, e un sommesso rumore di frittura.
- Questa volta l'abbiamo scampata bella! - esclam Ettore scendendo dal suo sedile e asciugandosi il sudore. - Io non so come sono arrivato qui. Un miracolo! - e volgendosi a me sorridendo: - Ha veduto che salti?
- Altro che! Pareva che volesse sfasciarsi ogni cosa.
- E io lo credevo. C' stato un momento che ho visto tutto perduto. Pensavo: qui andiamo a finire a pezzi!
- Quale momento?
- Ha osservato che a mezza costa ho voltato un po' a destra?
- S.
- Allora. Ho detto: O va o spacca!
-  andata! Ma i freni non agivano?
- Agiscono, s, ma per mantenerli bene bisogna metterci molto olio, e non fanno presa subito; scivolano. Per la strada vanno benissimo; ma queste sono strade? Abbiamo "fatto" tutte le strade delle Alpi,  vero Eccellenza?, e non c' mai successo niente di simile.
Il Principe sorrideva, guardando la via percorsa in modo cos insolito, e pareva tutto assorto a fissarne i ricordi. Vi  sempre una specie di letizia dopo il pericolo. Poi si scosse esclamando:
- Andiamo.  tardi. Stasera vorrei accampare in riva all'Iro.
La macchina fu accuratamente esaminata. Non presentava alcun danno. Ricomponemmo e rilegammo il carico, e, ripresi i nostri posti, partimmo velocemente.
- Dicono - mi osserv Borghese scherzando - che quando si sono avute due disgrazie in un giorno viene anche la terza.
E avevamo l'aria di sfidarla, quella terza. Che venisse pure. Noi ci sentivamo forti di nuova esperienza; conoscevamo adesso i pericoli della pianura e della montagna. Che cosa potevamo temere? Avevamo torto. Dovemmo accorgercene anche troppo presto.
La terza arriv.
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CAPITOLO 10. SULLA VIA DI KIAKHTA.
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La terza disgrazia. Fra mongoli e buriati. Una corsa notturna. Il passaggio dell'Iro. La prima foresta. Kiakhta.
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La strada fra Urga e Kiakhta, quella percorsa dalle carovane, valica un gruppo di montagne compreso fra i fiumi Chara-gol e Iro (che scorrono tutti e due da est ad ovest per gettarsi nell'Orchon, il pi grande confluente della Selenga). Quelle montagne, che prendono il nome di Chara-gol, ma che, sulla fede della carta geografica, si chiamano anche Monti Argal, sono scoscese e sassose. La strada ci era stata descritta come difficilissima. Per questo avevamo deciso di evitarla.
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Volevamo girare intorno ai monti malfamati, avvicinandoci alla valle dell'Orchon. E per ore ed ore, dirigendoci col semplice aiuto del buon senso, passando per una rete di viottoli e di sentieri, lasciandoli volta a volta a seconda del loro orientamento, correndo spesso fuori d'ogni sentiero, valicammo colline, traversammo pianure, percorremmo vallate. Non era raro il caso che una parvenza di strada ci conducesse per luoghi impossibili, ci mettesse di fronte a passaggi da capre, e allora tornavamo indietro, pazientemente, fino al primo bivio. Quando potevamo domandavamo indicazioni ai pastori, ai carovanieri, ma le loro risposte erano sempre vaghe. I pi c'indicavano il nord: Kiakhta era al nord, e loro non conoscevano modo migliore di andarvi che dirigendosi da quella parte.
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Diffidavamo dei sentieri abbandonati; scendevamo spesso dalla vettura ad osservare se le traccie d'un transito erano recenti o antiche; preferivamo il terreno vergine ad un sentiero abbandonato, perch l'abbandono era sempre giustificato da qualche grave ragione. L'abbandono significava pericolo. Esplorando a piedi trovavamo infatti che pi avanti il terreno si era allagato, o impantanato, oppure che l'acqua aveva scavato qualche largo crepaccio. Avveniva talvolta che trovavamo improvvisamente i segni freschi del transito interrotti, e allora investigando scorgevamo sull'erba che essi deviavano, e deviavamo anche noi. Profittavamo cos dell'esperienza dei nomadi e dei conduttori di carovane. Della gente passata da giorni, e che si trovava allora chi sa quanto lontano da noi, ci serviva da guida come se fosse l e ci precedesse.
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Alle due del pomeriggio sboccavamo in una pianura verde di cespugli e di alte erbe; non osservammo al primo momento che era tutta una vegetazione palustre. Calcolavamo che il fiume Chara-gol non dovesse essere lontano. Avanti a noi si levavano le prime vette degli Argal. Ad un certo punto ci accorgemmo che la strada sembrava abbandonata. Avevamo avuto appena il tempo di scambiarci una rapida parola, che l'automobile affondava e si fermava di colpo. Era entrata velocemente in un pantano torboso, la cui crosta, essiccata dal sole, aveva tutte le apparenze della solidit. Questa volta la macchina s'era inclinata a destra.

Saltati a terra, constatammo uno strano fenomeno, che ci tolse immediatamente tutto il nostro coraggio. Il suolo ondeggiava sotto i nostri passi. Era come se camminassimo sopra una distesa di pezzi di sughero galleggianti nell'acqua. La crosta cedeva senza rompersi; si abbassava alla pressione del piede, per rialzarsi appena il piede la lasciava. Ad ogni passo sentivamo un propagarsi d'onde. Il terreno faceva l'effetto d'una vasta distesa di caucci. Era evidente che sotto a quella debole superfice vi erano delle profondit liquide. Vi pensammo come ad un abisso di fango. Volemmo sondare il suolo, e v'immergemmo il manico della pala: il lungo bastone scivol gi come in una guaina. Ne provammo un senso di terrore. Comprendemmo che quella massa di mota avrebbe inghiottito l'automobile se non riuscivamo a salvarla subito.
Ci guardammo intorno. Eravamo soli. La pianura, silenziosa e calda, era deserta. Cominciammo a lavorare, ma con l'angoscia di fare cosa inutile. Compivamo un dovere; non volevamo cedere senza lotta; ci preparavamo a contendere con tutte le forze la nostra macchina alla voragine di melma, ma senza speranza di vincere, con l'animo di chi contende alla morte la vita d'una persona cara e condannata. Lavoravamo per ingannare noi stessi, per darci l'illusione di essere utili. Sapevamo bene che non avremmo potuto far nulla, noi tre soli. Non v'erano citt vicine, dove correre a domandare aiuto, a cercare operai, macchine, argani.
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- Se si trovasse un cavallo! - disse Borghese. - Se si trovasse un cavallo correrei ad Urga, arriverei nella notte, e domani a sera sarei di ritorno con degli uomini....
Troppo tardi! L'indomani a sera la macchina sarebbe stata gi forse sepolta.
- Questa volta  finita! - esclamava il Principe di tanto in tanto, lui che non si scoraggiava mai di nulla. - Adesso  finita! Stamani, quando abbiamo incagliato la prima volta, ero sicuro che ce la saremmo cavata, ma ora...!
E pensavamo gi, senza dirci nulla, al lungo viaggio a piedi, per le montagne di Chara-gol, con un sacco sulle spalle, verso Kiakhta, taciturni come dei prigionieri di guerra pieni della visione d'una battaglia perduta.
Il lavoro delle martinette non aveva prodotto altro risultato che di immergere le martinette stesse nel suolo, e di rompere di pi la piccola crosta solida che sorreggeva ancora l'automobile. L'affondamento continuava lento, inesorabile.
Il mozzo della ruota posteriore destra era scomparso per il primo. Le assi, il cassone della benzina, il differenziale, s'incastravano sempre pi nel fango. I montatoi, che al primo momento stavano a venti centimetri dal suolo, dopo alcuni minuti s'erano piantati a fondo nella terra. La macchina insensibilmente scompariva. Provavamo l'angoscia del naufrago che assiste all'agonia della sua nave. Ci ponemmo alacremente ad alleggerirla. Scaricammo il bagaglio, gli attrezzi, le pneumatiche di ricambio, gettando tutto alla rinfusa sull'erba. E poi non potevamo fare altro, e rimanemmo immobili, cercando ostinatamente un rimedio.
- Prepariamoci un bicchiere di th - disse Borghese dopo un lungo silenzio.
Quelle poche parole erano quasi un segnale d'abbandono. Fare il th voleva dire lasciare la macchina, smettere di prodigarle il nostro lavoro inutile.
Un ruscello vicino ci forn l'acqua, che facemmo bollire con la fiamma della lampada da saldare, e ci facemmo una pentola di th, alla quale attingevamo con i bicchieri. Sdraiati in terra, scamiciati, sudati, sporchi di fango, bevevamo a piccoli sorsi rosicchiando distrattamente dei pezzi di biscotto. Avevamo perduto l'abitudine alla colazione; in viaggio non sapevamo mai deciderci a fermarci per mangiare; non provavamo che un desiderio, quello di arrivare alla tappa, e l'appetito insoddisfatto non era che un incentivo di pi a non perdere tempo. Ma allora potevamo sfamarci.
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Decidemmo sul da farsi. Uno di noi sarebbe rimasto accampato vicino all'automobile, gli altri avrebbero ripreso la strada di Urga, avrebbero cercato uomini, legname, cavalli, per ritornare al pi presto. Non speravamo nell'arrivo di qualche carovana: la strada era abbandonata.
Ma ecco, invece, che una carovana si mostra, lontano, fra le alte giuncaglie.  una fila di carri a cavallo, e sui cavalli riconosciamo il dug, quel caratteristico arco di legno dell'"attacco" russo. Era una fila di teleghe.
- Dei russi, sono dei russi! - gridai slanciandomi di gran corsa verso di loro, saltando sui cespugli, affondando nella mota, chiamandoli e facendo dei gran gesti per farmi scorgere.
Dei russi ci sembravano quasi dei compatrioti in quel momento. Sentivamo un'affinit e una solidariet di razza con loro, in mezzo alla Mongolia. La loro presenza era la salvezza. Quando fui vicino mi accorsi che le teleghe erano piene di gente che vestiva,  vero, in una foggia quasi russa, ma che aveva una faccia mongola: erano buriati. Mi trovavo di fronte ad una trib buriata che emigrava con le sue donne e i suoi bambini. Il capo cavalcava avanti, vestito d'una camiciola rossa, coperto da un berretto alla foggia tartara. Non aveva una fisionomia troppo rassicurante. Lo invitai a seguirmi, ed egli, ordinato alla sua trib di fermarsi, mi segu.
Parlava un po' di russo. Osserv l'automobile e domand:
- Quanto pesa?
- Centoventi pud. Vi  una buona ricompensa per te se riesci a portare questo carro fuori di qui. Accetti?
Il capo buriato medit qualche momento, poi rispose:
- S, accetto.
- Sta bene. Conduci qui i tuoi uomini e i tuoi cavalli.
Egli torn alle teleghe e le fece avvicinare di alcune centinaia di metri a noi. Le donne ne discesero, cercarono del combustibile, accesero i fuochi. Ma i cavalli non furono staccati, e gli uomini non vennero. Noi ardevamo d'impazienza. Dopo una mezz'ora il capo ritorn, solo.
- Ebbene? gli chiese il Principe - Che fai? Quando ti metti al lavoro?
Il buriato non dimostrava alcuna premura. Domand:
- Sei pronto a darmi cinquanta rubli?
- Tu porta questo carro fuori di qui, e io ti do cinquanta rubli.
L'uomo se ne riand fra la sua gente. I cavalli continuarono a rimanere attaccati alle teleghe, e gli uomini a stare vicino ai carri. Questo contegno cominciava ad essere strano.
Intanto dei mongoli arrivavano al galoppo dei lori piccoli cavalli. Scendevano chi sa da dove. Il loro occhio da avvoltoio aveva scorto da lontano un insolito oggetto nella pianura, e venivano a vedere. Ci trovammo presto circondati da una fiera moltitudine che osservava discutendo. Il buriato, incuriosito forse da quel movimento, si avvicin per la terza volta, sempre solo. Borghese gli domand ancora:
- Quando ti metti al lavoro? Hai chiesto cinquanta rubli, e ti do cinquanta rubli, ma sbrigati. Conduci qui i tuoi uomini.
Il capo trib scosse la testa.
- Non vuoi pi? - gli chiese il Principe.
- No.
- E perch?
- Non si pu.  impossibile.
E si allontan.
Perch non tentava? O perch, riconosciuto che l'impresa era impossibile, non se ne andava via con le sue teleghe, invece di rimanere accampato vicino a noi? E perch accampandosi lasciava i cavalli attaccati, quasi volesse tenerli pronti a prendere il largo? Mi si affacciava alla mente il sospetto che quei buriati meditassero qualche progetto poco piacevole per noi. Eravamo inchiodati al suolo, ed essi lo sapevano; non potevamo sfuggire. La domanda dei cinquanta rubli non era stata fatta forse per sapere se avevamo denari, molti denari, e per giudicare la nostra ricchezza dalla nostra generosit? Essi erano tanti, e noi in tre. Le steppe mongole offrono impunit ed asilo. Su di esse non regnano altre leggi che quelle della tradizione e della forza.
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I mongoli che ci stavano intorno avevano compreso una cosa: che offrivamo del denaro per essere aiutati. La parola rublo ha una circolazione molto pi vasta della moneta. Essi si misero subito al lavoro tentando di risollevare l'automobile a braccia. Ci sentimmo rianimare da quelle buone disposizioni. Occorrevano delle travi. Non so quale invincibile eloquenza mettemmo nei nostri gesti; il fatto  che fummo capaci di descrivere delle travi con una mimica prodigiosa. E fummo perfettamente compresi. Tre dei nostri nuovi amici salirono in arcione e si allontanarono di carriera, per ricomparire una mezz'ora dopo trascinando dalla sella alcune travi lunghe e sottili. Li avremmo abbracciati.
Ed eccoci all'opera con entusiasmo. Per alleggerire di pi la macchina smontammo la carrozzeria, che con l'aiuto dei mongoli deponemmo sull'erba. E con le travi costruimmo il nostro semplice apparecchio di sollevamento. Dovevamo andar cauti perch il terreno minacciava di cedere sotto alle leve, e le travi, troppo vecchie, scricchiolavano e temevamo si spezzassero. Ma l'automobile, a poco a poco, risorgeva; sotto alle ruote incastravamo grossi pezzi di legno, tagliati da una trave a colpi d'accetta. Era un lavoro lento e paziente. Ci vollero tre ore per mettere la macchina in condizione da poter essere strappata dai suoi solchi profondi. Attaccammo le corde alla parte posteriore del telaio, e tutti uniti tentammo di trascinarla. Ma ogni sforzo fu inutile.
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Dei buoi, c'erano dei buoi? Dopo aver descritto col gesto delle travi ci fu facile domandare dei buoi. E fu condotta una mandria, che doveva pascolare qualche chilometro lontano. La lunghezza delle corde non ci permise di aggiogare che quattro buoi. Le povere bestie tirarono e tirarono, ma non riuscirono pi di noi a smuovere l'automobile. Comprendemmo per che se i buoi avessero potuto fare uno sforzo simultaneo, sarebbero riusciti. Essi, incitati, tiravano ad intervalli, uno dopo l'altro. Come fare a persuaderli dei vantaggi d'una perfetta unione? Ci venne un'idea geniale: mettere in azione il motore.
Il successo fu completo. Al frastuono improvviso, i quattro buoi spaventati puntarono i piedi con una sincronia perfetta, e abbassarono il grosso capo cornuto muggendo in un resoluto movimento di fuga. L'automobile oscill. Ettore, salito sulla macchina, spinse il pedale dell'acceleratore e il rumore divenne assordante, scoppi con l'impeto d'un urlo mostruroso. Le quattro bestie atterrite fremerono tirando disperatamente; e tutto ad un tratto la macchina usc dai solchi, d'impeto. Fu un momento di gioia profonda.
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La carrozzeria torn al posto in pochi minuti. Il bagaglio, le gomme di ricambio, le provviste e gli attrezzi, furono caricati con una rapidit festosa. Mezz'ora dopo eravamo pronti a ripartire. I mongoli ebbero una generosa distribuzione di rubli, salutata con esclamazioni d'entusiasmo e con gesti della pi espansiva amicizia. In quel mentre il capo buriato s'appress e stese anche lui la mano. Borghese gli disse sorridendo:
- Niente lavoro, niente denaro!
Il buriato ritir la mano, e con una torva occhiata rispose:
- Non ho bisogno del tuo denaro!
Ed aggiunse parole che non comprendemmo. Poi lo vedemmo montare a cavallo e far cenno alla sua trib di rimettersi in marcia. La lunga fila di teleghe si allontan.
Domandammo ai mongoli una guida. Uno di loro si offr. Mont a cavallo e noi lo seguimmo. Tutti gli altri ci scortarono. Erano pieni d'ingenua contentezza, facevano delle gran galoppate intorno a noi, gridando e ridendo. Alcuni cavalli portavano due cavalieri, come laggi ad Urga nel sguito del governatore. La guida eseguiva il suo compito con molta dignit. Percorrevamo un vero labirinto, rasentando ogni tanto delle paludi, serpeggiando fra gli alti giunchi e i ciuffi d'iris nella vasta e desolata pianura acquitrinosa. Il sole tramontava, e sulla terra si spandeva una bruma che dava al paesaggio un indicibile colore di tristezza.
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Al limite del piano la strana cavalcata ci abbandon e si disperse. La guida consent ad indicarci una strada che evitasse le montagne. Quando ci lasci era quasi notte. Il suo cavallo tremava di stanchezza. Dopo averci salutati, e ringraziati per il compenso che gli avevamo dato, l'uomo si sdrai sull'erba. Noi continuammo il cammino. Avevamo bisogno di acqua per la macchina e per noi; non potevamo fermarci senza averla trovata. Ci aspettavamo da un momento all'altro la comparsa del fiume Chara-gol. Guardavamo ansiosamente avanti a noi, e ad ogni vallata, ad ogni folto di vegetazione, dicevamo: Il fiume deve esser l! - ma il fiume non si vedeva, e noi andavamo a cercarlo pi avanti, con nuova fiducia.
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V'era la luna. Non avevamo fanali; cio li avevamo, ma non erano preparati per essere accesi. Ci trovavamo in mezzo ad una quantit di alture, e il sentiero s'insinuava in strette valli, saliva, scendeva, reso appena visibile per l'erba dei bordi. Lo guardavamo intensamente nella paura di perderlo. E al nostro occhio stanco, sotto alla luce spettrale della luna, tutto prendeva un aspetto pauroso, incerto e fantastico. I profili delle colline, le ombre cupe dei valloni, gli arbusti, ci facevano sussultare alle volte perch non li riconoscevamo; assumevano apparenze misteriose e indefinibili. Ci pareva di sorprendere un lento moto nelle cose, uno strisciare silenzioso d'ignote forme intorno a noi. Chi ha viaggiato di notte per regioni sconosciute e deserte ha visto queste trasformazioni bizzarre, e tornato di giorno negli stessi luoghi si sar sorpreso di trovarli tanto diversi. Si direbbe che la terra profitti dell'oscurit della notte per vivere una sua vita mostruosa.  che nella notte tutto quello che c' di favoloso, di stravagante, di assurdo nella nostra fantasia, esce e prende posto nell'ombra. Non vi sono due persone che vedano allo stesso modo un paesaggio notturno: ognuna vede il suo paesaggio.
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Infatti ciascuno di noi, in quella indimenticabile sera, scorgeva qualche cosa che gli altri non riuscivano a vedere. Erano fiumi, erano case, erano uomini immobili, visioni che svanivano avvicinandosi. Il terreno sembrava buono per la corsa, ma di quando in quando sentivamo stridere la sabbia sotto le pneumatiche che affondavano, e il motore si "affaticava". Allora la macchina era messa a tutta forza per non arenare. Ad un certo punto vedemmo realmente degli esseri che si muovevano: erano cammelli. Passammo vicino ad una carovana accampata. Due uomini erano in piedi presso al sentiero. Si volsero con moto repentino, e non si mossero pi. Avremmo voluto poter scorgere l'espressione dei loro visi all'apparizione subitanea di quell'enorme massa nera che fuggiva rombando per le solitudini del Daturbada.
- Che ora ? - chiese il Principe, il cui orologio si era spezzato.
Accesi cautamente un fiammifero, e guardai il mio:
- Le nove.
Eravamo in cammino dalle quattro della mattina: diciassette ore di continuo lavoro e di accasciante tensione nervosa. Ci sentivamo stanchi. E il Chara-gol non si trovava ancora. Non potevamo mancarlo, poich il suo corso ci avrebbe attraversato la strada.
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La luna declinava. La notte si popolava di stelle. Io non vedevo pi il sentiero, affatto, ed ammiravo la sicurezza di Ettore che guidava come fosse stato sulla migliore delle strade maestre.
- Un lume! un lume! - esclamammo ad un tratto scorgendo una luce lontana.
- Deve essere il fuoco d'un accampamento sulla riva del fiume - osserv il Principe.
Riprendemmo coraggio. Ma pochi momenti dopo la luce era sparita. Per avevamo ben fissato in mente il punto ove essa era apparsa, e frugavamo avidamente con gli occhi quell'angolo di tenebre. Quando giungemmo l, dopo alcuni minuti, intravedemmo alcune yurte, e ci fermammo. Un branco di cani ci attorni abbaiando. Comparve un uomo nel vano d'una porta illuminata. Gli domandammo dell'acqua, ed agli ci offr tutta quella che aveva, in un recipiente di coccio. Era calda, grassa e terrosa. Gli chiedemmo dove fosse la sorgente, e c'indic la strada con un gesto che voleva dire: vicino! Lo invitammo a guidarci, e rifiut. Aveva paura di noi.
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Proseguimmo fino ad un prato dove decidemmo di accamparci. Mentre Ettore piantava la tenda, il Principe ed io ci mettemmo alla ricerca della famosa sorgente. Egli portava il secchio ed io la pala; il secchio per l'acqua, e la pala per i cani. Rappresentavo la difesa, e una difesa necessaria perch i cani mongoli sono di una ferocia famosa. La luna era tramontata e la terra dormiva eguagliata dal lieve pallore sidereo. Dopo molte ricerche riuscimmo a trovare un rivoletto di acqua melmosa e vagamente putrida. Non ci fu possibile, con tutta la sete che avevamo, di berne un solo sorso. Tornati alla tenda ne facemmo del th, che riusci il th pi perfido che si possa immaginare. Divorammo in silenzio qualche scatola di conserva, sorseggiammo quella perfidia bollente (con molto zucchero) ed entrammo carponi sotto la tenda. La notte era divinamente calma.
Avemmo la precauzione di non lasciare nulla fuori della tenda, ed Ettore, fedele alla consegna, si mise la pistola a portata di mano. Sdraiati sull'erba, avvolti nel tepore dolce delle pellicce, non tardammo a prender sonno profondamente.
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A met della notte fui risvegliato bruscamente dalla voce di Ettore che gridava:
- Chi ?
Egli si era sollevato, e sentii che cercava la Mauser. Mi misi in ascolto. Dopo alcuni istanti udii all'esterno un rumore sommesso e breve ma distinto nel grave silenzio notturno.
- Chi ? - grid ancora Ettore in tono pi reciso.
Nessuno rispose. Pass un alito di vento, e il rumore si ripet. Era un battere rapido, leggero, incomprensibile, vicino. Piano piano sollevammo un lembo della tenda, e guardammo....
- A momenti sparavo! - esclam Ettore sorridendo - Chi immaginava che facesse tutto questo rumore di notte. Mi ha svegliato!
Era la bandiera. La nostra bandiera, issata sull'automobile, che ad ogni soffio d'aria sventolava, si agitava, e sbatteva lievemente.
Pareva che essa vivesse e vegliasse.
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Eravamo stati accampati soltanto a pochi chilometri dal fiume, che passammo, a guado veloce, alla mattina del 24 Giugno, di buon'ora. Avevamo lasciato le montagne alla nostra destra, e ci avvicinavamo, verso ponente, al corso dell'Orchon, attraverso una serie di pianure acquitrinose. Ma stavamo bene in guardia contro le insidie del terreno. Avevamo avuto una lezione dura, ma utile. Non spingevamo avanti l'automobile se prima il suolo non era stato accuratamente esplorato, studiato, discusso. Il pericolo ci circondava da tutte le parti; spesso sentivamo improvvisamente sotto il nostro piede la mobilit ondeggiante del pantano nascosto e ci ritiravamo con un senso di ribrezzo, come se avessimo calpestato un rettile, gridando ad Ettore, che guidava cautamente la macchina dietro ai nostri passi:
- Indietro! Indietro subito!
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E cercavamo nuovi passaggi. Qualche volta non trovavamo via d'uscita, e dovevamo retrocedere per tentare altrove. Piano piano, con pazienza riuscimmo a districarci dagli acquitrini, ed a raggiungere le colline che si allungano, nude e sabbiose, fra l'Orchon e l'Iro.
Fino dalla sera precedente avevamo scorto sul suolo dei segni che ci avevano interessato. Erano le traccie d'un carro, e le impronte dei passi di due europei. Quando per migliaia di chilometri non si sono viste che delle orme di scarpe cinesi e di stivali mongoli, il calco d'una suola europea fa l'effetto del ritratto d'un conoscente. Quelle vestigia camminavano nella nostra stessa direzione, ed erano recenti. Sparivano alle volte; nel piano le avevamo perdute; poi le ritrovammo e ne avemmo uno strano piacere. Parlavamo di loro. Da quanto tempo erano state impresse? Da un'ora, forse da meno. Segnavano il passo sicuro e lungo di due uomini giovani. Non erano carrettieri, perch un carrettiere siberiano guida molte teleghe in fila, e l invece due uomini scortavano un solo carro. Il carro sembrava poco carico, i suoi solchi erano leggeri; doveva portare qualche mercanzia preziosa che pesava poco ed esigeva buona guardia. Non s'immagina quali piccole cose bastino, nella monotonia infinita d'un viaggio come il nostro" a risvegliare la curiosit e a fornire un inesauribile argomento di conversazione. Un indizio, una traccia, un rumore, trasportano l'immaginazione nel bel mondo inesplorato delle congetture.  l'unico divertimento.
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Per un declivio raggiungemmo i nostri europei. Erano due giovani russi, biondi e aitanti, dall'aria di operai. Dal carro protetto da una tenda, si affacci una donna, giovane anch'essa, con un bambino al seno. Scambiammo un saluto: Do svidania! E fu il primo nostro saluto russo.
L'Orchon ci apparve, fiancheggiato da una sitibonda folla di piante rigogliose, serpeggiante nella sua immensa valle verde sulla quale pascolavano mandrie di buoi. Lo vedevamo dall'alto. Per un momento lo credemmo l'Iro. Poi il sentiero volse al nord, discese le alture, ci condusse per altri piani dove fummo costretti a ricominciare le esplorazioni. Passammo dei fiumiciattoli, confluenti dell'Iro, entrandovi prima a piedi per tastarne il fondo e cercare i punti meglio guadabili per l'automobile. Dei sabbioni pesanti e difficili annunziarono la vicinanza d'un gran fiume. E finalmente l'Iro, limpido, largo, veloce.
L'avevamo raggiunto. Ma come attraversarlo? Era possibile passare con la forza del motore? Ettore entr nell'acqua; non aveva fatto cento passi che lo vedemmo andar gi fino all'anca. Torn indietro dicendo:
- Bisogna trovare un altro modo. Il fondo  buono, ma l'acqua coprirebbe il magnete; l'accensione non funzionerebbe pi, e ci fermeremmo subito, in mezzo alla corrente. La corrente  fortissima; a momenti mi rovesciava.
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Pensammo alla costruzione d'una zattera. Per sorreggere il peso dell'automobile ci sarebbe voluta una zattera molto ampia, ed almeno a due strati di travi: dove trovare tanto legname? Guardandoci intorno scoprimmo, vicino ad un gruppo di arbusti, una vecchia capanna - che somigliava gi ad un'isba - circondata da una piccola palizzata.
- Compriamo la capanna - suggerii - demoliamola, costruiamo la zattera....
- Ci vorrebbe un tempo enorme - osserv il Principe. - Vediamo prima se non si pu far nulla di pi sbrigativo.
Alcuni mongoli, usciti dalla capanna, si avvicinavano. Vi erano delle donne, col viso circondato dalla buffa acconciatura ad orecchia d'elefante. Altri arrivavano a cavallo, lungo la riva soleggiata.
Forse avremmo potuto raggiungere la barca che serve a traghettare i carri sulla strada della montagna. Doveva esservi qualche sentiero che vi conducesse. Interrogammo i mongoli, alcuni dei quali comprendevano un po' di russo.
No, non v'erano sentieri; pi a monte la riva si faceva rocciosa. Avremmo dovuto retrocedere fino alla strada percorsa da noi nella vigilia, e passare la montagna, ammesso che la montagna fosse passabile.
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Vi era un altro mezzo: togliere all'automobile il magnete, e trascinarla all'altra riva. Il motore, coperto da uno strato di grasso, non ne avrebbe sofferto, a meno che l'acqua non fosse penetrata nei cilindri. Decidemmo di tentare immediatamente. Facemmo capire ai mongoli il nostro progetto. Ci occorrevano dei buoi; avremmo pagato bene, ma ci occorrevano subito. Essi accettarono. E dopo poco, volgendoci, vedemmo un gruppo di buoi arrivati, chi sa da quale parte, sotto la guida di due mandriani agitanti il lungo pungolo. A quella vista convenimmo solennemente che il mongolo  il popolo pi civile e pi cortese dell'universo.
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Ettore, sdraiato nella sabbia calda sotto all'automobile, supino, lavor lungo tempo. Tolse quella lamiera (noi la chiamiamo sottopancia per una certa analogia alla ventriera del cavallo) che protegge dal basso il motore e il volano, svit accuratamente il magnete, poi copr le parti pi delicate della macchina con stracci intrisi d'olio, involse accuratamente il magnete nella sua giubba, ed alla fine si dichiar pronto. Le funi furono attaccate all'automobile, ed i buoi alle funi. E incominci una singolare navigazione al rimorchio su quei trecento metri d'acqua.
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Con i buoi e l'automobile entrarono nell'Iro tutti i mongoli; alcuni a piedi, altri a cavallo, a due, a tre per groppa. Anche le donne inforcarono le selle per seguire il corteggio nautico. Il Principe ebbe una cavalcatura a sua completa disposizione. Io, sopra un altro cavallo, stavo per iniziare tranquillamente il guado, ed ero tutto intento a sollevare la macchina fotografica al di sopra della probabile portata degli spruzzi, quando qualcuno piomb dietro a me sulla mia sella. Era un mongolo, il quale trovava la cosa naturalissima: egli si afferr con serena confidenza alle mie spalle, ridendo, ed arrivammo cos insieme all'altra riva, fraternamente.
In mezzo al fiume le ruote dell'automobile scomparvero, e l'acqua gorgogliando pass sul piano della carrozzeria. I buoi ebbero un istante d'incertezza sentendosi spingere dalla corrente vorticosa che li faceva deviare; ma i gridi e il pungolo li piegarono di nuovo allo sforzo, ed un minuto dopo assistevamo allo spettacolo poco comune d'un'automobile uscente dal bagno, tutta rorida e gocciolante, lasciando dietro a s una larga traccia di acqua. Dal momento in cui eravamo arrivati sulla riva sinistra a quello nel quale raggiungevamo la destra erano trascorse due ore e mezza.  molto per fare trecento metri di strada.
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Un'ora dopo eravamo pronti a superare l'ultimo lembo della Mongolia. Avvertimmo quella brava gente dell'arrivo di altri carri come il nostro, e partimmo. In quel momento fra la brava gente si accese una disputa dall'apparenza pi feroce, causata dalla divisione del danaro guadagnato. Si sarebbe detto che stessero per metter mano ai coltelli, se non si sapesse che i mongoli rifuggono con orrore dal versare sangue; la loro religione lo vieta, ed essi ubbidiscono alla lettera. Quando vogliono vendicarsi d'un nemico, lo strangolano.
Correvamo veloci. Avevamo fretta di passare la frontiera russa. Non so perch, ma avevamo l'impressione che al di l della frontiera russa le difficolt del viaggio fossero finite. Nutrivamo la incoraggiante illusione che oramai tutto si riducesse ad una gran serie di passeggiate. Sulle carte le strade da Kiakhta cominciavano ad essere segnate con due linee invece che con una sola: non era la prova di un gran cambiamento? Quelle due linee ci sembravano deliziose a vedersi. Aprivamo ogni tanto la carta niente altro che per percorrerla con l'occhio, pregustando la gioia d'un ininterrotto "sessanta all'ora".
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Ad una quarantina di chilometri dall'Iro entrammo nell'ombra di maestose pinete. Fu un passaggio repentino dalla terra riarsa e nuda al bosco. In pochi minuti ci sentimmo infinitamente allontanati dall'Impero Cinese, del quale pure calpestavamo ancora il suolo. Ci scambiavamo parole di ammirazione e d'entusiasmo, come se non fossimo mai entrati in un bosco nella nostra vita. Ai piedi dei grandi tronchi eretti si stendeva mollemente il tappeto dell'erba. Respiravamo gli effluvi della resina. Vi erano delle verdi rasure che facevano venir voglia di fermarsi e di godere l'ombra, assisi su qualche vecchio albero caduto.
- Che bellezza! - ripetevamo.
- Pare un parco!
Ripensandoci, la bellezza non era eccessiva, ma era grande la novit. La Bogda-Ula ci aveva fatto rivedere delle foreste, ma da lontano. E l la foresta ci accoglieva. La differenza  grande quando si viene dal deserto. La strada era un po' sabbiosa, e ingombra qua e l di radici sollevate, ma relativamente facile. Sopravvenne per, dopo qualche ora, un cambiamento che ci rese la foresta intollerabile; e fu l'annuvolarsi del cielo. Quando manca il sole la compagnia degli alberi diviene troppo triste: essa mette ombra su ombra; l'oscurit si fa opprimente perch eguale, ed offre tutte le melanconie del crepuscolo.
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Allorch uscimmo dalle pinete, e l'orizzonte si apr, vedemmo verso il nord un nero di tempesta. Sotto all'ammasso di nubi pi fosche, basse e livide, lontano, correva sulla terra come una striscia di nebbia. Correva simile al fumo d'un incendio rapidamente propagato. L'aria era calma. Scendemmo in una pianura sabbiosa. Una piccola carovana di carrette s'era accampata. Ci fermammo perch la benzina nel cassone era finita, e bisognava travasarne dai serbatoi. Improvvisamente la calma grave dell'aria s'interruppe, e un colpo impetuoso di vento pass ululando. Era l'avanguardia d'un uragano, che dopo alcuni minuti si abbatt con furore sulla pianura, sollevando nubi acciecanti di polvere. La direzione del vento mutava turbinosamente. Si fece un'oscurit sinistra.
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Era l'addio della Mongolia. Assistevamo ad un fenomeno abbastanza frequente in quelle regioni: ad una tempesta di sabbia. Ci trovavamo in un vortice d'aria. L'automobile ne era tutta scossa; noi ci tenevamo sottovento, vicino alla macchina. La sabbia scorreva al suolo, come un fluido, formava delle correnti gialle, si accumulava, si innalzava a mulinelli. La massima violenza non dur che pochi minuti; e dopo mezz'ora il vento cadde del tutto, con la stessa rapidit con la quale era venuto. Vedemmo l'uragano allontanarsi, come si vede fuggire sulla terra l'ombra delle nubi.
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Kiakhta non doveva trovarsi lontana. Erano le quattro e mezza del pomeriggio. Volevamo arrivarvi in tempo per compire prima di sera le operazioni di dogana e dormire sul suolo russo. Cercavamo di affrettare la marcia, ma la strada ci condusse su delle dune nelle quali le ruote affondavano. La sabbia era smossa ed alta, ed offriva una resistenza sempre pi grande. Le ruote motrici cominciarono a girare senza procedere, scivolando. Il motore si affaticava e si riscaldava, e il vapore usciva sibilando dal radiatore. Ci mancava l'acqua, e per timore d'"ingranare", cio di provocare la fusione di qualche pezzo della macchina, concedevamo al motore dei lunghi riposi. Esso tramandava un calore che si sentiva da lontano, e aspettavamo volta a volta che si freddasse. Intanto, durante i suoi riposi, lavoravamo noi; preparavamo la strada avanti le ruote a colpi di pala, e toglievamo cos della sabbia fino a raggiungere uno strato umidiccio pi duro. E poi avanti di nuovo; aiutavamo gli sforzi della macchina con le nostre spinte. Avanzavamo centimetro a centimetro. Ci volle un'ora a percorrere mezzo chilometro, ed arrivammo in cima ad una ripida discesa.
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A mezza costa ci apparve Kiakhta. Era a due chilometri da noi, affondata in una valle per ripararsi dai venti. Perci non l'avevamo vista prima. Si nascondeva, la superba!
Ne ricevemmo veramente l'impressione d'una grandiosit superba. Le immagini s'ingigantivano nella nostra fantasia. La prima visione di quella cittadina siberiana aveva la potenza d'un sogno di bellezza. Vedevamo dei campanili aguzzi, delle case bianche che avevano finestre, dei tetti con dei comignoli, degli opifici dalle alte ciminiere, tutte cose mirabili, quasi incredibili. Quelle forme ci stupivano, perch ci erano familiari. Pareva che l'Europa ci fosse venuta ad incontrare fino alla Mongolia.
Eravamo arrivati dunque! Ne provavamo una gioia e una fierezza. Guardavamo quella citt che biancheggiava fra il verde degli alberi, e che ci pareva tanto grande, con una specie di orgoglio, come se l'avessimo conquistata. L'aspettavamo ansiosamente, e pure la sua apparizione fu una sorpresa, e il suo aspetto una rivelazione.
Da quel momento la parola Kiakhta s'impresse indelebilmente nella mente d'Ettore, e vi divise con Kalgan l'onore di designare tutte le citt dell'Oriente russo.
Al di qua di Kiakhta si stende una bassa e disordinata moltitudine di casette;  Maimachen, l'ultima citt cinese. Urga  tripla, e Kiakhta  doppia. Le casette di Maimachen si affollano sul confine dei due imperi, contro agli edifici slavi, quasi per opporsi all'invasione. La citt russa e quella cinese non sono qui lontane, come ad Urga, ma si toccano. Hanno l'aria di urtarsi, di sospingersi, di disputarsi il terreno palmo a palmo. La zona neutra  di pochi passi - una piccola radura erbosa sulla quale s'erge, simile ad una sentinella, l'alto pilastro che segna la frontiera. La vicinanza non ha prodotto intimit. Da una parte, quel che v' di pi cinese; dall'altra, quel che v' di pi russo. Una citt che potrebbe esistere sul Volga,  unita ad una citt che potrebbe esistere sul Jang-Tsze-Kiang.
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Quel che ci sorprese in Maimachen fu appunto di ritrovarvi le caratteristiche pi vivaci della Cina. Somigliava meno ad un paese del Chi-li che ad un paese dell'Hu-pe; era pi del sud che del nord dell'Impero. Infatti i suoi abitanti vengono tutti dalle vicinanze di Han-Kow, dal cuore stesso della Cina. Vengono dalle regioni del th, e per il th. Kiakhta e Maimachen debbono unicamente al th, che giunge (o meglio che giungeva) su lunghe file di cammelli attraverso il deserto, la loro esistenza. Kiakhta  venuta a prenderlo, e Maimachen a consegnarlo. Quel luogo  stato per secoli il centro d'uno dei pi grandi mercati del mondo. Il commercio del th ha creato ricchezze favolose da Han-Kow a Mosca; il suo passaggio ha lasciato un solco di prosperit su due continenti;  una delle pi vive sorgenti di lucro di due popoli. Questi due popoli si sono dati un perenne convegno d'affari in quelle solitudini. Maimachen e Kiakhta sono la Cina e la Russia che contrattano.
Gli abitanti di Maimachen hanno portato l tutti i loro costumi, i loro usi, i loro gusti. I muri esterni delle loro case sono rozzi, eguali, nudi, grigi, perch il cinese non mostra il suo lusso ai passanti, ma ad ogni porta aperta vedevamo l'interno di grandi corti variopinte, e sulle imposte, sugli schermi a paravento messi a fermare gli sguardi degli estranei, sui pilastri, era un attorcersi di draghi e di chimere di colori vivaci, un gestire di immagini bizzarre, un volare di fenici in mezzo ad un intreccio di ornamenti tradizionali, un risplendere di grandi caratteri cinesi dorati significanti la "lunga vita" e la  "buona fortuna", tutta la vistosa raffigurazione delle cose che in Cina hanno l'incarico di respingere il male e di accogliere il bene. Tale esuberanza ornamentale e simbolica  propria dei paesi pi cinesi della Cina, di quelli al di l del Fiume Giallo, ove non giunse l'influenza tartara.
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La popolazione di Maimachen fu messa in agitazione dal nostro arrivo. Ci avevano visto discendere dalle colline sabbiose, e uscirono per le strade, ci vennero incontro, si affollarono sul nostro passaggio tutti quei cinesi dalle vesti azzurre e il ventaglio in moto. Non una donna fra loro.  una singolarit di Maimachen, la pi strana che si possa immaginare in una citt di migliaia d'abitanti: non vi esistono donne. Non so se si debba a qualche clausola dei trattati con la Russia - che teme su tutto il suo confine orientale le conquiste della prolificazione gialla - oppure ad una spontanea determinazione dei cinesi che rifuggono dallo stabilirsi lontano dai loro paesi per non soffrire dopo la morte - secondo le loro convinzioni - il pi doloroso esilio dell'anima; il fatto  che Maimachen  una citt di maschi.
Questa bizzarria ha un riscontro che forse non le  assolutamente estraneo: a tre li da Maimachen, nella campagna, esiste un villaggio di yurte abitato unicamente da donne mongole, niente altro che donne.
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Un giovane cinese ci fece cenno di fermarci, parlandoci in inglese. Voleva avere l'onore di ospitarci, sia pure per pochi minuti, come l'avevano avuto tutti i suoi colleghi da Kalgan ad Urga: egli era il direttore dell'ufficio telegrafico.
- Ho mandato ad avvertire del vostro arrivo il Commissario di polizia di Kiakhta - ci disse accogliendoci nella sua casa privata - e intanto potete rinfrescarvi, lavarvi; bere qualche cosa.
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Eravamo ridotti in uno stato indescrivibile. I nostri volti erano letteralmente neri di polvere, ed avevamo sui vestiti tutta una incrostazione dei diversi fanghi con i quali avevamo fatto intima conoscenza lungo il percorso: fango nero dei pantani, giallo del Chara-gol, bianco dell'Iro. Ci portarono acqua calda, acqua fredda, sapone, pettini, asciugamani, spazzole, e poi sigarette, vino, latte, biscotti, frutta in conserva; adoperammo ed assaggiammo di tutto; ci trasformammo di fuori e di dentro; finch ci rimettemmo in cammino, all'annunzio che il Commissario ci aspettava, riconoscenti e confortati.
Un minuto dopo uscivamo dall'Impero Celeste.
Vicino al pilastro della frontiera era piantato sull'attenti il primo gorodovoi, in tunica bianca, col berretto a piatto, la sciabola appesa alla tracolla, il petto armato di brandeburghi rossi. Alz la mano, ordinando:
- Stoi! - "Fermatevi!"
Salut rigidamente, appoggiando due dita alla visiera e battendo i calcagni, e sal sull'automobile. In piedi sopra al montatoio indic la direzione da prendersi e comand:
- Avanti, a destra!
L'automobile si mosse, ubbediente come una recluta.
Entravamo nell'Impero russo.
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CAPITOLO 11. TRANSBAIKALIA.
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La protezione ufficiale. Ospitalit siberiana. L'automobile e il th. Verso Novi-Selenginsk. La traversata della Selenga. Un paese che   nasce. Il treno.
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Il Commissario di polizia di Kiakhta, ricevendoci nel suo ufficio, ci disse con fisionomia rattristata che egli si trovava nella necessit di parlarci d'affari seri, e di comunicarci alcuni importanti documenti.
Il Principe ed io ci guardammo in aria interrogativa. Il tono del nostro ospite avrebbe quasi lasciato credere all'esistenza d'un mandato d'arresto o d'un decreto d'espulsione. Ma ci accorgemmo presto che egli assumeva sempre un atteggiamento grave e cerimonioso quando parlava di questioni d'ufficio, di qualunque genere esse fossero, e diveniva allegro e spigliato per conversare su tutto il resto. Distingueva le due personalit, del burocrata e del cittadino, con due maniere e due espressioni. Un simpatico tipo di funzionario, del resto, che fu uno dei nostri migliori amici di Kiakhta; un ometto piccolo, grasso, attempato, loquace, espansivo, colto e poliglotta. In quel momento s'era chiuso nella sua seriet professionale come in un un'uniforme.
Ritir i nostri passaporti per la vidimazione. Ci annuncio che la Dogana aveva ricevuto ordini speciali per il nostro libero passaggio, e ci consegn, dopo regolare ricevuta, dei documenti pervenuti da Pietroburgo, che rappresentavano altrettanti attestati della pi benevolente protezione ufficiale. Il Governo russo, quando la Pechino-Parigi fu progettata, declin, per mezzo del Ministero degli Esteri, di assumere responsabilit sulla sicurezza personale degli automobilisti, specialmente durante la loro traversata della Siberia. Fummo dunque gradevolmente sorpresi ricevendo a Kiakhta una lettera ufficiale del Ministro dell'Interno - un podorojn - la quale invitava tutte le autorit a prestarci il loro aiuto in caso di bisogno, e una lettera del Direttore generale della Polizia dell'Impero che ci assicurava la paterna protezione di tutte le polizie, e tre permessi speciali autorizzanti ciascuno di noi a portare due rivoltelle. Finita la consegna il Commissario rise, si stropicci le mani, e prese l'aria amichevole del cittadino privato.
Raccont allora le ultime notizie del mondo per metterci al corrente: la Duma era stata sciolta; l'ordine regnava a Pietroburgo; il sud della Francia era in rivolta; vicino a Napoli era avvenuto un disastro automobilistico... Poi ci offr dello champagne e brind al successo della nostra spedizione. Fu lui che ci accompagn alla Dogana e che ci present a molti funzionari dell'ufficio, e al signor Sinitzin, agente della Banca Russo-cinese, ed ai personaggi pi cospicui della citt. Insomma egli fu una preziosa ed amichevole guida.
Alla Dogana dovemmo firmare una dichiarazione con la quale ci impegnavamo in solido, Borghese ed io, di portare l'automobile fuori dei confini dell'Impero: non era che il nostro pi vivo desiderio, protocollato, e divenuto argomento d'un solenne atto ufficiale. Alla macchina fu applicata una placca col numero - il N. 1 - e lo stesso numero fu verniciato sul vetro dei fanali. Dopo ci fummo dichiarati liberi. Il signor Sinitzin ci volle ospiti nella sua casa, una grande casa di legno dov'era anche l'ufficio della Banca Russo-cinese. Non dimenticheremo mai le accoglienze patriarcali e affettuose che vi ricevemmo.
La vecchia casa era piena di agitazione, tremava e scricchiolava tutta sotto ai passi affrettati delle fantesche dai piedi nudi, vestite dai pi caratteristici e tradizionali costumi della Siberia; i fuochi delle cucine ardevano in permanenza, perch la tavola era in permanenza imbandita. Vi arrivavano piatti degni di banchetti omerici; enormi arrosti di bue, grandi pesci bolliti, quarti di agnello, borsh fumanti in terine larghe come peschiere, cumuli di caviale, di storione, di salmone, di uova, di pirowski, e bottiglie d'ogni vino e d'ogni liquore, frutta preziose perch arrivate laggi dall'Italia. In mezzo a tutto, un samovar gigantesco brontolava come un gatto contento. Ma quel che pi ci piaceva era la bont, la premura, l'affabilit spontanea e convinta, dalle quali eravamo circondati. Sentivamo intorno a noi la simpatia, l'amicizia, la familiarit, un desiderio costante di farci dimenticare che eravamo fra stranieri, lontani dalla casa; le nostre preferenze, i nostri gusti, erano studiati, talvolta prevenuti. Un sorriso continuo animava tutti gli sguardi. La buona signora Sinitzin, instancabile, dimentica qualche volta della sua toilette di gala per abbandonarsi alle abituali faccende da massaia, aveva per noi delle attenzioni materne. Essa prodigava a degli estranei i tesori del suo istinto materno, perch era giunta al limite della vecchiaia senza essere stata madre. Aveva adottato come figlia una fanciulla buriata, Falia, e questa giovane selvaggia allietava la solitudine della sua vita. Falia ci offriva dei fiori, e quando ci vedeva pensierosi e seri, veniva vicino e sorrideva.

Intorno alla mensa si rinnovavano continuamente gli ospiti. Gli amici arrivavano, si sedevano dopo un semplice saluto, entravano nella famiglia con una confidenza che diceva l'abitudine. Si capiva che fra quella gente tutte le porte erano aperte; e parlavano con un tono d'intimit grave e tranquilla che lasciava comprendere come fra loro pure le porte del cuore fossero aperte. Molti degl'intervenuti erano mercanti di th. Anche il nostro ospite, Sinitzin, era mercante di th. Tutti quelli uomini, semplici e dimessi, vestiti della camiciola di seta siberiana, calzati di enormi stivali, dal corpo rude, il volto barbuto e l'occhio dolce del mujik, erano milionari. Il passaggio del th li aveva arricchiti.
Kiakhta  un villaggio di milionari. Nelle piccole case di legno dipinte di colori vivaci, allineate lungo i marciapiedi fatti di tavole, separate da cortili rustici ingombri di teleghe e di slitte, vivono una vita d'esilio delle famiglie che potrebbero avere un palazzo a Mosca o a Pietroburgo. Il th non passa quasi pi affatto per Kiakhta; la sorgente della loro ricchezza s' da qualche anno inaridita, ma esse rimangono. Rimangono sulla terra che le ha fatte prospere, rimangono vicino alla loro cattedrale sontuosa che rinchiude pi tesori di tutte le chiese della Siberia. Le trattiene l'amore a quei luoghi, l'ignoranza del lusso, l'abitudine, ed anche la speranza. Una speranza vaga che l'antica via del deserto torni a popolarsi di carovane, che la piccola citt ora tanto silenziosa, si risvegli al rumore del lavoro.
- Non avete idea - mi diceva un funzionario della Dogana - di che cosa fosse Kiakhta sette od otto anni or sono! Vedete queste vie larghe e deserte? Esse non bastavano a contenere il gran movimento in certi giorni di arrivi e di partenze. Si scaricavano fino a cinquemila casse di th al giorno. Passavano venticinque milioni di chilogrammi di th all'anno. Cominciava in ottobre il gran movimento, e a novembre, a dicembre, a gennaio Kiakhta era tutta una gran fiera e una gran festa. Nemmeno alla notte si riposava. Tante volte nevicava, e la gente ne era tutta contenta perch la neve preparava la strada alle slitte. Sinitzin, e tanti altri, arruolavano nell'estate fino a cinquecento cammelli ognuno per essere i primi a fare arrivare il nuovo th a Nishnii-Nowgorod, all'epoca della fiera. Vedete quei grandi edifici di mattoni, laggi, dietro alla chiesa? L erano i magazzini di deposito, il Gostiny Dvor. Centinaia di operai lavoravano notte e giorno a disfare i carichi della Mongolia, a scartare il th avariato, a rifare le casse per la Siberia coprendole con pelli di cammello. Laggi si tenevano le vendite all'asta, e passavano centinaia di migliaia di rubli come fossero stati kopeki. Partivano carovane immense di slitte verso il Baikal. Tutti i cortili erano pieni di cavalli. Alla sera poi, grandi feste da ballo, banchetti continui; a Troizkossawsk, la citt vicina, v'era il teatro. Si beveva, si rideva, e si spendeva senza contare. Adesso, dopo due secoli e mezzo di quella vita, Kiakhta  morta.
-  passato poco th quest'anno?
- Niente.
- Tutto per Wladivostok?
- S, tutto per la ferrovia. Vi fu una ripresa, due anni or sono, durante la guerra, quando le linee ferroviarie erano impegnate per le truppe. Ma ora  finita. Come lottare con la ferrovia? Le strade sono completamente abbandonate, non ci passa nessuno. Vedrete!
- Ma le comunicazioni con la ferrovia transiberiana ? Kiakhta non sar mica isolata!
- No, ma ora si passa per la via fluviale. Vi sono i battelli a vapore che fanno il servizio fra Verkhne-Udinsk e Ust-Kiakhta, sulla Selenga, e da qui ad Ust-Kiakhta la strada  ancora passabile per le teleghe.
Le informazioni sulla strada, che ricevevamo da tutte le parti non potevano essere pi scoraggianti.
- Pessima, orribile, impassabile! - ci aveva detto il Commissario di polizia con la sua impetuosa parola. - Avete trovato dei pantani in Mongolia? Troverete di peggio. Sapete, quel genere di pantano che gli inglesi chiamano "bog"? Ebbene avrete del bog come non ne avete mai avuto. E discese da rompersi il collo. Salite da andar su con le funi. E sabbie alte un metro. Volete sapere qualche cosa di pi? Oggi far interrogare dai miei agenti gli unici uomini che frequentano quella strada, gli operai del telegrafo che vanno a ripararvi i guasti della linea. Avrete tutti i particolari. Per me credo, fermamente, sinceramente, che la vostra automobile non passer.
- Possibile! - esclamavamo con la pi dolorosa sorpresa, pensando a quelle belle doppie linee della carta geografica. - E pure abbiamo trionfato della strada fra Urga e Kiakhta!
Quelle nostre peripezie attraverso la Mongolia interessavano immensamente tutti i milionari del th. La notizia della Pechino-Parigi aveva trovato a Kiakhta un pubblico che se n'era commosso. Delle speranze rinascevano. Si aspettava ansiosamente l'automobilismo a quella prova sulla terra mongola. Non sarebbe stato possibile sostituire il cammello con l'automobile, vincere la concorrenza della ferrovia nel trasporto del th? Il nostro arrivo mise gli antichi mercanti di th in emozione. Avevamo fatto il viaggio da Kalgan a Kiakhta in sette giorni, e le carovane ve ne impiegano venti. Ci domandavano mille cose, sul costo della benzina, sulla possibilit di portare grandi carichi, sul valore della macchina. Discutevano fra loro gravemente. Dai loro discorsi comprendemmo quale fosse la principale ragione che li aveva indotti a rimanere a Kiakhta: essi aspettavano che il Governo russo o quello cinese costruissero la ferrovia della Mongolia, ferrovia logica e perci inevitabile. Potr tardare, ma verr. Allora Kiakhta legata a Han-kow interamente per strada ferrata, senza interruzioni, avrebbe pompato tutto il th cinese dai luoghi stessi della produzione. Sulla tranquilla e paziente aspettativa della linea mongola, l'automobile veniva a gettare una febbre di nuove idee e di nuovi progetti. Ma per ora, se l'automobile dimostra di essere un rapido mezzo di comunicazione anche sul deserto, non  certo un pratico mezzo di trasporto. L'Itala non avrebbe potuto portare a Kiakhta pi di 200 chili di th, e con una spesa di 1.50 o 2 lire al chilo....
Come il telegramma giunto al Principe a Pechino lo aveva annunziato, ricevemmo a Kiakhta una esatta lista dei nostri depositi di rifornimento, con i quantitativi di ciascuno, e le distanze in verste da un deposito all'altro. A capolista era Kiakhta. Ma a Kiakhta non era giunta nemmeno una goccia della nostra benzina. Il combustibile che avevamo ancora nei serbatoi sarebbe bastato forse a portarci al Baikal, ma non ne eravamo sicuri. La strada molto difficile da Urga aveva spesso obbligato il motore a degli sforzi intensi, moltiplicando il consumo della benzina; e se la strada futura fosse stata altrettanto cattiva, tutte le nostre riserve sarebbero state esaurite prima di giungere al prossimo deposito. Il prossimo deposito! Lo avremmo poi trovato, fuori della carta? Non saremmo dovuti rimanere in panna chi sa dove, per delle settimane forse?
La fortuna ci aiut. Uno dei pi ricchi mercanti di Kiakhta aveva avuto anni or sono l'idea di farsi venire una vetturetta automobile, e con la vetturetta una grande quantit di benzina. La piccola automobile ebbe la buona ispirazione di rifiutarsi improvvisamente al lavoro, per un guasto che il fabbro del paese non ha saputo ancora diagnosticare, e la benzina era rimasta in fondo ad un magazzino, quasi aspettando l'incredibile occasione di un passaggio di automobili. Fu il signor Sinitzin, il quale come agente della Banca Russo-cinese avrebbe dovuto ricevere il nostro deposito, che ricord la vetturetta dell'amico e ci scov il prezioso combustibile, proprio quando avevamo inutilmente tempestato di telegrammi urgenti mezzo impero, e ci rassegnavamo a tentare la sorte. E cos completammo le nostre provviste.
Alla sera del 24 seppi dall'ufficio telegrafico di Maimachen che la Spyker era giunta quel giorno ad Urga. Al 25 lo stesso ufficio m'inform che le De Dion-Bouton e la Spyker avevano lasciato Urga alla mattina all'alba. Nel pomeriggio cominci a piovere.
- Ahi, i bogs del Commissario! - ci dicevamo sorridendo.
E pensavamo a quelle famose paludi, a quei pantani che ci minacciavano, e fra i quali la pioggia avrebbe distrutto presto ogni passaggio. Un po' di pioggia  utile perch rafferma le sabbie: troppa le cambia in mota. E il cattivo tempo aveva l'aria di stabilirsi con una certa costanza. Si stabil tanto che ci accompagn per cinquemila chilometri. Cadeva quel giorno una di quelle pioggie fitte, eguali e noiose che fanno pensare all'inverno anche quando si ha caldo. Alla sera vennero a dirci che alcuni mongoli avevano visto dall'alto delle dune dei lumi sulla strada d'Urga, e si supponeva dovessero essere le altre automobili. La supposizione ci parve assurda. Esse avevano lasciato Urga alla mattina e non potevano trovarsi la sera a Kiakhta. Infatti, sorprese forse dal cattivo tempo, impiegarono tre giorni a compire quel tragitto. Noi decidemmo di partire l'indomani. La signora Sinitzin era atterrita dall'audacia del nostro progetto.
- Poveretti! - ripeteva guardandoci con intensa piet, e sospirando. - Con questa pioggia, ed una vettura tutta scoperta! Penser io a darvi qualche cosa per riconfortarvi.
E alla mattina presto, quando ci alzammo, trovammo l'ottima signora in grandi faccende, circondata e coadiuvata dalle domestiche. La cucina era in pieno funzionamento.
- Qua, le bottiglie del vino! - gridava la signora Sinitzin curva sull'orlo d'un enorme cesto di vimini. Arrivava una serva colle braccia cariche di bottiglie, che sparivano nella cesta. - Svelti, i polli arrosto! - ed ecco sei polli seguire le bottiglie -  cotto l'agnello? Portate qua. - Un quarto d'agnello fumante prendeva posto nel cestone. E poi degli aranci, del pane fresco, ogni cosa debitamente incartata, impacchettata. - Dio mio! - esclam la signora quando il carico sembrava completo - ho dimenticato la birra e il cognac! - E non tardarono delle altre bottiglie a penetrare nei vuoti rimasti.
- Per chi  questa roba? - domand il Principe preoccupato.
- Per voi Kniatz Borghese!
- Ah ma  impossibile! Grazie, ma qui vi sono viveri per un reggimento! No, no. Ho gi troppo peso sulla macchina. Col fango che troveremo!  impossibile signora.
Un dolore sincero e comico si dipinse sul volto della povera signora a questo rifiuto. Giunse le mani e ci guard in silenzio. Poi timidamente, per paura di contrariarci troppo, osserv:
- Non prendete niente.... per un cos gran viaggio? Almeno qualche cosa!
Per non darle dispiacere prendemmo due polli e due bottiglie di vino che la signora Sinitzin c'involse in un sacchetto scuotendo la testa con l'aria di dire fra s: Moriranno di fame e di sete, poveretti!
Pioveva, pioveva sempre. Nel cortile l'automobile aspettava, pronta. Salutammo effusamente i nostri ospiti che in piedi, a capo scoperto, fuori della porta di casa ci auguravano buon viaggio, e partimmo. Le loro voci ci raggiunsero sulla strada, e volgendoci li vedemmo ancora agitare le mani in segno di addio. Noi pensammo con un senso di melanconia che molto probabilmente non avremmo mai pi visto quegli amici disinteressati e buoni.
Kiakhta dormiva ancora nell'alba livida e fredda. Pochi minuti dopo traversavamo la vicina Troizkossawsk, col suo piccolo cimitero erboso disseminato di croci e di lapidi lavate dalla pioggia, col suo parco di betulle nel centro della citt, le grandi caserme all'estremit dell'abitato, e le scuole grandiose - scuole private che dimostrano la ricchezza del paese - allineate con le casette di legno dipinte di bianco e di azzurro lungo la via principale sterrata e fangosa. Qualche imposta cominciava a schiudersi e delle faccie di donna scapigliata e assonnata si sporgevano a guardarci stupite. Un bottegaio mattiniero era intento ad aprire il suo negozio; sospese l'operazione, vedendoci arrivare, e s'incastr nel vano della porta, quasi per nascondersi, tutto sorpreso e intimorito. I gendarmi, di fazione ai crocicchi, ci salutarono militarmente. Nel fiumicello dalle rive scoscese e folte d'erba che divide la citt, nel quale d'inverno tutti i ragazzi di Troizkossawsk e di Kiakhta s'adunano a pattinare, alcuni cosacchi conducevano ad abbeverare i cavalli che scalpitavano impauriti dal nostro passaggio. Un plotone di soldati, di ritorno da qualche perlustrazione, rientrava alla caserma, gli uomini tutti chiusi nei loro grevi cappotti grigi, infangati fino alle ginocchia. Si fermarono, e scomposero i ranghi per osservarci meglio, provocando sulle loro teste un'agitazione di baionette. Appena fuori della citt la strada, subitamente divenuta sentiero, ci conduceva per silenziosi ed oscuri boschi di abeti e di betulle, nei quali non udivamo che il fruscio continuo e vasto della pioggia. Noi rabbrividivamo di freddo sotto gl'impermeabili zuppi, nelle cui pieghe scorreva l'acqua.

Era possibile che la Mongolia fosse tanto vicina? che Maimachen con la sua folla di cinesi del Jang-Tsze vestiti d'azzurro si trovasse a pochi chilometri da noi? I deserti ardenti, le praterie selvagge dove vivono liberamente cammelli e antilopi, ci parevano cose sognate. Il cambiamento era stato cos repentino da essere violento; tutto era mutato; paesaggio, popolazione, clima. Ci sentivamo, come per incanto, trasportati fuori dall'Asia. Era la Russia - la stessa sulla Selenga come sul Dnieper, come sul Volga, come sulla Neva, la Russia eguale entro tutti i suoi confini, che non  asiatica e non  europea, cos diversa dalla Cina come lo  dalla Francia - era la Russia che ci afferrava. Alessandro II, mi pare, diceva che la Russia era la sesta parte del mondo; ed  vero. La meravigliosa uniformit di questo impero ne fa una cosa a s.
Quel cambiamento ci estasiava. Ci trovammo improvvisamente in un mondo pi simile al nostro. Usciti dai boschi vedemmo dei campi cinti da rozze staccionate fatte con giovani tronchi di pino: era la prima divisione della propriet, il primo segno di possesso della terra che ritrovavamo dopo migliaia di chilometri. Fra i campi, delle isbe nere ed antiche. La pioggia rendeva tenui i colori lontani della campagna stendendovi una bruma sottile, e rinvigoriva i colori vicini; le piante lavate acquistano una non so quale vivacit. Anche questi effetti della pioggia ci piacevano, queste colorazioni intense, questi veli di vapore, perch l'occhio nostro ne aveva perduto l'abitudine; e vi ritrovavamo delle espressioni di paese noto. Incontravamo delle teleghe condotte da mujiks dalla camiciola rossa e il berretto di pelo; alcuni avevano sui calzoni una larga banda gialla e portavano un berretto militare: erano cosacchi fuori servizio. Qualche tarantas ogni tanto, simile ad una barchetta di cuoio fra quattro ruote - una delle pi solide ed incomode vetture del mondo nella quale si viaggia sdraiati su della paglia - passava al trotto di vecchie rozze frustate con larghi giri di braccio da cocchieri buriati. Ogni tanto un gruppo di rustiche casette presso alla strada, e sulla pi grande di esse uno stemma con l'aquila bicipide: era una stazione di posta. Ecco la diligenza postale, bassa come una slitta, attaccato a troika, lanciata al galoppo sopra una salita. Viene da Ust-Kiakhta. I passeggieri incappottati, coi berretti di pelo calzati fino alle orecchia, si sporgono curiosamente ad osservarci.
La strada era stata terribilmente calunniata dai nostri amici di Kiakhta. Ce ne avevano detto tanto male, che quasi finivamo col trovarla eccellente. Essi erano stati d'accordo nel dichiararla peggiore della strada per Urga. In fondo ci  naturale: non conoscevano la strada per Urga e conoscevano invece quella per Verkhne-Udinsk; si  sempre disposti a sparlare delle proprie conoscenze. Quel che s'ignora  migliore. Traversavamo pianure fangose, superavamo salite non sempre facili e scendevamo declivi non sempre comodi, ma niente bogs, e nessuno di quei precipizi cos vividamente descrittici. Correvamo tranquillamente i nostri venti chilometri all'ora senza interruzioni. Alle sette eravamo ad Ust-Kiakhta, sulla Selenga. Poche isbe scurite dalle intemperie, una chiesuola, una grande strada piena di mota, e sulla strada un ufficiale di polizia, elegante, decorato, dalla tunica bianca immacolata, che ci aspettava. Intravvedevamo fra le case l'acqua del fiume.
- In che cosa posso rendermi utile? - domand gentilmente l'ufficiale salutando mentre l'automobile si fermava vicino a lui.
- V' pericolo di perdere la strada per Verkhne-Udinsk? - gli chiese il Principe.
- No - rispose l'ufficiale - se seguite la linea telegrafica. Ma a Novi-Selengisk, ad un settanta verste da qui, abbandonate il telegrafo e prendete il sentiero di sinistra per passare all'altra riva della Selenga; il telegrafo continua alla destra del fiume.
- Grazie. E v' una buona barca per traghettare, credo?
- S, ma ho paura che sia piccola per la vostra automobile.
- Vedremo!
- Quando contate d'essere a Verkhne-Udinsk?
- Questa sera.
- Questa sera? - domand stupito - Ma sono duecentotrenta o duecentoquaranta verste da Kiakhta!  meraviglioso!
- Se la strada fosse buona arriveremmo a mezzogiorno. A rivederci, e grazie.
- Non volete prendere un po' di th?
- No, grazie.
- Buon viaggio!
Dopo un istante ci grid:
- Volete una guida? un uomo a cavallo?
- No, no. Non occorre!
- Seguite il telegrafo!
E lo seguimmo attraverso una serie di viottoli erbosi, per una vasta pianura. E poi su per delle colline. Spesseggiavano i terreni coltivati, coperti di stoppie, ed i villaggi, rifugiati ai piedi delle alture boscose - agglomerazioni di casette di legno nere ed eguali, dominate dalla chiesa bianca dalle alte cuspidi aguzze e dal tetto verde. Vicino all'abitato i mulini a vento giravano lentamente la croce grigia delle loro ali. La pioggia era cessata.
I primi villaggi siberiani che si attraversano sembrano deliziosi. Hanno tutta la seduzione della quiete, tutto l'incanto della vita rustica; appaiono estremamente pittoreschi con le loro piccole case fatte di tronchi d'albero, contornate da recinti di legno, unite fra loro da tavolati, necessari per camminare all'aperto quando piove e la strada  fangosa. Noi, cittadini occidentali, amiamo tutto questo legno rudemente lavorato, tutte queste travi rozze tagliate a gran colpi d'ascia e divenute pareti domestiche, perch sono alberi abbattuti che ci parlano vividamente della foresta, delle sue ombre, della sua vita. Il legno  per tutto in Siberia, sostituisce il ferro, sostituisce il muro, fornisce gli utensili domestici e spesso gli attrezzi del lavoro: si direbbe che, come esisterono le epoche della pietra e del bronzo, esista una civilt del legno.  la civilt slava. Tutto questo ci piace perch  semplice, e perch sembra risvegli in noi oscuri e lontani ricordi e desideri d'una vita primitiva e libera. Quelle case, dal tetto sporgente, colla porta protetta da una breve tettoia che avanza sulla strada quasi invitando ad entrare, con le finestre piccole, le cui imposte ed i cui sportelli dipinti di bianco risaltano gaiamente sull'oscurit della parete, quelle case hanno un'aria raccolta ed intima; mostrano dei fiori ai davanzali e delle cortine ai vetri; danno l'idea d'un benessere chiuso che si difenda. Ma presto vi accorgete d'una cosa opprimente, ed  che il primo villaggio  eguale al secondo, il secondo al terzo, il novantesimo al centesimo, e cos via all'infinito. Le case sono d'un modello unico, le chiese sono identiche. Tutto  disposto allo stesso modo: una strada ampia, per scongiurare i pericoli della propagazione degl'incendi, e ai suoi fianchi le abitazioni; dietro alle abitazioni le stalle; all'ingresso del villaggio, in mezzo ad un prato, la chiesa. Nulla che faccia distinguere un villaggio dall'altro, fuori del nome.
Ad ogni campanile che si scorge da lontano, la speranza d l'illusione d'un cambiamento. La chiesa pare pi grande di tutte quelle che si sono viste prima, il villaggio pi bello, e si desidera arrivarvi presto, pieni di una curiosit ravvivata, spinti da un bisogno di vedere delle cose diverse. Ma il villaggio somiglia ai suoi vicini, ed anche ai suoi lontani, come un soldato somiglia all'altro. Presto l'uniformit produce la monotonia, e la monotonia la melanconia. E si pensa ai bianchi villaggi delle nostre campagne, ognuno dei quali ha una fisionomia sua, una espressione, una personalit, che gridano da lontano: Sono io!
Per alcune ore la strada ci ha discostati dalla Selenga conducendoci nella valle nuda del suo confluente il Tschiko, di cui seguimmo da lontano il corso, segnato da un infoltirsi di vegetazione lungo le rive. Non lontano dalla foce del Tschiko ritrovammo la Selenga, ampia, dalle acque bianche e lattiginose, fiancheggiata da un rigoglio di cespugli curvi sull'acqua. Sulla riva un piccolo gruppo d'isbe aveva l'aria di prepararsi al guado per raggiungere Novi-Selenginsk, della quale vedevamo la chiesa bianca levare il suo campanile al di sopra degli alberi, a poche verste da noi. L era il luogo d'imbarco. Sul fiume avanzava una piccola impalcatura fatta con tavole schiodate. Mettemmo piede a terra. La barca era dall'altra parte del fiume, ove aveva trasportato una telega che in quel momento si allontanava fra gli arbusti. Due vecchi dalla barba e le sopracciglia folte e arruffate, si avvicinarono, seguiti da alcune bambine scalze che ci guardavano timorose e fuggivano al nostro appressarsi. Uno dei vecchi ci chiese:
- Volete attraversare?
- S. La barca pu portarci?
- Quanto pesa il vostro carro?
- Centoventi pud.
-  molto. Ma vi porta; purch il vostro carro entri nella barca.
E si mise a chiamare i battellieri a gran voce. La barca si mosse sospinta da due lunghi remi maneggiati ognuno da due vogatori, attravers il fiume a diagonale, e accost il fianco all'impalcatura. Era una chiatta senza parapetti, una specie di piattaforma galleggiante. Ne misurammo la larghezza col passo: l'automobile non vi sarebbe potuta entrare che di traverso. Come condurvela? A braccia o col motore ? L'impalcatura avrebbe resistito al peso? Allora questi problemi ci apparivano molto gravi: eravamo alla nostra prima manovra navale.
Possedendo un occhio sicuro e una perfetta conoscenza della macchina, si poteva imbarcare a forza di motore. Ettore prese il volante, fece retrocedere l'automobile e si prepar a far passare le ruote nei punti che il Principe gli aveva segnato sulle tavole - i punti di massima resistenza.
- Pronto? Avanti! - disse Borghese.
L'automobile part, sal sull'impalcatura, che si scosse tutta. Le tavole si piegarono, e, passate le ruote, scattarono come molle. Le ruote anteriori s'inoltrarono nella chiatta. Ma in questo momento il grave peso della macchina sostenuto tutto da un solo bordo dell'imbarcazione, la fece inclinare improvvisamente fino all'acqua. L'automobile si trov con le ruote anteriori pi basse di mezzo metro di quelle posteriori, che erano ancora sull'imbarcatoio. Ettore fren. Le corde che ormeggiavano la barca - delle sottili funicelle - scricchiolarono: se esse si fossero spezzate la chiatta si sarebbe scostata dalla riva facendo cadere l'automobile nel fiume. Furono subito raddoppiate e i battellieri le tennero tese. La macchina era in una tale posizione da non poter retrocedere. E and risolutamente avanti, sterzando a destra per poter entrare di traverso sulla piattaforma. Anche le ruote posteriori si imbarcarono, e il battello ritorn orizzontale, un po' pi basso sull'acqua ma in perfetto equilibrio. Al momento in cui l'automobile entrava tutta a bordo, i russi mandarono un grido di spavento. Vedendola avanzare di sbalzo avevano creduto che non potesse pi trattenere il suo impeto e precipitasse dall'altra parte. Ma la macchina intelligente s'era fermata di colpo nella giusta posizione, come se fosse stata deposta l dal lento ed esatto braccio di una gru. Nel seguito del viaggio gl'incidenti di questo genere non c'impressionarono pi; ci abituammo ai pontili malfermi, alle vecchie barche sconnesse, alle audacie esatte dell'automobile.
I battellieri impugnarono i remi, e cominciarono energicamente a vogare; alle loro spalle il vecchio, con una corta pipa fra i denti, si appoggi alla stanga del timone. Da una svolta del fiume vedemmo improvvisamente emergere un battello a vapore.
Ci sfugg una esclamazione di sorpresa e di contentezza. Guardavamo con un'ammirazione affettuosa quel piccolo e vecchio piroscafo, che risaliva la corrente, verso Ust-Kiakhta, ansimando affannosamente dall'alta ciminiera, spinto da una larga ruota poppiera a palette che lo faceva assomigliare ad un mulino ad acqua girovago. Esso era il primo vapore che rivedevamo. Salutavamo in lui un modesto pioniere della civilt, una lontana avanguardia della grande forza che conquista i continenti, un amico al quale avremmo potuto chiedere soccorso. Esso ci rappresentava un ineffabile legame con quell'Occidente verso il quale correvamo. La sua sirena urlava per avvertirci di sgombrare il passo, e quella voce da officina echeggi stranamente nella vallata selvaggia. Il vapore si allontan faticosamente, e noi, cullati dalle ondate della sua scia, prendemmo terra.
Uno dei barcaioli c'indic la strada: presso al fiume v'erano delle paludi. Ce ne liberammo facilmente. Attraversammo Novi-Selengisk, un villaggio un po' pi grande degli altri, che ha una scuola, una farmacia, e qualche piccola bottega dalla vetrinuccia polverosa. Passammo quasi inavvertiti per la sua gran strada deserta invasa dall'erba, e soltanto dopo, quando stavamo per sboccare di nuovo nella campagna, si sparse la notizia da casa a casa; udimmo dietro di noi voci concitate chiamarsi e rispondersi, delle imposte schiudersi con violenza, e vedemmo della gente uscire di corsa dalle porte per fermarsi sulla via a guardarci sparire. Valicammo una serie di colline nude, di brulle ondulazioni ancora libere dal dominio umano, lasciando a levante il corso della Selenga. Una vasta distesa di acque tranquille ci apparve in una vallata: il lago Hussin. Non un villaggio sulle sue rive. Nessun battello lo ha mai solcato; esso dorme gli ultimi anni della sua solitudine. L'emigrazione slava lentamente lo avvicina.
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Non incontravamo pi che delle rare stazioni di posta, rifugiate fra una collina e l'altra quasi spaurite di trovarsi sole. Ma non tardammo a scendere in una valle invasa da un nuovo popolo. Per novanta verste, fino a Verkhne-Udinsk, noi traversammo un paese che nasce. Tutta la regione della bassa Selenga  verde di coltivazioni recenti e di pascoli, piena di greggi e di mandrie, disseminata di villaggi, conquistata dal lavoro: sette anni or sono era soltanto abitata da qualche famiglia di buriati.  la ferrovia che ha compiuto il miracolo. La messa in valore della Siberia  cominciata.
Poche regioni della stessa Russia Europea hanno l'aspetto popoloso e ricco di quella remota valle della Transbaikalia che, non  molto, distava da Mosca un anno di viaggio. Ora ne  lontana quindici giorni. In questa differenza sta il segreto della prodigiosa trasformazione. Le distanze scompaiono. Le immense terre vergini dell'Asia slava si sono ravvicinate al popolo, si sono offerte alle sue braccia. La ferrovia agisce come una grande seminatrice di energie; sulle fertilit getta il lavoro. Masse di contadini vanno laggi a crearsi una nuova patria nella patria. Tutta la Siberia sorge alla vita. Dei territori quasi ignoti, che non erano altro che delle parole geografiche, diventeranno a poco a poco degl'imperi che si aggiungeranno all'Impero.
Passavamo attraverso a villaggi completamente nuovi, color legno fresco, che tramandavano l'odore di resina dei tronchi tagliati da poco alla foresta. Molti contadini, gli ultimi arrivati, erano ancora intenti a costruirsi la casa, e lavoravano alacremente per averla pronta ai primi freddi. Anche lontano dalla strada, qua e l per la valle, e sul fianco delle colline, in mezzo al verde, scorgevamo altri paeselli dai quali s'innalzava lo snello campanile bianco della piccola chiesa. Si lavorava sui campi. Incontravamo teleghe cariche di foraggi. Branchi di cavalli e di buoi pascolavano nell'interno stesso dei villaggi; noi portavamo in quelle mandrie uno scompiglio tumultuoso. Cavalli e buoi fuggivano scalpitando avanti all'automobile; i bambini, dei cui giuochi la strada era lieta, rientravano nelle case atterriti: le donne, il capo avvolto in fazzoletti rossi e i piedi nudi, si precipitavano a mettere in salvo le galline, le oche e i maiali, tutti quei loro tesori viventi, senza nemmeno spender tempo a guardare quale pericolo li minacciasse. Erano gridi, starnazzamenti, nitriti, abbaiamenti di cani, tutti i rumori d'un villaggio in allarme. Solo gli uomini rimanevano immobili e silenziosi; storditi dalla strana e fugace apparizione ristavano dal lavoro, e ci salutavano rispettosamente scoprendo la lunga chioma bionda, ed inchinandosi. Essi non comprendevano, e si facevano umili avanti a quell'ignota potenza. Chi  potente pu nuocere: salutarlo  un dichiararsi alleato....
In certi momenti il paesaggio acquistava aspetti pittoreschi; ora dei piccoli stagni, solcati da battelli pescherecci, rompevano con le rive sinuose la distesa dei campi e mettevano sulla pianura luminose macchie di cielo; ora dei limpidi corsi d'acqua si internavano in quei meandri ombrati da salici grigi, per muovere le ruote dei solitari mulini. Su quella strada incontrammo ancora delle traccia dell'Asia, gli ultimi segni della sua ritirata avanti all'invasione bianca. Incontrammo degli obo, come nel deserto.
Non erano obo mongoli, ma buriati. La differenza  minima. Il buriato non  che un mongolo russificato a met. Parla russo, veste da mujik, porta berretto e stivali mongoli, abita l'isba, crede a Buddha,  devoto allo Zar, fuma in una pipa cinese, e beve la vodka: ecco il buriato. La differenza principale fra lui e il suo fratello della prateria  questa: che egli talvolta lavora la terra, e il mongolo mai. Il buriato ha realmente fatto il primo passo verso la civilizzazione: fermandosi. Il nomade sar sempre barbaro. La civilt non comincia che quando la tenda si trasforma in casa. E noi vedemmo fra tanti villaggi slavi, anche dei villaggi buriati. Sulle loro casette di legno sventolavano piccole bandiere bianche, forse quelle bandiere della preghiera che agitandosi abbandonano all'aria le preci scritte di cui sono coperte. Anche sugli obo erano infissi i sacri stendardi, e spesso un albero sorgeva in mezzo all'obo, con i rami adorni di nastri di carta che fremevano al vento. Ad una cinquantina di verste da Verkhne-Udinsk scorgemmo anche, lontano alla nostra destra, una Lamaseria: un gruppo di edifici dai tetti cinesi dipinti di verde come quelli delle chiese ortodosse. Verkhne-Udinsk  il centro, la capitale del disseminato popolo dei buriati, come Kazan  il centro del disseminato popolo tartaro. La vicinanza della citt ci venne annunziata pi che altro dall'incontro di numerosi buriati che tornavano dal mercato, a cavallo, riuniti a gruppi per potersi difendere all'occasione. Essi non ci salutarono.
Alle sei della sera, giunti all'alto d'una collina, la cerchia dell'orizzonte montuoso si apr avanti a noi, e il nostro sguardo spazi sull'ampia valle dell'Uda. Nelle profondit azzurre e velate della lontananza indovinavamo il corso dell'Uda, che viene dall'est per unirsi alla Selenga e morire insieme nel vicino Baikal. Ai piedi delle alture pi remote, oscure di boschi folti, scorgemmo un biancheggiare confuso di edifici dal quale s'ergevano linee sottili di campanili e di cuspidi: era Verkhne-Udinsk, fondata alla confluenza dei due fiumi. La guardammo lungamente, prima di discendere al piano e perderla di vista, pensando all'importanza che essa assumeva per noi.
Verkhne-Udinsk non era soltanto una tappa: era la fine d'una grande fase del viaggio. Era un point tournant. Da Pechino non avevamo fatto che salire al nord-ovest, e l'Europa  a ponente. Tutta la strada percorsa non ci aveva avvicinati che ben poco alla mta. A Verkhne-Udinsk avremmo finalmente, ad un tratto, voltato la faccia all'occidente. Cominciava da l la corsa diretta verso quei tramonti che ci mostravano la via del ritorno in un'apoteosi di luce.
La strada si faceva cattiva. Sobbalzavamo in buche profonde e guazzavamo nel fango. Traversavamo delle pozze, che dovevamo sondare prima con i piedi per assicurarci della solidit del fondo. Sapevamo di dover passare ancora la Selenga sopra un battello, e cercavamo la buona direzione per il traghetto fra un intreccio di sentieri solcati da profonde rotaie. La pianura era acquitrinosa, incolta, invasa da salici nani, da giuncaglie, da tutta la vegetazione delle paludi. Dei fiumicelli la percorrevano serpeggiando, e li passavamo su piccoli ponti di legno che avevano l'apparenza di essere stati fatti provvisoriamente molti anni fa, e poi dimenticati. Eravamo alle prese con tutte queste piccole difficolt, quando ci giunse alle orecchia un fischio lungo, alto, sonoro, che riconoscemmo subito, e che ci fece volgere il viso illuminato di gioia dalla parte dove esso era venuto.
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- Il treno! - esclamammo. - Il treno!
Distinguemmo la linea della ferrovia transiberiana, al di l della Selenga, con le casette rosse dei suoi guardiani, e i pali del telegrafo, tagliata alla base di colline coperte di pini. Fra gli alberi un pennacchio di vapore bianco fuggiva, disperdendosi su per la pineta, inseguito da un rombare alto, continuo, crescente. E il treno comparve, sbuffante, veloce. Il vincitore, il trionfatore, il conquistatore dell'Asia, passava. Correva verso Irkutsk, verso l'Europa. Esso ci univa all'Europa. Non so quale effetto avesse prodotto su noi il viaggio, la lunga sensazione della solitudine e della lontananza, il fatto  che la semplice e comune vista d'un treno ferroviario ci sembr cosa nuova, piena di significato profondo ed ineffabile, e in un impeto d'entusiasmo lo salutammo con un caloroso evviva.
L'imbarcazione che ci traghett poco dopo dalla riva sinistra alla destra della Selenga, era ben diversa da quella che ci aveva trasportato al mattino. Era formata da una piattaforma vasta come una sala da ballo, sostenuta da due grandi chiatte da ponte; portava una decina di teleghe per volta, con i loro cavalli, ma avrebbe portato facilmente anche una locomotiva. Andava per la forza stessa della corrente. La trovammo occupata a traghettare i carri che tornavano dal mercato di Verkhne-Udinsk, e che si ammassavano alla riva destra aspettando con pazienza il loro turno. Fu un giuoco per la nostra macchina imbarcarsi, sbarcare, superare di corsa la ripida scarpata del fiume, e arrivare poco dopo alla citt, che scende fra l'Uda e la Selenga, tutta bianca, vivace, pittoresca, con quel profilo orientale che hanno quasi tutte le citt russe per l'abbondanza di cupole nelle loro chiese e di campanili acuminati arieggianti i minareti.
Attraversammo l'arco di trionfo, e penetrati nella via principale ci mettemmo alla ricerca del nostro deposito di benzina. L'arco di trionfo non manca in nessuna di quelle citt siberiane che sono sull'antica strada del Pacifico. Naturalmente, come le case, le caserme, le chiese, anche l'arco di trionfo  sempre di legno, per quanto talvolta simuli ingenuamente d'esser di marmo o di pietra. Tutti questi archi furono eretti in occasione del passaggio dell'attuale Imperatore Nicola II (allora era Zarevich) di ritorno da Wladivostok ove aveva inaugurato i lavori della ferrovia transiberiana. Egli  forse l'unico Imperatore di Russia che abbia attraversato tutto il suo Impero. L'avvenimento meritava bene di essere ricordato con archi di trionfo - siano pure vegetali.
Non trovammo nessuna traccia del nostro deposito. Ma il principale droghiere consent a venderci tutta la sua benzina - una cinquantina di litri - che rappresentava presso a poco quella dell'intero paese e territori circostanti. Laggi la benzina si adopera diffusamente ma a gocce, perch non  uscita ancora dal primo periodo della sua esistenza sociale: quello dello smacchiamento.
Verkhne-Udinsk  una citt di soldati, il gran centro militare della Transbaikalia. Laggi vedemmo le nuove uniformi di guerra dell'esercito russo, ideate purtroppo a guerra finita, quando la visibilit delle monture aveva gi fatto strage di soldati ed era stata una non piccola causa dei rovesci in Manciuria. Ma adesso, su tutte le frontiere vigila il cosacco in khaki;  una grande tradizione che tramonta. Nella sera squillavano dei segnali di tromba dalle caserme bianche dell'alta citt; delle pattuglie passavano per le vie con il fucile in spalla; un tintinnare di sciabole e di speroni risuonava sui marciapiedi di legno; numerose sentinelle si mettevano in fazione alle soglie degli edifici pubblici e delle banche. Persino il telegrafo era occupato militarmente: soldati alla porta, soldati con fucile e baionetta inastata nella piccola sala del pubblico, negli uffici, avanti la cassaforte. Mi pareva di scrivere i miei dispacci nell'anticamera di qualche prigione.
Alloggiammo nella migliore Gostinitza, un vecchio albergo di legno pieno di enormi stufe e di letti senza lenzuola, tramandante un greve odore di umanit rinchiusa come se vi fosse rimasto l'alito di tutti quelli che vi avevano abitato. Da Hsin-wa-fu non avevamo pi dormito in un albergo. Dormire  veramente una espressione esagerata, perch pareva che un'armata di animaletti si fosse perfettamente abituata alla polvere insetticida; quegl'insetti avevano acquistato la virt di Mitridate. L'automobile ripos nel piccolo cortile, circondato da hangars cadenti e ingombro di barili vuoti, di carri, di casse e di galline.
Alle tre del mattino eravamo in piedi e sorbivamo silenziosamente un bicchiere di th. Il giorno era gi chiaro. Ci trovavamo alle altitudini della notte bianca.
Pioveva.
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CAPITOLO 12. SULLE RIVE DEL BAIKAL.
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Lungo la Selenga. Una salita ribelle. Nel fango. La via abbandonata. La Bolshaja Rieka. Missowaja. Un tentativo inutile. Nell'attesa d'una risposta. Un'autorizzazione straordinaria.
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Alle quattro del mattino del 27 Giugno eravamo nuovamente sul grande battello della Selenga per ritornare alla sinistra del fiume - lungo la quale serpeggia la strada che conduce al Baikal. Questa volta trovammo che l'imbarcazione era intenta a traghettare verso Verkhne-Udinsk una folla di carri che veniva dalla campagna. Era la scena della sera precedente, rovesciata. Da mezzo al fiume gridammo ai mujiks e ai burlati di tenere ben fermi i loro cavalli. Avevamo gi constatato la decisa e irreconciliabile antipatia del cavallo siberiano per l'automobile.
. L'incontro d'un leone non avrebbe provocato nei mansueti cavalli dei contadini un maggiore orrore ed un maggiore terrore. Le povere bestie attaccate cercavano disperatamente di sfuggire alla telega; arretravano squassando la testa, si sollevavano sulle zampe posteriori nitrendo di paura, si gettavano da un lato con moto violento, si rivolgevano, e finivano quasi invariabilmente a trovarsi, sbuffanti e tremanti, col muso verso la telega, nella condizione meno favorevole alla fuga. Tutto questo senza che i contadini meravigliati muovessero un dito per impedirlo. Essi non avevano occhi che per noi; ci guardavano a bocca aperta, spesso salutavano, e lasciavano che il cavallo facesse il comodo suo. Perci li avvertivamo da lontano: Tenete i cavalli! Attenti ai cavalli!
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Faceva un freddo quasi invernale. I mujiks e i buriati avevano indossato i loro armiak di pelliccia ed infilato i guantoni. Nell'aria umida l'alito dei cavalli fumava. Ripassammo i ponticelli della vigilia, poi volgemmo a ponente. Non incontravamo pi nessuno. Il fango era viscido, e, per quanto procedessimo adagio, ad ogni istante l'automobile scivolava lateralmente con le ruote posteriori, si metteva di fianco, insensibile all'azione dello sterzo, e camminava cos, tutta di traverso come un cavallo che caracolli. Quando potevamo spingevamo la macchina sull'erba dei prati, dove le ruote facevano un po' pi di presa, aprendoci il passaggio nelle brughiere. Dopo un'ora fummo sul punto di tornarcene indietro. Ci trovammo di fronte ad una breve salita, che in altro momento avremmo superato senza accorgercene, e che invece si mostrava indomabile.
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Contro questo genere di ostacoli diventavamo furiosi. Avremmo preferito un fiume, una montagna, un precipizio, qualunque altra difficolt rispettabile. Ma no; erano cento passi di strada dall'apparenza la pi innocente. La ricopriva per quella fanghiglia scivolosa sulla quale il passo stesso  malfermo e il piede striscia con una irresistibile tendenza ad andare pi indietro che avanti. Le ruote facevano come il piede. Giravano a vuoto. L'automobile marcava il passo.
- Prendiamo un po' di rincorsa! - ci dicevamo.
E tornavamo indietro. Con uno slancio la macchina si gettava all'assalto, ma al principio della salita si fermava, retrocedeva pattinando a freni stretti, si girava, scartava, e alle volte faceva un voltafaccia completo, da bestia paurosa. Provavamo lentamente, il Principe ed io spingendo dietro ed Ettore conducendo. Avevamo trovato dei pezzi di legno che mettevamo come zeppe alle ruote, e cercavamo d'andare avanti centimetro a centimetro; ma ad un certo punto, invariabilmente, l'automobile ridiscendeva trascinando noi e le zeppe. Cento volte avremo ricominciato, ora a zig-zag, ora in linea retta. Il motore strepitava, mandava in fumo tesori di benzina, si riscaldava, pareva irritato anche lui. Non v'era pi un palmo di strada, ai piedi della salita, che non fosse stata solcata dalle ruote; pareva arata.
- E pensare - esclamavamo guardando il cielo in cerca d'un indizio di sereno - pensare che mezz'ora di sole renderebbe questa strada eccellente!
Il sole pareva impermalito da tutto il male che avevamo detto di lui nel deserto. Pioveva sempre. Ci venne un'idea: quella di mettere attraverso la strada delle fronde d'albero. Ed eccoci intenti alla potatura di giovani pini, a trasportare frasche bagnate, a disporle. L'automobile prese la rincorsa, arriv sui rami, con due turbinosi giri di ruote li gett dietro come fa della terra il cane che scava, si ferm soddisfatto dopo aver distrutto il nostro lavoro, e torn indietro a strattoni, brontolando. Avevamo esaurito tutte le nostre risorse. Che fare? Ritornare a Verkhne-Udinsk in attesa del tempo buono? Accamparci sul posto? Andare in cerca di mujiks per farci aiutare? Discutevamo tutti questi progetti, quando Borghese ne propose un altro: studiare se v'era il modo di fare a meno della strada passando da un'altra parte.
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Ora, a sinistra del sentiero v'era un boschetto folto, una impenetrabile barriera di piante; a destra, pi in alto della strada, v'era uno stretto prato; e al di l del prato un precipizio in fondo al quale scorreva la Selenga. Si poteva entrare nel prato al piede della salita, e uscirne alla cima. Il prato declinava dalla parte del precipizio. Ettore vi condusse la macchina, velocemente. Vicino alla sommit la vedemmo rallentare, poi volgere improvvisamente a destra, verso il vuoto....
- A sinistra! a sinistra! - url il Principe concitato.
Ma l'automobile con un rapido movimento s'era di nuovo gettata a sinistra e scendeva sulla strada. Aveva fatto quella manovra pericolosa per riprendere forza profittando del declinare del prato verso il ciglione. Demmo un gran sospiro di sollievo, guardammo dall'alto in basso la salita vinta, le mostrammo i pugni con sincera indignazione, e continuammo il viaggio sulla riva della Selenga, ora dominando il fiume - che si fa pi veloce verso la sua fine quasi per affrettarsi alla perenne immobilit del lago - ed ora camminando fianco a fianco con le sue acque bianche rumoreggianti. La valle  sempre pi ristretta; la Selenga s'incassa fra colline coperte di folti boschi di pini e di betulle. La ferrovia, che passava sulla riva destra,  venuta a raggiungerci attraverso un maestoso ponte di ferro, e da quel momento l'abbiamo avuta vicina.
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Serpeggiavamo intorno a lei. Le passavamo sotto, per dei cavalcavia inondati, la traversavamo a livello, la lasciavamo per ritrovarla poco dopo. Credevamo di esserle chi sa quanto lontani, quando fra gli alberi ci riapparivano i suoi dischi, i suoi segnali, i tetti rossi delle cantoniere. Ci teneva compagnia. Vedevamo da lontano le piccole stazioni solitarie dominate dall'alto serbatoio dell'acqua rivestito di legno e traversato dal camino d'un calorifero, che all'inverno difende l'acqua dal freddo e la mantiene liquida. Ogni tanto trovavamo la strada barrata da un cancello; entravamo nel territorio di qualche villaggio, sulla possessione collettiva di un comune o di una stanitza cosacca. Ad ogni cancello v'era un guardiano, un vecchio rannicchiato in una vicina capannuccia di legno, spesso ricoperta di terra per renderla pi calda; ma il guardiano non era abituato certo alle rapidit dell'automobile, e spesso usciva fuori dalla sua cuccia quando avevamo aperto e richiuso da noi stessi il rozzo cancello di legno e ci allontanavamo velocemente. E rimaneva sbalordito, immobile, a guardarci.
Qualcuno di loro si faceva sulla fronte il segno della croce. Uno di questi uomini, accorso al suono della tromba e alle nostre chiamate, si ferm interdetto.
- Apri, se ti piace! - gli dicemmo fermando l'automobile.
Egli si stropicci vivamente gli occhi, ci guard sbalordito, ricominci a stropicciarsi gli occhi. Credeva di sognare. In verit, le nostre grosse pellicce dal pelo in fuori e il fango che ci copriva non ci facevano pi rassomigliare troppo a degli uomini, e quell'enorme carro che rombava e correva solo non pareva precisamente fatto per rassicurare un mujik sulla nostra essenza umana.
- Per favore, apri!
Il vecchio, come parlando a se stesso, esclam:
- Che ? Che ?
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La risposta che si fece non fu molto favorevole a noi, poich ad un tratto egli arretr, e rapido come una lepre inseguita si rifugi nella sua capanna e non si mostr pi. Questi episodi ci divertivano.
Un altro guardiano rammento, il cui contegno ci fece ridere per un istante; solo per un istante. Era un giovane quello, dalla piccola barba bionda. Egli accorse ad aprire con un gesto frettoloso ma incerto, tentennante. Udendo il frastuono del motore che si avvicinava schiuse la barriera impetuosamente, quasi per il terrore di non fare in tempo, e si gett lui stesso di fianco, in un balzo disperato, appoggiandosi, serrandosi con le braccia spalancate al cancello aperto, per lasciare tutto lo spazio libero al mostro ignoto e minaccioso. Quando guardammo in faccia quell'uomo vedemmo che era cieco. I suoi occhi bianchi ed opachi si spalancavano verso di noi per una istintiva angosciosa ricerca; sulla sua faccia emaciata era lo spavento. Egli aveva sentito che qualche cosa di veloce, di potente, di misterioso, passava vicino a lui, lo sfiorava nella grande e atroce notte senz'alba. Provammo un senso di rimorso per quella tragica paura.
I villaggi avevano un'aria di benessere. Le isbe erano quasi tutte nuove e grandi. E non ci mancava mai la consueta avanguardia di mandrie galoppanti che ci lanciavano fango con gli zoccoli nell'impeto della corsa. Ma avevamo preso confidenza col fango. Le ruote ne raccoglievano a pezzi che ci gettavano addosso. Per aria era un tempestare di mota. Noi e l'automobile ne eravamo interamente coperti; avevamo smesso ogni tentativo di pulirci il viso; ci rassegnavamo ad essere mascherati da una incrostazione di terra. Sembravamo delle statue di creta appena sbozzate: le nostre statue. Sotto quella truccatura la nostra aria grave ed annoiata aveva qualche cosa di comico, che per in quel momento eravamo poco disposti ad apprezzare ed a gustare. Ci dicevamo guardandoci: Siamo buffi! - con lo stesso tono serio col quale dicevamo: Fa freddo!
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E faceva freddo veramente. Soffiava un vento che ci gelava. Io sedevo nel posto del predellino e raccoglievo tanto fango sulle gambe e sui piedi da averli trasformati in cose enormi e informi che mi pesavano molto quando dovevo scendere per aprire i cancelli. Sotto a quella scorza di terra bagnata mi sentivo rabbrividire. Mi ripetevo, per consolarmi, che eravamo in estate. Fortunatamente nelle prime ore del pomeriggio la pioggia smise di cadere, un vento di levante squarci le nubi, apparve ad intervalli un po' di azzurro e un po' di sole, subito caldo, il fango si rassod e provammo un senso di benessere come se nel tepore dell'aria bevessimo un cordiale. Ci trovammo lontani da ogni villaggio, in mezzo a boschi sconfinati, per una pittoresca strada coperta d'erbe.
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Dopo la costruzione della ferrovia, quelle parti dell'antica strada siberiana che attraversano regioni disabitate, e che non servono al piccolo traffico tra villaggio e villaggio, sono state abbandonate. La natura le riconquista a poco a poco. I boschi tornano ad invadere quello spazio che era stato loro rubato dagli uomini, avanzano dai bordi nuove piante, sporgono il verde giovane degli ultimi germogli, declinano sull'antica strada i rami che furono piegati o schiantati dal peso della neve, gettano su di essa i tronchi morti, spezzano le staccionate marcite, abbattono i vecchi limiti, irrompono da ogni parte. Dovevamo ogni tanto abbassare il capo per evitare i rami. L'erba era stata la prima a riprendere possesso. Quella strada si sta rimarginando come un'immensa ferita fatta alla terra. Guarisce sotto una coltre fiorita. Eravamo in mezzo ai fiori: ciuffi di anemoni, di botton d'oro, di ranuncoli, di primole, di fior di fragola, tutta una festa di colori e di profumi che usciva fuori dall'ombra degli alberi. La primavera siberiana ha una violenza rigogliosa, quasi per compensarsi d'essere stata ritardata dai ghiacci. Noi gustavamo quel trionfo silenzioso delle piante, soggiacevamo al selvaggio incanto di quei luoghi ove non era traccia di lavoro umano che non fosse antica. In qualche punto dei corsi d' acqua creati dal disgelo avevano attraversato la strada, devastandola, scavandola, trascinandovi sassi e rami caduti, fuggendo il vecchio letto preparato dagli uomini, sottraendosi alla tirannia dei fossati e dei ponticelli. E i ponti scalzati, malfermi, tremavano sotto all'automobile, scricchiolavano. Non avevamo ancora imparato a temerli.
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Nel mezzo alla foresta riavvicinammo la ferrovia che avevamo lasciato da alcune ore. Fra gli alberi intravvedemmo una vallata, udimmo uno scrosciare di acque, e in cima ad una breve salita ci si present un ponte. In quell'istante ci sentimmo chiamare:
- Fermatevi, uomini, fermatevi!
Un guardiano della ferrovia d faceva dei segni. Quando ci vide fermi grid:
- Il ponte non c' pi! Il ponte  crollato!
Scendemmo. Era vero. Dal basso non avevamo potuto scorgere che del ponte solo la testata era rimasta. Un largo fiume impetuoso scorreva nel fondo.
- Come si passa? - chiedemmo al guardiano.
- V' un guado, a valle. Prendete a destra, seguite il viottolo nella foresta, troverete qualcuno. C' una stanitza vicino.
- Quanto  profonda l'acqua?
- Non lo so. Stamani sono passati dei carri.
- Che nome ha questo fiume?
- Bolshaja Rieka! - (Il fiume grande).
Seguimmo il viottolo, guadammo facilmente un fiumicello limpido, c'internammo per folti pittoreschi ingombri di piante rovesciate, e sboccammo sul letto sassoso della Bolshaja. Cercammo inutilmente il guado: il fiume era rapidissimo e profondo. Quando le nevi si sciolgono la Bolshaja Rieka deve essere spaventosa. Larghissima, vorticosa, essa strappa alla montagna alberi e macigni, e li trasporta, li rotola, li spezza. Tutto il suo letto era pieno di tronchi giganteschi, di ceppi, di rami, trascinativi dal furore delle acque, un'intera foresta morta e buttata l con un grandioso disordine di sconfitta. Dall'altra parte del fiume vedevamo i tetti di alcune isbe. Un giovane mujik, dal berretto con la banda gialla da cosacco, guidando una telega, emerse dal bosco, dalla nostra parte. Si ferm a guardarci, salutando.
- Dove  il guado? - gli chiedemmo.
- Ora lo passo. Venite con me.
Ci fece risalire la riva per un mezzo chilometro, rientrando per un tratto nel bosco. Poi ritornammo verso la corrente e ci disse:
-  qui. Guardate bene dove passo io. Bisogna scendere nella corrente di traverso, fino a quel punto. Non deviate mai....
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Ci dava queste spiegazioni amichevolmente, con quell'aria buona che hanno i contadini russi, guardandoci con gli occhi azzurri e chiari.
- Il fondo come ? - gli domand Borghese.
- Di pietre, come qui.
- L'acqua fino dove arriva?
-  alta quanto le ruote della telega.
Pensammo all'Iro.
- Si trovano dei buoi?
Egli scosse la testa:
- No, non ve ne sono.
- E dei cavalli?
- S. Tutti hanno il cavallo.
- Puoi procurarci sei cavalli? Paghiamo un rublo per cavallo, e un rublo di pi a te.
- Bene. Aspettatemi qui.
Attravers il fiume, scomparve. Pass un'ora. Cominciavamo ad essere impazienti, allorch vedemmo arrivare al trotto un gruppo d'uomini a cavallo, sull'altra riva. Erano i nostri uomini. Guadarono, e quando furono vicini ci salutarono gravemente togliendosi i berretti. Erano bei tipi vigorosi dalla faccia mistica; fisionomie da santi biondi su corpi da atleta. Come tutti i mujiks, portavano i capelli lunghi fino al collo; il popolo russo perpetua l'acconciatura degli antichi guerrieri, con i capelli tagliati netti sotto alla nuca come se pi lunghi potessero imbarazzare ancora la cervelliera e la lorica.
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Trasportarono prima il bagaglio, caricandone le groppe nude dei cavalli; pareva una scena di saccheggio. Intanto Ettore, per non togliere il magnete, vi creava intorno una protezione impermeabile di stracci ricoperti di grasso. I sei cavalli poi furono attaccati all'automobile, con quelle lunghe corde che ci avevano cos bene servito in tante occasioni, gli uomini balzarono in groppa alle cavalcature, uno di essi si mise a cavalcioni sul cofano del motore. Ettore prese il volante. La macchina sobbalzando ed oscillando s'immerse nella Bolshaja Rieka, fra gridi, scocchi di nagaika, nitriti, in mezzo ad una corona di spume e di spruzzi, assalita di fianco rabbiosamente dall'acqua con un gorgogliante rimescolo d'onde. All'altra riva rimettemmo rapidamente l'automobile in ordine di marcia. Quel ponte caduto ci aveva fatto perdere tre ore. Volevamo giungere prima di sera a Missowaja, sulla sponda orientale del Baikal, a 160 chilometri da Verkhne-Udinsk. I mujiks c'indicarono la strada. Rientrammo fra i boschi.
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Vi  una sola regione in Europa che ricordi quel paesaggio: la Scozia. Le stesse colline silvestri, le stesse piante, un eguale aspetto pittoresco e selvaggio, e nelle lontananze quella bruma nordica che spegne dolcemente i colori in un velo di melanconia. Verso le cinque, dopo tredici ore di viaggio, finalmente, fra le aguzze e nere cime degli abeti vedemmo scintillare l'azzurra distesa del Baikal. Pareva pi luminosa del cielo rischiarato.
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In quel folgore di serenit potevamo a stento scorgere le montagne della riva opposta, lontane cinquanta chilometri. Al nord e al sud l'orizzonte d'acqua era illuminato. Il lago Baikal i russi lo chiamano "mare". In verit esso  un lago per la larghezza ed  un mare per la lunghezza. Il Mare d'Azof  pi piccolo di un terzo. Il nome di mare gli venne per tradizione. Per due secoli fu creduto uno strano mare d'acqua dolce, e per due secoli la conquista russa si ferm alla sua sponda. Poi il desiderio dell'altro mare, quello salato, la spinse avanti e la port al Pacifico.
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La strada ondulando costeggiava il lago; ci conduceva a momenti cos vicino alla riva da farci udire il fruscio ritmico dell'onda sulla sabbia. Ad un tratto la foresta cess. Non era stata tagliata: era bruciata. Sulle colline spogliate rimanevano dei tronchi carbonizzati, cadaveri d'alberi eretti in mezzo ad un funereo squallore. Il fuoco  il grande nemico delle foreste siberiane; nasce non si sa come, il vento lo propaga, e il vento lo respinge. Noi pensavamo al meraviglioso e terribile spettacolo di quell'incendio in riva al lago, a quella risplendente devastazione che divorava sei verste di boschi, e che doveva scorgersi alla notte, specchiata dalle acque e riflessa dal cielo, simile ad un'aurora boreale, fin dalle rive dell'Angara. Un'ora dopo entravamo a Missowaja.
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Missovvaja  poco pi di un villaggio: un allineamento di casette di legno su strade larghissime sassose e fangose come letti di torrenti, dei marciapiedi di tavole, una piazza piena d'erba, una chiesa bianca dal tetto verde, una caserma. Ma questo villaggio assonnato e quasi abbandonato ha avuto un periodo di attivit e d'importanza. Quando la ferrovia non era stata prolungata intorno alla riva sud del lago, Missowaja era il porto orientale dei grossi vapori che traversavano il Baikal. Io la ricordo sette anni or sono, piena di soldati e d'impiegati, con i suoi uffici doganali in gran movimento ad ogni arrivo di battello o di treno, la stazione ingombra di merci, di vagoni, di viaggiatori, il porto solcato da barche, da rimorchiatori, da giganteschi ferry-boats che contenevano quattro convogli nel loro ventre capace. E alla notte si accendevano i lumi rossi e bianchi dei suoi fari e del semaforo, il piccolo albergo vicino alla stazione si gremiva di gente che aspettava a mensa le partenze della notte. Ora non si riconosce pi. Il molo, che  una delle pi grandi dighe di legno che abbia mai veduto, cade in rovina, i fari sono sempre spenti, le navi non approdano pi, il lago tutto intorno  deserto, i binari del porto si perdono nell'erba, nessuno pi discende dai treni che passano, tutto decade, si arrugginisce, si distrugge, e pochi abitanti sono rimasti non si sa perch.
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A Kiakhta il nostro amico Sinitzin ci aveva dato una presentazione per lo Starosta - sarebbe come dire il sindaco - di Missowaja, suo corrispondente di affari, l'agente che organizzava il transito del th attraverso il Baikal, transito che si compiva unicamente nell'inverno, con le slitte, sul lago gelato. Cercammo dunque dello Starosta, che ci accolse ospitalmente nella sua casa fatta di travi - un'isba un po' pi grande delle altre. Egli ci aspettava; aveva qualche cosa per noi, qualche cosa estremamente preziosa che era giunta da Irkutsk al nome di Borghese: della benzina, dell'olio e del grasso. Erano i viveri dell'automobile, ridotta quasi alla fame.
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Il Pristaf, il capo della polizia, un uomo dalla pancia e dalla barba esuberanti, solenne nella sua uniforme venne a trovarci: osserv i nostri passaporti, ci fece sostenere un minuzioso interrogatorio diretto a conoscere le misteriose ragioni per le quali non viaggiavamo in treno come tutte le persone per bene, si vers un bicchiere del nostro th, e rimase ad osservarci in silenzio. Venne il luogotenente dei gendarmi; c'interrog cortesemente, si prese un bicchiere di th, e ci tenne compagnia. Arriv dopo di lui il direttore dei telegrafi, e poi dell'altra gente, in uniforme e senza; la camera si riemp; divenimmo il centro d'una piccola assemblea che aveva l'aria di voler sedere in permanenza.
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La verit era che a Missowaja il nostro modo di locomozione era sembrato piuttosto rivoluzionario alle autorit. Al momento dell'arrivo, avanti alla casa dello Starosta, s'era adunata un po' di folla intorno a noi, dei gendarmi erano accorsi, e li udimmo comandare a due o tre persone, dopo averle chiamate per nome: "Voi, andate immediatamente a casa!" - Le persone cos interpellate si erano allontanate a capo chino. Si trattava evidentemente di esiliati politici con i quali i gendarmi temevano noi potessimo avere dei rapporti. Ma possedevamo un documento magico: la lettera del Direttore generale della Polizia dell'Impero. Essa produsse un effetto enorme. Tutti i sospetti si dissiparono per incanto, e conquistammo di colpo la pi grande e immeritata considerazione delle autorit. Noi ne profittammo per domandare informazioni sulla strada che gira intorno al Baikal diretta a Irkutsk.
Ci sorrideva il progetto di raggiungere Irkutsk per quella via.
Nel programma della Pechino-Parigi si prevedeva la traversata del Baikal in battello. Era giusto: si passano cos i fiumi, e il Baikal ha pi l'aspetto d'un enorme corso d'acqua barrante la strada, che di un lago. Ma poich esisteva una via sulla riva, noi volevamo tentarla. Le informazioni per erano pessime. Gi a Verkhne-Udinsk ci avevano detto che i ponti sui fiumi principali erano crollati e gli altri stavano per crollare. A Missowaja ci ripeterono la stessa cosa. Ma tutti parlavano per "sentito dire"; nessuno aveva visto quella strada da dieci anni. Non volevamo abbandonare l'impresa senza averla tentata. Bisogna confessare che le traversate dell'Iro e della Bolshaja-Rieka ci avevano conferito una fiducia ed una confidenza eccessive in fatto di fiumi. Non credevamo che i piccoli corsi d'acqua al sud del Baikal fossero cos importanti da non essere guadabili in qualche punto accessibile del loro corso. Decidemmo dunque di partire l'indomani per questa esplorazione idrografica. La macchina era in eccellenti condizioni - dalla partenza da Pechino non avevamo avuto bisogno che di cambiare una sola pneumatica alla ruota posteriore sinistra -, avevamo combustibile e lubrificante per mille chilometri, viveri per tre giorni; potevamo arrischiarci dunque anche in regioni completamente disabitate.
Dormimmo in terra, perch lo Starosta se aveva una camera non aveva dei letti (il letto  un lusso in Siberia, dove nell'inverno si dorme sulla stufa calda e nell'estate sul pavimento) ed alla mattina dopo, 28 Giugno, dato un cordiale addio all'ospite partimmo.
Dovevamo ritornare anche troppo presto.
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La mattinata era limpida e fredda: una bella mattinata del nostro febbraio. Il lago calmo, senza un'onda, senza un'increspatura, aveva una diafanit d'aria; ci pareva di respirarlo. Soltanto il Baikal ha nei giorni puri certe apparenze di eterea leggerezza, certe serenit pallide da cielo rovesciato, che alla vastit immensa aggiungono l'impressione d'una profondit infinita e luminosa. La riva coperta di boschi spingeva sull'acqua penisolette folte di vegetazione, scapigliate e verdi, e l'acqua le rifletteva, le faceva sembrare doppie e sospese. Stormi di grandi uccelli bianchi, simili ai gabbiani marini, roteavano sul lago, e ne rivelavano la superficie sfiorandola. La nostra ammirazione fu breve. La strada volle tutta la nostra attenzione, e dimenticammo presto l'incanto del paesaggio.
La strada non era soltanto abbandonata: era anche devastata. Valicavamo ripide colline che la furia delle acque durante il disgelo aveva tormentato, corroso, bucato. Salivamo e scendevamo dei veri gradini. Superavamo certi passi scoscesi facendo prendere alla macchina una veloce rincorsa. La macchina sbuffava, fremeva, balzava nelle asperit del suolo, si sollevava al primo urto delle ruote sulla salita come impennandosi. E talvolta, giunta quasi alla cima si fermava impotente, e doveva dare indietro per prendere un nuovo slancio pi lungo e di maggior lena.
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Altrove la strada era coperta d'erbe, assalita da boscaglie selvagge, ingombra d'alberi caduti, di rami secchi trascinati l da qualche inondazione. In alcuni punti, dove si bordeggia la riva, le tempeste del Baikal hanno abbattuto le palizzate, hanno morso la terra, facendo franare parte della strada. Procedevamo cautamente sullo stretto ciglione, vedendo sotto di noi la calma trasparenza del lago.
Le antiche stazioni di posta erano disabitate, mezzo demolite, con i tetti caduti o cadenti, le imposte sfondate, le camere invase dall'erba. Parevano dimenticate dopo una guerra ed un saccheggio. Una devastazione indicibile ha percorso la vecchia strada maestra siberiana. Essa sta scomparendo dopo aver portato fino all'Oceano Pacifico la potenza russa.  gi morta, ed ora si dissolve. Noi non vedevamo pi che una apparenza di questa gran via della conquista. Comminavamo nel letto disseccato d'un fiume d'umanit e d'un fiume di ricchezza. Quella strada ha visto passare l'armata di Murawietf-Amursky che diede alla Russia nell'Oriente la pi bella rivincita di Crimea, ha visto passare la deportazione e l'emigrazione, tutto il dolore e tutta l'audacia che hanno creato in cinquant'anni un popolo fra il lago e il mare, ha visto passare milioni d'oro dalle miniere di Blagowieshchensk e milioni d'argento dalle miniere di Nertshinsk sui convogli scortati dai cosacchi a cavallo. Su questa arteria che ha dato la vita ad un mondo, noi dovevamo prepararci ogni tanto il passaggio con gli attrezzi.
I parapetti dei ponti erano caduti; nessuno li aveva divelti, poich stavano l, rovesciati dal peso della neve o dalla violenza del vento. I ponti stessi si sarebbe detto che resistessero soltanto per abitudine. Noi avevamo troppa fiducia in quell'abitudine. Fummo guardinghi attraversando i primi, poi non vi pensammo pi. Ci eravamo persuasi che fossero molto pi forti di quanto non dimostrasse la loro apparenza. Qualcuno tremava e scricchiolava, ma senza conseguenze. Cercavamo di evitare le tavole rotte, e le altre si abbassavano, oscillavano, ma ci portavano. Una volta sola, sopra un piccolo ponte, sentimmo uno schianto; l'automobile ebbe un istante d'incertezza, un rallentamento repentino, ma balz avanti sul terreno solido, mentre alcune tavole cadevano a rifascio, e sul piano del ponte appena attraversato si apriva una gran buca.
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Dopo tre ore giungemmo al primo dei famosi ponti crollati, sul fiume Mishika. Il fiume era largo e veloce. Le alture, intorno, avevano ancora la sommit striata dal bianco delle nevi. Trovammo lungo la riva un viottolo che scendeva verso la foce. Lo seguimmo, ed arrivammo ad un piccolo gruppo d'isbe. Incontrammo un tagliaboschi seduto sull'erba, tutto intento ad infilarsi un enorme paio di stivali.
- Salute! - ci disse, senza sembrare affatto impressionato dell'arrivo di un'automobile.
- Salute. Dov' il guado?
- Non c' guado, piccolo padre. La Mishika  pi alta di me.
- Come fai dunque a traversarla?
- Con quella barca.
Guardammo dalla parte che l'uomo c'indicava, e vedemmo, legata ad un cespuglio della riva, una specie di piroga che aveva il fondo pieno d'acqua.
- Non vi sono altre barche?
- S, ce n' un'altra, come quella.
- E il bestiame come passa?
- A nuoto. Guardate laggi, adesso.
In direzione del lago, dove la corrente si calmava, un gruppo di cavalli nuotava verso la riva sinistra, lentamente, deviando un poco.
- Come si potrebbe fare a portare questo carro dall'altra parte del fiume? - chiedemmo al boscaiolo.
Egli riflette qualche tempo, finendo di calzare i suoi stivali, si alz e rispose:
- Si pu riparare il ponte. Le travi di sostegno sono rimaste e sono ancora buone.
- Vi sono operai qui?
- Tutti siamo capaci a fare ponti. Vi sono uomini e legname in abbondanza.
- Quanto tempo ci vorrebbe?
- Otto giorni almeno, e sei uomini.
Ci ponemmo a discutere il progetto. Rifare un ponte, era seducente. Aspettare otto giorni, era sopportabile. Ma noi avremmo trovato un altro ponte crollato sul Pereemna, e un altro sull'Aososa, e un altro sul Vidrina, senza contare i minori. Non potevamo certo metterci a rifare tutti i ponti crollati dell'Impero russo. Il lavoro avrebbe esorbitato dal programma d'una corsa in automobile. Dovevamo dunque abbandonare l'idea di proseguire il viaggio intorno a Baikal? Ma no; non ancora. Un nuovo progetto si faceva strada. Su quei fiumi v'erano pur sempre dei ponti, e formidabili: quelli della ferrovia. Non si sarebbe potuto entrare nella ferrovia, correre lungo i binari, traversare i ponti, e poi ridiscendere sulla vecchia strada maestra al di l dei fiumi impassabili? Avevamo visto giusto una stazione vicina.... Perch non provare?
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Ripartimmo pieni di novella speranza. Arrivammo alla stazione, che avevamo intravvista fra gli alberi. Pareva deserta. Entrammo nella piccola sala d'aspetto tappezzata da grandi tabelle illustrate, che insegnavano il modo di prestare le prime cure ai feriti, rimaste l dall'epoca della guerra quando tutte le stazioni erano piene di truppe. Nella sala non c'era nessuno, le porte erano chiuse. Dopo esserci sufficientemente istruiti sulle cure d'urgenza ai feriti, in attesa che comparisse qualcuno, cominciammo a chiamare. E apparve un gendarme.
Il gendarme ci richiese i passaporti, documenti perfettamente inutili quando si possiede una lettera del Direttore generale della Polizia dell'impero. Fu la lettera che sottoponemmo al funzionario. Era un eccellente ragazzo, quel gorodovoi; impieg molto tempo a leggere sillabando, ma finalmente cap. Cap e divenne nostro amico. Non immaginavamo allora che egli dovesse essere per noi di una utilit impagabile, pochi giorni dopo.
L'ottimo gendarme, conosciuto il nostro desiderio dei ponti, ci disse:
- Va bene.  affar mio. Ora telegrafo subito ai miei superiori, li informo delle vostre qualit e la cosa  fatta.
- Ma - obbiett il Principe - le autorit ferroviarie....
- Cosa c'entrano le autorit ferroviarie col permesso di passare sulla ferrovia? La polizia ha la sorveglianza della linea, ai ponti vi sono le sentinelle, perch i malintenzionati non li facciano saltare, e nessuno pu andare sulla linea senza il nostro permesso.
Il capostazione, che sopravvenne e s'inform della questione, trov la cosa molto pi difficile.
- Per conto mio - ci disse - vi permetterei tutto, vi direi: Andate subito! - ma io non posso niente; la polizia non  competente; e l'autorit ferroviaria non pu disporre di nulla contro ai regolamenti. Il Governo solo  il padrone. Dovete domandare il permesso al Governatore Generale della Siberia a Irkutsk.
Eravamo scoraggiati. Ma convenimmo di tentare. Avremmo dunque telegrafato al Governatore. Se una sua risposta favorevole non fosse giunta entro due giorni, ci saremmo rassegnati a traversare il lago. Presa questa decisione, ripartimmo per Missowaja. Fu un ritorno accasciante, e nessuno ne potr dubitare. Vi  qualche cosa al mondo pi greve d'una grande fatica: ripeterla. Superare delle difficolt per tornare indietro  umiliante; senza contare che una strada cattiva e nota  doppiamente noiosa: le manca il valore della novit - a meno che non si consideri nuovo il fatto di trovare in discesa quel che era in salita e in salita quel che era in discesa. Il cielo era divenuto bianco ed eguale; si era annuvolato insensibilmente; si sarebbe detto che preparasse piano piano una buona nevicata. Spirava un vento freddo, e il lago era tornato a muovere le sue ondate, bianche come il cielo.
Il ponte sfondato ci procur molto lavoro per riaccomodarlo alla meglio, ed una certa apprensione per attraversarlo: ma in fondo si lasci superare abbastanza docilmente anche lui. E nelle prime ore del pomeriggio eravamo di nuovo a Missowaja, ospiti ancora dell'ottimo Starosta che ci ricev cordialmente come la prima volta. Spedimmo subito il dispaccio al Governatore generale della Siberia chiedendo il permesso di percorrere la strada ferrata. E non ci rimase che aspettare la risposta.
Aspettare a Missowaja significa gustare le amarezze della deportazione. Avevamo, confessiamolo, poca fiducia nella rapidit di quella risposta. Il Governatore avrebbe dovuto consultare dei funzionari, a tempo e luogo, seguire una procedura, rimettere forse la questione a Pietroburgo; lass il Ministero dell'Interno avrebbe passato la "pratica" a quello delle Comunicazioni, nel quale un Consiglio superiore avrebbe incaricato un commissario di studiare la cosa e di fare un rapporto.... Ci pareva di esserci messi di fronte alla pi grave delle difficolt, ad un ostacolo immenso contro il quale erano inutili tutti i quaranta cavalli di forza dell'automobile e tutte le energie delle quali potevamo disporre, ad una specie di montagna immensa, grigia, molle, avanti alla quale non si pu fare altro che aspettare, domandare soccorso al tempo e alla pazienza. Cos ci appariva la Burocrazia. Avevamo torto. La Burocrazia russa ha compiuto per noi dei miracoli di celerit e d'indipendenza, durante tutto il nostro viaggio, da una dogana all'altra dell'Impero.
Aspettando, esploravamo Missowaja; passeggiavamo sulla sponda del lago raccogliendo fra la ghiaia variopinta le piccole onici e le agate, classificavamo i pesci morti gettati alla riva dalle onde, ci arrampicavamo sul molo abbandonato, ci fermavamo a guardare gli oggetti eterogenei esposti nelle piccole vetrine polverose di qualche bottega. Questa ultima occupazione ci condusse alla conoscenza del farmacista di Missowaja, un luogotenente farmacista oriundo delle Provincie tedesche, il quale ci attir fra i suoi barattoli e ci fece la pi simpatica accoglienza. La farmacia divenne un nostro ritrovo favorito; vi passavamo lunghe ore sorbendo oscuri liquori d'invenzione e di fabbricazione locale, ed ascoltando le storie di caccia dello speziale, che aveva fucili, cartuccere e pelli d'orso, presso le damigiane dell'olio di ricino. Ci mostr una folta pelliccia d'orsacchiotto ancora fresca, tesa ad asciugare sopra una tavola. Glie l'avevano portata allora. Un cacciatore aveva ucciso la bestia con una coltellata. V'erano degli orsi a tre verste dal paese, sulla collina. Perch non organizzare una battuta? Ma s. E l, in mezzo all'odore dei decotti, progettavamo la caccia.
Dalla farmacia passavamo all'ufficio telegrafico, a domandare notizie dei nostri compagni. Erano arrivati a Kiakhta quel giorno stesso in buone condizioni. Avevano percorso parte della strada seguendo le nostre traccie, ed all'Iro quei buoni mongoli, fedeli alla consegna, vedendoli arrivare erano andati loro stessi ad offrire i buoi, spiegando a furia di gesticolazioni il modo col quale noi eravamo passati all'altra riva. Nel pomeriggio di quel giorno stesso, 28 Giugno, le De Dion-Bouton e la Spyker erano ripartite per Verkhne-Udinsk. Il giorno dopo sapemmo che alle nove del mattino erano giunte alla Selenga presso Novi-Selenginsk - dove noi avevamo incontrato il primo battello a vapore - e, traversato il fiume, erano ripartite alle undici. Calcolammo che sarebbero giunte a Verkhne-Udinsk l'indomani a mattina, 29 Giugno, ed a Missowaja il primo od il due di Luglio.
A casa passavamo il tempo intorno al samovar, facendo una radicale cura di th, intramezzata dalle prelibatezze della zakuska che  l'antipasto russo nel quale si mangia di tutto. Torn il pristaf, tornarono i maggiorenti del paese a tenerci silenziosa compagnia, mentre sulla porta si fermava la rispettosa curiosit della folla. Anche l'automobile, che riposava nel cortile, buona vicina delle vecchie slitte che conoscevano i ghiacci del Baikal, riceveva le sue visite; era sempre circondata da mujik capelluti, stivalati di feltro, da cosacchi, da ragazzi; chiunque passava per la via entrava a contemplarla. Fuori del recinto v'erano sempre cavalli e carretti che aspettavano. Noi dovevamo reprimere l'impazienza della lunga attesa osservando, attraverso la piccola finestra ornata di piante fiorite, il cielo rasserenato. Spingevamo fra i rami lo sguardo fino alle isbe lungo la via sassosa e deserta che si asciugava al sole, guardavamo dietro ad esse lo sconfinato orizzonte scintillante del Baikal, e tornavamo a sederci brontolando:
- Perdiamo delle gran belle giornate, e quando ci rimetteremo in viaggio piover!
Alla sera del 28 un mercante ebreo si fece presentare a noi. Portava la lunga palandrana nera degli ebrei russi; salut con ossequio e ci disse:
- Voi volete andare a Irkutsk?
- S.... secondo!
- Avrei da proporvi un ottimo affare. Ho nel porto un vapore. Se volete vi sbarco in sette ore a Listwinitshnoje a met prezzo della ferrovia.
- Quando parte il vostro vapore?
- Questa sera, se vi piace. Non ha carico da fare, e pu ripartire subito. Vi aspetterei, al caso, anche fino a domani sera.
- Non possiamo decidere. Siamo in attesa di una risposta che pu tardare....
- Basta, pensateci - e quando fu sulla soglia andandosene, si rivolse ripetendo: - Fino a domani sera. Salute!
Tutto il giorno era trascorso senza che arrivasse alcuna notizia da Irkutsk. Nella notte fummo svegliati da grandi colpi battuti dall'esterno sull'isba. In quelle case non  necessario bussare alla porta per farsi aprire; si prende un sasso e si batte sulle pareti di legno, tutto intorno, finch qualcuno sente. Era uno strepito d'inferno. Lo Starosta, insonnolito, and alla porta, e torn insieme ad un fattorino del telegrafo, il quale era munito d'una lanterna, e armato di fucile, di baionetta, di rivoltella. Porgeva un dispaccio.
- Perch tutte queste armi? - gli chiese Borghese mentre firmava la ricevuta al lume della lanterna.
- Non si pu uscire di notte senz'armi - rispose -. La regione  infestata da malviventi che assaltano, ammazzano, derubano da tutte le parti. Sono quelli di Sakhalin.
- Quelli di Sakhalin?
- S, i deportati di Sakhalin, che difesero l'isola contro i giapponesi. Furono ritirati, dopo la guerra, sul continente, e nella confusione evasero. Molti vennero liberati per premiarli d'avere combattuto. Si sono dispersi nell'Amur e nella Transbaikalia, hanno aperto delle prigioni e lasciato fuggire i criminali, entrano nelle banche, svaligiano, scompaiono. Non si vive pi in pace.
Comprendevamo bene la ragione per la quale la Polizia ci aveva autorizzati a portare non una ma due rivoltelle; e diveniva logica la strana domanda che ci sentivamo rivolgere arrivando in qualche posto: "Siete stati mai assaliti?" A Verkhne-Udinsk degli ufficiali della polizia, venuti all'albergo, ci avevano detto: "Al primo movimento sospetto di qualcuno vicino a voi, specialmente di sera, sparate, sparate subito, ma state attenti sopratutto ad una cosa...." - Quale? - avevamo chiesto -. "A tirare giusto, a non sbagliare il colpo" - e non pareva avessero menomamente il tono di scherzare.
Il telegramma veniva da Irkutsk, e diceva: "Il Governatore generale si trova a Krassnojarsk ove gli venne trasmessa la vostra domanda di attraversare i ponti ferroviari". Ci riaddormentammo sul nostro pavimento borbottando qualche parola poco ortodossa contro la lentezza delle tramitazioni ufficiali in Siberia.
L'indomani, 29 Giugno, eravamo a colazione dal luogotenente farmacista, nella sua retrobottega, e parlavamo della famosa caccia all'orso, quando il campanello della porta sulla strada squill. Il nostro ospite, che era andato ad aprire, riapparve poco dopo con fare misterioso, guard in giro i suoi barattoli, come temesse di essere spiato, e a bassa voce ci disse:
- Ci sono i gendarmi! Due gendarmi che chiedono di voi.
- Di noi?
- S, di voi. Sanno che siete qui, e dicono che hanno assoluto bisogno di parlarvi. Mi dispiace....
Andammo a sentire cosa voleva la gendarmeria da noi. Nella farmacia due gorodovoi ci aspettavano. Fuori della vetrina qualche curioso cercava di guardar dentro, timidamente, senza averne l'aria. L'arrivo dei gendarmi non  sempre un segno di buon augurio in Siberia. Forse Missowaja gi si aspettava l'arresto dei misteriosi viaggiatori che correvano il mondo sopra una locomotiva scappata. Borghese stava per metter mano alle carte e mostrare la famosa lettera; ma questa volta furono i gendarmi che ci porsero una carta, salutando con tutto il rispetto. Era il permesso, l'atteso, il sospirato permesso del Governatore generale della Siberia. Chi osava dir male della burocrazia? Noi ne eravamo entusiasti. Le prodigavamo le espressioni della pi grande simpatia. In verit l'autorit russa si mostrava con noi di una cortesia, d'una premura, d'una ospitalit indimenticabili. Il permesso che ricevevamo era straordinario, unico.
Dunque, eravamo autorizzati a camminare con l'automobile sulla linea ferroviaria, ad attraversarne tutti i ponti, e ad arrivare cos ad Irkutsk, se fosse stato necessario.
- Cosa dobbiamo fare? Quando possiamo partire? - abbiamo chiesto ai gendarmi.
- Potete partire quando volete. Il personale sulla linea  avvertito. Alle stazioni vi diranno quando la linea  libera.
Abbandonammo, naturalmente, gli orsi alla pace delle loro foreste, e trascorremmo il resto della giornata a prepararci a quella singolare traversata fra binari, scambi, segnali, da stazione a stazione.
Andavamo incontro alla pi drammatica avventura di tutto il viaggio.
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CAPITOLO 13. UN PONTE CHE CROLLA.
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In automobile sulla ferrovia. La "sedicesima stazione di smistamento". Il vecchio ponte. Nel crollo. L'automobile travolta. Il salvataggio. Tankoy.
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Alle quattro e mezza del 30 Giugno, con un tempo divinamente sereno ma freddo, lasciammo per la seconda volta Missowaja riprendendo la strada percorsa al 28. Portavamo con noi, legate al bagaglio, due lunghe tavole che lo Starosta ci aveva ceduto. Prevedevamo di averne bisogno per passar sopra agli scambi in vicinanza delle stazioni, durante la nostra corsa fra le rotaie.
L'idea di andare in automobile sopra una linea ferroviaria ci sembrava cos stravagante che ne parlavamo con un senso di dubbio. Ci si era presentata alla mente come una cosa naturalissima: pensandovi finivamo col trovarla assurda. Il giorno avanti l'unica difficolt per noi era la mancanza del permesso; al momento di mettere lo strano progetto in esecuzione vedevamo una folla di difficolt insospettate. Le ruote non avrebbero affondato fra le traverse, incastrandosi? come superare i tratti in riparazione? Avremmo potuto uscire rapidamente dalla linea al sopraggiungere di qualche treno facoltativo? Le chiavarde delle rotaie non avrebbero lacerato le pneumatiche? E, tutto andando bene, le scosse d'un lungo tragitto sulle traverse non potevano avere le pi gravi conseguenze sulla rigidit e sulla solidit della macchina? Rispondevamo a tutto: Vedremo! - e andavamo avanti.
Volevamo entrare sulla linea dalla piccola stazione vicina al fiume Mishika, dove ci eravamo fermati due giorni prima. Il singolare viaggio sarebbe cominciato nel luogo stesso ove ne era nata l'idea. Il prossimo treno per Irkutsk non sarebbe passato da Missowaja che alle otto, e il prossimo treno per Verkhne-Udinsk sarebbe passato a mezzogiorno. Avremmo avuto il tempo, fra l'uno e l'altro, di raggiungere la stazione di Tankoy ad un sessanta verste da Missowaja. Tankoy  l'erede navale di Missowaja; il nuovo porto dei ferry-boats, preferito perch pi vicino alla sponda occidentale del lago: la traversata dei battelli fra Tankoy e la stazione di Baikal, sulla riva sinistra dell'Angara,  soltanto di quaranta chilometri. Vi sono dei fiumi pi larghi di cos, come il Par a Belem, e la Plata a Buenos-Ayres.
Rifacemmo pazientemente la vecchia strada solitaria, cos pittoresca e cos difficile, con i suoi innumerevoli ponticelli cadenti, le sue discese ripide e le sue salite che bisognava prendere d'assalto, ora serpeggiante presso la serenit del lago, ora internata nell'ombra della foresta. Profittavamo del vantaggio di conoscerla; la prodigiosa memoria di Borghese la ricordava tutta. Egli diceva ad Ettore, che guidava: Ora viene un salto; frena! Adesso troviamo quel ponte che pende a destra; tienti a sinistra! - Ma tutta questa prescienza non valse a farci camminare con una velocit media superiore ai nove chilometri all'ora. E soltanto verso le otto arrivammo alla piccola stazione presso alla Mishika.
Ritrovammo il capostazione, e il gendarme - quello che voleva telegrafare ai suoi superiori. Il capostazione non aveva ricevuto alcun avviso del nostro permesso. Il gendarme s. Questi ci disse che tutti i gendarmi ed i soldati vigilanti lungo la linea avevano ricevuto da Irkutsk l'ordine di lasciarci passare. Il capostazione dichiar: 
- Io non mi oppongo. Non so niente. Non assumo responsabilit.
Il gendarme dichiar:
- Vi accompagner io, e passerete per tutto.
Dal che ricevemmo la pi convincente conferma della onnipotenza del gendarme in Siberia.
Per dare un posto nell'automobile al bravo milite, io mi arrampicai sull'alto bagaglio, nella parte posteriore della carrozzeria, dove m'insediai a cavallo, un po' disturbato dalla presenza delle lunghe tavole, ma soddisfatto della elevata posizione che mi lasciava scorgere le cose da un punto di vista assolutamente nuovo. Il gendarme sed nel posto del predellino.
Al fine di evitare gli scambi e i meccanismi dei segnali che ingombravano la linea in vicinanza della stazione, andammo a cercare pi oltre, una versta lontano, un passaggio fra la vecchia strada e la ferrovia. La banchina ferroviaria era alta un paio di metri, ed il passaggio consisteva in una piccola scalinata ad uso d'un cantoniere vicino, poco adatta all'ascensione d'un'automobile. Ma non era quella una difficolt da impressionarci. Con l'aiuto di vecchie traverse, che accatastammo sapientemente, e delle due tavole, costruimmo una passerella, che la macchina varc trionfalmente di slancio. Eravamo finalmente sulla linea. Con le ruote di sinistra l'automobile scavalc la rotaia di destra, noi ricaricammo in fretta le tavole, le legammo ben bene, e riprendemmo i nostri posti. Mi issai di nuovo sulla vetta del bagaglio come un arabo sulla gobba del dromedario. Partimmo.
La prima impressione fu deliziosa. Quella superba via, eguale, livellata, nitida, dopo i salti, gli sterpi, le boscaglie, i fossi della ex-strada maestra, era piena di seduzione. Stretta, ed alta sulla campagna, dava l'idea d'una snellezza sospesa, come d'un immenso ponte a nastro. Tutto ci era nuovo, e forse per questo solo ci piaceva tanto. Procedevamo lentamente; le traverse, per quanto vicinissime l'una all'altra, e coperte da uno strato di sabbia, imprimevano all'automobile un'ondulazione, una specie di movimento di galoppo, lieve lieve. Ma quando la velocit aumentava, il galoppo diveniva violento, e finiva per cambiarsi in un fremito terribile, in uno squassamento feroce nel quale la macchina pareva dovesse spezzarsi. Ci contentavamo perci di galoppare adagio adagio, con la velocit di un quindici chilometri all'ora. Arrivammo alla prima casa cantoniera.
Il guardiano, naturalmente, non era pi informato del capo-stazione sul nostro viaggio, eseguito sotto l'alto ed esclusivo patronato della polizia. Il poveretto non capiva niente di quella strana locomotiva che se ne andava tranquillamente fuori delle rotaie; guard esterrefatto, e fin certamente con l'immaginarla un veicolo di nuovo modello in prova, poich si precipit nella sua casetta, ne usc subito armato del bastone che segnala "strada libera", e si mise nella posizione regolamentare. Il gendarme ordin di fermare, scese, si avvicin a quell'uomo, e si fece consegnare la bandierina rossa che teneva, arrotolata, alla cintura. Il gendarme, agitando quel vessillo sovversivo, ritorn sull'automobile, tutto soddisfatto, esclamando:
- Per fermare i treni!
Passammo su numerosi ponticelli, larghi quanto le traverse, senza parapetti, sospesi su profondi burroni dei quali vedevamo spumeggiare l'acqua sotto di noi, per i larghi interstizi fra una traversa e l'altra. Quei ponticelli, cos traforati, formati da assi discoste che sembrano sorrette soltanto dai binari, hanno un'apparenza di leggerezza e di fragilit che spaventa. Si sa che sono forti, ma non si vede. L'automobile camminava con le ruote di sinistra fra i due binari, e le ruote di destra all'esterno, su quel poco spazio delle traverse che sporge in fuori. Nei ponti, cos, le ruote di destra correvano proprio sull'orlo dell'abisso. Era questione di centimetri. La manovra non presentava tecnicamente difficolt per un guidatore dall'attenzione costante e dalla mano sicura. Ma era impossibile in quei momenti di sottrarsi ad una leggera, istintiva, segreta emozione, che faceva stringere i pugni, e non permetteva di distogliere l'occhio dalla ruota direttrice nel suo passaggio sullo stretto bordo, su quelle cime di travi sporgenti nel vuoto. Non si poteva scacciare completamente questo pensiero: che dopo tutto la salvezza dipendeva dalle facolt d'un uomo, e che l'uomo pi abile pu avere un istante di debolezza, di malore, pu subire un inganno dei sensi, pu essere tradito dalla stanchezza, dalla stessa tensione ed attenzione.
Non tardammo ad attraversare il gran ponte di ferro sulla Mishika, che si presentava da lontano come una enorme gabbia rossastra, sospesa a venti metri dal fiume. A guardia del ponte, alle due imboccature, vi erano dei soldati armati di fucile. Tutti i ponti d'una certa importanza sono cos custoditi militarmente. Pare di percorrere una ferrovia in tempo di guerra, in una zona accessibile alle ostilit, quando si aspetti un colpo di mano del nemico. L'impressione che se ne riceve  triste. Triste sopratutto perch in realt si aspetta un nemico, e questo nemico della Russia  russo.
Il fiume, che ci aveva fermati due giorni prima, rumoreggiava fra gli alti piloni, nell'ombra di selvaggi affollamenti d'alberi. Fummo contenti di valicarlo; ci pareva di prenderci una rivincita. Passato il ponte corremmo per un certo tempo sulla riva del lago, che la ferrovia costeggia e domina dall'alto. Poi il lago si allontan, tornarono dei boschi. L'eguaglianza della strada, che ci era tanto piaciuta al principio, cominciava a noiarci. Una strada regolare e piana deve farsi perdonare la sua monotonia permettendo di correre. Ad un certo punto trovammo la linea in riparazione. Una squadra di operai spostava la livellazione d'una curva. Le traverse erano tutte scoperte. Il galoppo dell'automobile prese un'andatura furibonda. Non era possibile rallentare, per non incorrere nel pericolo di rimanere impuntati, e la macchina sobbalzava rapidamente sulle traverse, passava dall'una all'altra, urtandole di pieno con le pneumatiche, delle quali ci aspettavamo di sentire lo scoppio. Per fortuna, dopo alcune centinaia di metri di questa danza indiavolata, tornammo sul terreno normale. E arrivammo ad una stazione.
Erano le nove e un quarto.
Questa stazione non ha un nome: ha un numero. Sorge in mezzo a luoghi completamente disabitati; non  stata costruita per comodit di passeggeri.  una stazione di "servizio", fabbricata all'epoca della guerra col Giappone, come tante altre, per accrescere la potenzialit della linea aumentando il numero degli incroci. Si chiama "Sedicesima stazione di smistamento". Non dimenticheremo facilmente la Sedicesima stazione di smistamento della Transbaikalia.
Il capostazione, un giovane biondo, aitante, gentile, ci avvert che era prossimo il passaggio del treno da Missowaja, e che perci non potevamo pi continuare la nostra corsa sulla linea. In verit all'arrivo del treno mancava pi di mezz'ora; ma l'avviso era prudente, e perci saggio. Ci tirammo in disparte ad aspettare. Il capostazione ci consigli di riprendere il cammino sull'antica strada maestra, ancora praticabile, e di seguirla fino a qualche passaggio a livello, dove avremmo potuto tornare sulla ferrovia. Il fatto  che egli, in mancanza d'ordini, non voleva permetterci di rientrare sulla linea nella stazione, e ci mandava gentilmente lontano dalla sua giurisdizione. Noi accettammo il suo consiglio. Si trattava, in fondo, di pochi chilometri, e ne avevamo percorsi delle centinaia su quella via della desolazione. Seguimmo fedelmente un viottolo che ci era stato indicato, e un minuto dopo correvamo sull'erba folta della strada condannata.
Anche l, come in quei tratti che conoscevamo gi, non un segno di transito recente, non un'orma. La fiancheggiavano folte boscaglie. Perdemmo subito di vista la stazione, e ci ritrovammo nella solitudine verde e fiorita. Avevamo appena percorso un mezzo chilometro, quando ci si present un vecchio ponte di legno.
Era lungo un venticinque passi, largo quattro. Non arrivava alla larghezza degli altri ponti, ed appariva diverso per la disposizione delle tavole, per una certa rozzezza di costruzione. I ponti stradali, ordinariamente, anche se infradiciti, scalzati, mezzo demoliti, conservavano i segni d'una grande accuratezza di lavoro, avevano qualche cosa dell'antica nave. Si comprendeva che quel ponte era stato rifatto col legname d'un altro crollato. Mancava d'ogni traccia di parapetto, era un po' sbilenco, mostrava le irregolarit e le trascuratezze del provvisorio. Ma avevamo gi attraversato molti ponti provvisori - che non ci erano sembrati migliori. Esso scavalcava un torrentello, profondo tre o quattro metri, i cui ciglioni erano cos irti di cespugli e di arbusti che pareva si tendessero delle piante per ricongiungersi.
Ettore rallent la corsa, e sost qualche secondo per guardare. Di fronte ad ogni ostacolo facevamo queste brevi fermate d'osservazione. Ispezionavamo senza muoverci dall'automobile, studiavamo rapidamente il passo, decidevamo in un baleno. Avevamo fatto l'occhio e la mente ai mille problemi della strada, tanto simili e tanto diversi. Li giudicavamo all'istante, per analogia. Applicavamo a colpo sicuro dei metodi insegnati dalla pratica, sapevamo dove occorreva slancio e dove occorreva cautela, conoscevamo per intuizione i punti sui quali le ruote potevano passare, indovinavamo la parte pi resistente d'una tavola come la profondit d'un'acqua, la durezza d'un fondo melmoso. L avemmo un attimo di esitazione, un fugace presentimento del pericolo. Ma non fu che un attimo. Ogni dubbio non era completamente dissipato, ma noi avevamo un curioso modo di ragionare avanti alle difficolt; ci dicevamo: Proviamo!
Il gendarme era saltato a terra. Egli non aveva la nostra esperienza in fatto di ponti vecchi, e giudicava con un vergine buon senso. Reputava necessario osservare da vicino, scendere nel torrente, guardare le travi. Ci diceva:
- Aspettate! Aspettate!
E si preparava alla ricognizione.
Borghese ordin ad Ettore:
- Vai avanti! piano!
L'automobile s'inoltr sul tavolato che trem, scricchiol un poco, oscill come tanti altri avevano fatto sotto il peso della nostra macchina. Non eravamo gran che allarmati. Ma durante quelle traversate si prova sempre un senso indefinibile di sospensione, di attesa, di concentrazione; si segue con vigilanza il progredire della macchina; vi si pone tutta la forza del pensiero, quasi per mettere nel lavoro della materia le energie della mente, per aiutare, sostenere, spingere, dirigere con la poderosa tensione della volont. Non ricordo che noi ci siamo mai scambiati una parola in quei momenti.
La parte anteriore dell'automobile aveva gi superato la met del ponte. Si avvicinava al ciglio erboso. Ogni pericolo ci parve dissipato. Improvvisamente sentimmo uno scroscio spaventoso. Il tavolato aveva ceduto sotto il peso della parte posteriore della macchina. Si sfondava, si sfaceva; tutto il ponte si apriva, crollava. Quel rovino, a noi che v'eravamo in mezzo, parve in quell'istante vasto come un cataclisma.
Il motore tacque. La vettura, al momento stesso in cui si fermava, s'accasci dietro con un moto repentino e greve, e batt col ventre sui resti del tavolato. Poi, con una continuit di movimento che non ci lasciava pensare e comprendere, sollev in aria le ruote anteriori, mentre s'inabissava con la parte posteriore, e compiendo un mostruoso giro di bilancia prese una posizione verticale. Cos si sprofond nel torrente, fino in fondo, travolgendoci tutti e tre in mezzo ad un terribile rovinare di tavole e di travi schiantate, spezzate, schiodate. Arrivata ad immergere il cassone nell'acqua del torrente, non si ferm. Continu il suo giro, si rovesci all'indietro per abbattersi sul dorso, finch una trave la trattenne. E rimase quasi supina, con le ruote in su e il dorso verso il suolo, lasciando appena spuntare i fanali e il radiatore dalla rottura del ponte, al di sopra dei resti delle travi e delle assi infrante. Tutto questo era avvenuto in pochi secondi. L'automobile aveva fatto, con la lentezza d'un pachiderma, una specie di salto mortale indietro.

Non fu che pi tardi che avemmo un'idea chiara di quanto era successo. Nel momento della caduta non vedemmo che confusamente; tutte le nostre facolt erano intente alle persone; il campo d'osservazione si restringeva alla immediata vicinanza dei nostri individui; ognuno di noi aveva la sua avventura, la sua lotta, il suo corpo a corpo col pericolo. Dopo ci raccontammo. Io conservo pi vivido il ricordo della sensazione che della visione. Mi torna con maggior evidenza alla memoria quel che era dentro di me di quel che era intorno a me. Stavo a cavalcioni del bagaglio; la mia caduta fu la pi lunga. Udendo il primo schianto credetti soltanto ad un avvallamento parziale dell'automobile, ad un incastrarsi delle ruote nel vano di qualche tavola spezzata, e pensando ad una panna tediosa e faticosa, esclamai:
- Ci siamo!
Un istante dopo mi trovavo sotto al ponte, in una penombra repentina e sinistra, aggrappato alle corde del bagaglio. L'automobile scendeva sempre, fracassando legname. Avevo l'impressione di non arrivare mai in fondo. Mi lasciavo trascinare, curvo sotto ad un tempestare di tavole che mi si abbattevano addosso, che mi premevano alle spalle, che si frangevano con rumoro crescente, continuo, crepitante. Ricordo d'aver constatato, non senza soddisfazione, che non provavo alcun forte dolore, e d'aver pensato pi volte: "Finora tutto va bene!". Contavo di averla scampata, quando mi avvidi che il gran dorso dell'automobile eretto mi si rovesciava lentamente addosso. La scatola dell'oliatore, situata ai piedi del conducente, era venuta a trovarsi perpendicolarmente sulla mia testa, e m'inondava di fiotti d'olio caldo. Ne ero intriso tutto, e lo sentivo colare sul viso. In quell'istante mi accorsi che i due seggi che il Principe ed Ettore occupavano un momento prima, erano vuoti.
Sotto alla minaccia di rimaner schiacciato, tentai di sfuggire. Ma mi fu impossibile; mi trovavo incastrato fra i bagagli e il tavolame caduto. Inutilmente adunai tutte le mie forze per sottrarmi al pericolo. Per fortuna una trave provvidenziale aveva fermato l'automobile nella sua lenta rotazione. Udii, in alto, la voce di Borghese urlare con espressione di dolore. Vidi le sue gambe stivalate che si agitavano disperatamente sopra di me, gocciolanti esse pure d'olio. La sua voce tacque subito. Nello stesso tempo Ettore comparve al mio fianco gridandomi:
- Esca, esca di l!
- Non posso! - gli risposi.
- Ma fugga dunque! - mi ripet ansiosamente - Svelto! Se la trave si rompe lei  morto!
- Non posso ! - replicai - Aiutami tu, tirami fuori!
Egli mi afferr energicamente per le ascelle e mi strapp da quelle strettoie. Ci ritrovammo tutti e tre, in piedi, chiedendoci notizie l'uno dell'altro, scambiandoci espressioni di soddisfazione intensa. Osservando la posizione dell'automobile, esclamavamo:
-  incredibile! Siamo salvi per miracolo!
Borghese, quando l'automobile sprofondava, con uno slancio istintivo s'era voltato indietro aggrappandosi ad una trave, ed era rimasto cos, sospeso, finch la macchina, rovesciandosi, non era andata ad appoggiarsi precisamente sulle sue spalle. Egli si era trovato stretto fra la trave e il cofano del motore, compresso, soffocato. In quel momento aveva mandato gli urli che mi avevano fatto guardare in alto. Con quella grande forza che l'uomo trova nel pericolo, aveva potuto sollevare un istante l'automobile e liberarsi. Non  riuscito pi a ricordare come avesse potuto volgersi dal sedile e aggrapparsi alla tavola. La storia d'un attimo decisivo non  rimasta scritta nella sua memoria. La stretta gli aveva prodotto due forti contusioni alla schiena e al petto; provava una sensazione di vivo dolore traendo fortemente il respiro, ed esprimeva tranquillamente l'opinione d'avere qualcuna delle ultime costole a sinistra spezzata. Ettore non aveva riportato che qualche scorticatura. Era rimasto al suo posto di guidatore, attaccato al volante, finch aveva finito con la testa in basso e i piedi in aria. Allora s'era lasciato cadere in fuori fra lo sfasciume del ponte, e guardandosi intorno, aveva scorto me ancora nel pericolo; ed era accorso. Io nella caduta avevo riportato delle avarie misteriose; sentivo ad ogni movimento un dolore diffuso alla spina dorsale, e non riuscivo pi a sollevare completamente le gambe; esse si rifiutavano d'obbedirmi; le trascinavo a piccoli passi. Dovetti poi farmi sorreggere; e per due settimane ho continuato a muovermi stentatamente, strisciando il passo, e salendo con fatica e fra sospiri ogni gradino. Durante questo tempo credo di essere stato di qualche imbarazzo ai miei compagni di viaggio. Sulla faccia avevo delle escoriazioni prodotte non so come e non so da che, che ricordo soltanto per osservare che l'olio della macchina me le ha curate benissimo. Tutte queste ammaccature non toglievano nulla alla nostra felicit: la felicit di sentirci vivi.
Provammo una reazione di letizia. Il pericolo era passato su noi lasciando un'impressione d'incubo. Sognando di precipitare dall'alto avviene spesso di svegliarsi e di sentirsi contenti d'aver soltanto sognato. Noi avemmo un momento di quella contentezza indicibile. Ridevamo guardando l'automobile rovesciata, come se ci avesse fatto uno scherzo. E la fotografavamo da tutte le parti indicandoci le poco piacevoli posizioni che avevamo poco prima:
- Io ero l, cos.
- Io sotto a quelle tavole.
- Io sono passato l dentro.
- Se la trave non reggeva...!
- Schiacciati! Ah, ah!
Il gendarme non aveva aspettato la fine. Era corso verso la stazione urlando aiuto, e udivamo la sua voce che si allontanava ripetendo angosciosamente quell'urlo. Il primo pensiero di Borghese fu per l'automobile. La guard attentamente, e grid:
- Non vedo niente di grave! Guarda Ettore!
Ettore osserv:
- Mi pare salva! - e sorrise tutto contento.
Si mise subito al lavoro. Sciolse le corde del bagaglio, e trasport lontano valigie, sacchi, cuscini, tenda. La benzina colava via dalle chiusure superiori dei serbatoi - che erano diventate inferiori. Egli strinse le viti e salv quella che era rimasta. La pala s'era accartocciata come un foglio di carta; il piccone s'era spezzato; l'asta di ferro della bandiera era distorta; il cassone dei pezzi di ricambio aveva delle ammaccature a gibus; il serbatoio posteriore della benzina era pure ammaccato; le cinghie di cuoio che reggevano le gomme di ricambio erano spezzate; le tavole portate da Missowaja le trovammo ridotte a scheggie. Ma la macchina era intatta; essa aveva uno dei due lunghi ferri che sostengono il differenziale un poco piegato (s'era piegato al momento in cui l'automobile aveva battuto il "ventre" sul piano del ponte), e lievemente storto il tubo di rame nel quale circola l'acqua dai cilindri al radiatore (e quello probabilmente s'era storto sulle spalle di Borghese). Niente altro. Questa incolumit era dovuta a varie circostanze fortunate.
La caduta era stata rapida, ma non precipitosa. Noi andavamo adagio; il ponte s' sfondato per il peso, non per la velocit, il crollo del tavolato, per quanto subitaneo, ha avuto delle fasi. L'automobile ha dovuto spezzare assi e travi sprofondando, e tutto questo legname che trovava sulla sua via non la tratteneva, certo, per frenava un po' il suo impeto. Ma quel che veramente l'ha difesa  stato il carico di gomme di ricambio legate dietro. Quando, dopo essersi sollevata davanti fino a prendere una posizione verticale, s'era inabissata, essa era andata a cadere precisamente sulle gomme; s'era seduta sul caucci. Questo aveva ammortizzato il colpo. E deve essere stato un colpo formidabile, perch quei provvidenziali copertoni di ricambio rimasero perfettamente incastrati in fondo al torrente, cos incastrati che poi dovemmo scavarli fuori come da una nicchia. Una trave aveva salvato noi, ed alcune pneumatiche inoperose avevano salvato l'automobile. Se la trave era pi in l o le pneumatiche stavano da un'altra parte, la corsa era finita. Non occorre dire che noi davamo all'intervento della trave un'importanza infinitamente maggiore, e meritata.
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Non passarono molti minuti che dalla parte della stazione vedemmo arrivare di corsa della gente. Avanti a tutti il gendarme, scalmanato, ansimante, senza voce. La sua faccia s'illumin d'un sorriso di soddisfazione vedendoci salvi. Si aspettava senza dubbio chi sa quale catastrofe. Dietro a lui correva il capostazione. Il pover'uomo aveva dei rimorsi. Ci salut con effusione, quasi con riconoscenza per esserci fatti trovar vivi, e da quel momento si dedic tutto a noi: ci diede il suo lavoro, la sua intelligenza, la sua autorit; non volle lasciarci pi, e fino alla sera ci aiut, ci accompagn, ci guid. Egli aveva condotto con s la squadra d'operai che lavorava sulla linea, quella che avevamo incontrato poco prima della stazione. Erano una ventina di siberiani, grandi, forti, rudi, disciplinati, abili, una schiera caratteristica per le lunghe blouses rosse, per le grandi brache, gli alti stivali, le disordinate pettinature bionde. Avevano corde ed ascie. Il siberiano, tagliatore di foreste, abbattitore di giganti,  maestro dell'ascia. Li vedemmo subito all'opera. Fu iniziato il salvataggio della macchina.
Il capostazione dirigeva il lavoro. L'automobile fu imbracata con funi intorno al cofano del motore, e le funi tese vennero legate a dei tronchi d'albero, in modo da assicurarle l'immobilit. Poi gli operai finirono di demolire il ponte. Abbatterono tutto quel che ne era rimasto in piedi, accompagnando il lavoro col canto di languide nenie. Le travi cadevano rapidamente una dopo l'altra sotto i poderosi ed esatti colpi delle ascie, ed erano trasportate via, ammucchiate dalle parti. L'automobile si trov isolata. Allora gli uomini divisi in due schiere afferrarono due corde, una davanti e una dietro l'automobile, una per tirare, l'altra per reggere: ed al comando, tutti uniti, piano piano, riportarono la macchina sulle quattro ruote. Essa si ritrov nella sua posizione abituale, ma in fondo al torrente. Bisognava ora tirarla sulla strada. Era la seconda fase del salvataggio che cominciava. Fu trovato un mezzo ingegnoso. Dietro all'automobile, quella parte di ponte che essa aveva gi attraversato - e che era rimasta intatta - fu ridotta facilmente a piano inclinato, mediante l'abbattimento delle travi di appoggio (dei piloni, per dir cos). Dopo ci si legarono due corde alla parte posteriore dello chassis, i bravi siberiani si attaccarono alle corde, e a forza di braccia, cantando, trassero la macchina lentamente, lungo il piano inclinato fin sulla strada.
Il lavoro era durato tre ore.
Tutta quella buona gente sembrava contenta quanto noi del salvataggio, un po' per amor proprio, e un po' perch ci si affeziona sempre alle cose che ci costano fatica. S'interessava vivamente alle condizioni dell'automobile. Voleva sapere se poteva camminare, se "era viva" ancora - come diceva con pittoresca espressione. Noi eravamo ansiosi; ci struggevamo di conoscere. L'apparenza non ci aveva ingannati? La macchina era realmente illesa? Volevamo sentire subito la sua voce. Ettore dispose sul volante i tasti della carburazione e dell'accensione in "posizione di marcia" e afferr la manovella.
Non si udiva una voce. Pareva vi fosse intorno l'aspettativa d'una sentenza. La manovella gir una, due, tre volte. La macchina rimase muta. Ettore, tent ancora, inutilmente, a pi riprese. Vi mise tutta la forza, vi mise dell'ira. Il motore rest inerte. Ettore esclam:
- Forse dell'olio  entrato nei cilindri, l'accensione non funziona. Vediamo!
Apr il cofano, smont le chiusure dei cilindri, le asciug con lo straccio, asciug i "martelletti" perch l'olio, isolatore, non interrompesse la corrente elettrica, rimise ogni cosa al posto, strinse le viti, torn alla manovella.
Al secondo giro la macchina rugg. Il suo rombo consueto scoppi improvviso, alto, trionfante, facendola fremere tutta come per una poderosa impazienza. Era la risposta dell'interrogazione muta che stava in ogni pensiero. L'automobile aveva parlato. Hurrah! - gridarono i siberiani agitando i berretti.
I preparativi della partenza furono lunghi. Per rimettere la macchina in ordine Ettore ebbe bisogno di due ore. Volle esaminare minuziosamente. Intanto il capostazione offr al Principe e a me ospitalit nella sua casa - ove mi condusse passo a passo fraternamente sorreggendomi, a ragione di quelle benedette gambe disobbedienti. Ci diede del th, del latte, dello shi fumante - la ricca zuppa nazionale - ci offr dei letti. Alle due l'automobile era pronta.
Aspettammo il passaggio d'una locomotiva, segnalato telegraficamente da Missowaja. La locomotiva pass come un fulmine. Rientrammo sulla linea. Il capostazione volle accompagnarci, e lasciammo a terra il gendarme, che non sembr molto dispiacente di abbandonare l'automobilismo dopo averne conosciuto da vicino i pericoli. Il capostazione prese il posto del montatoio, il Principe si sed sulla spalliera dei sedili, Ettore guidava, io fui caricato nel seggio vicino a lui," e due dei pi forti operai si attaccarono dietro, con i piedi sulle sporgenze delle molle, afferrati alle corde del bagaglio come staffieri ai cordoni d'una carrozza di gala. Sei persone e un carico di roba sulle spalle della macchina, che non pareva accorgersene troppo. Correvamo, come al mattino, lungo i binari. Il capostazione consultava ad ogni momento l'orologio: aspettava due treni, uno da Tankoy, uno da Missowaja. Ad un passaggio al livello ci fece lasciare la ferrovia per riprendere la strada maestra. Forse voleva dimostrare la sua perfetta buona fede nel consiglio che ci aveva dato al mattino. Ai ponti gli operai scendevano e correvano a ispezionarli. Quando il loro giudizio era dubbioso, il capostazione gridava:
- Avanti! Alla massima velocit!
E ci slanciavamo con tutta la forza. Per i ponti in piano, quelli che non avevano "schiena d'asino", il consiglio era eccellente. In due, tre secondi ci trovavamo dall'altra parte, e la resistenza d'una tavola o d'una trave  in ragione inversa del tempo. Ogni parte del ponte non sopportava che per un attimo quasi incalcolabile il peso dell'automobile, e non aveva il tempo di spezzarsi. Ad ogni ponte superato, il nostro pilota esternava rumorosamente la sua soddisfazione, batteva le mani, gridava comandi entusiastici come un ufficiale sul campo di battaglia:
- Avanti! Coraggio! Forza!
Sopra un rivoletto dovemmo costruirci una passerella. Fu l'affare di cinque minuti. Udimmo passare il treno di Missowaja, e poco dopo arrivammo ad un altro incrocio a livello. Il capostazione voleva continuare a comandare la sua battaglia sulla vecchia strada, ma i due operai, mandati in esplorazione, tornarono dicendo che su quel tratto tutti i ponti pi grandi erano crollati. E ci rimettemmo a galoppare sulle traverse della linea. Tankoy si avvicinava. Ad un nuovo passaggio a livello un guardiano ci corse incontro facendo dei segnali. Raggiuntici, tutto ansante, ci grid:
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- Uscite! Viene il treno!  partito da Tankoy!
L'automobile fa per uscire, presso alla casetta cantoniera, ma in quel punto le traverse sono scoperte, le ruote incastrano, e tutti gli sforzi del motore sono impotenti a smuovere la pesante vettura. Gli uomini spingono, ma inutilmente. Bisognerebbe sollevare la macchina. Udiamo il fischio del convoglio che si avvicina, nascosto a noi da una voltata. Non c' tempo da perdere. Con delle vecchie traverse che erano ammucchiate l a fianco della linea, si cerca febbrilmente di creare alle ruote dei piccoli piani inclinati che le aiutino a saltar fuori dai loro incastri.
Il motore palpita violentemente. Intanto udiamo il rombo del convoglio e ne vediamo lontano il fumo fra gli alberi. Borghese mi grida:
- Scenda adesso, lei che non pu saltare, scenda!
Ma le gambe mi rifiutavano per il momento il loro modesto e necessario aiuto. Fortunatamente un'ultima spinta concorde e poderosa trasse l'automobile fuori dai suoi alveoli, e fuori dal pericolo. Lasciammo passare il treno - era un vilissimo treno merci, assolutamente indegno dell'onore di schiacciarci - e proseguimmo il viaggio sulla linea. Un'ora dopo giungevamo a Tankoy, tutta nuova, che offriva un panorama di tetti fiammanti. Era tardi. Il cielo s'era fatto grigio, nuvoloso ed oscuro. Faceva freddo.
La popolazione conosceva gi la nostra avventura del ponte, ed era venuta a vederci arrivare. Tutti ci salutavano gravemente. Alcuni giovani arrivarono fino all'applauso. La strada era tenuta sgombra da soldati armati di fucile. Un ufficiale di polizia si appress salutando, e consegn al Principe una carta; era il permesso formale del Governatore generale della Siberia di percorrere tutta la linea ferroviaria fino ad Irkutsk, permesso che era stato mandato telegraficamente a Missowaja per risparmiarci di aspettare la posta.
Stabilimmo il nostro quartier generale nel buffet della stazione, e avanti ad una buona e meritata bottiglia di champagne discutemmo i nostri piani. Dovevamo continuare a percorrere la strada ferrata? Ne avevamo percorsi sessanta chilometri. Il viaggio non presentava nessuna difficolt; era d'una semplicit banale. Da Tankoy non avremmo avuto pi nemmeno l'emozione del sopraggiungere dei treni, perch l'automobile sarebbe entrata ufficialmente in servizio come un convoglio facoltativo. C'informammo se fosse stato possibile riprendere da Tankoy l'antica strada maestra. Le notizie che raccogliemmo subito non ci lasciarono alcuna speranza: la strada praticamente non esisteva pi. Tutti i ponti erano distrutti. Ora, la pista ferroviaria era una facilitazione: il ferry-boat ne era un'altra. Non potendo seguire la strada maestra dovevamo ricorrere ad una delle due. Perch la linea ferroviaria piuttosto del battello? Noi eravamo arrivati all'estremo lembo del lago. Non v'erano pi avanti a noi che 40 chilometri d'acqua. Potevamo certo senza rammarico traghettare quello stretto, come avremmo traghettato un fiume. Decidemmo d'imbarcarci. Ma per prendere il battello su quel breve braccio di lago ci si presentava una grave difficolt: il porto di Tankoy  unicamente porto militare.
Da quando fu compiuta la ferrovia intorno alla riva sud del lago, i passeggeri non possono pi imbarcarsi sui grandi ferry-boats dello Stato. Sono obbligati a servirsi del treno, o di battelli privati fuori dei porti di Baikal e di Tankoy. Quella linea di navigazione, con i suoi immensi vapori taglia-ghiaccio, rimase al servizio esclusivo dell'esercito. La legge non soffre eccezioni. Navi e approdi divennero di colpo "segreto militare". Persino ai funzionari ed alle loro famiglie  negato il permesso di avvicinarli. Potevamo sperare di esserne autorizzati noi, stranieri? Tentammo: telegrafammo ancora ad Irkutsk. Avevamo un vago timore di riuscire alquanto importuni alle autorit, ma la colpa, dopo tutto, era dei ponti.
Ricevevamo molte visite di piccoli funzionari nel nostro quartier generale, gentili, servizievoli, pronti a correre per noi al telegrafo, a cercarci delle informazioni. Ci domandavano anche loro se eravamo stati mai assaliti, e alla risposta negativa mostravano una soddisfazione non esente da sorpresa. Questa domanda ci fu rinnovata ovunque, attraverso la Siberia, anche da ufficiali di polizia, anche da governatori, e tutti si stupivano che per lo meno non fossimo stati derubati dai mujik. Io credo che le classi dirigenti russe non conoscano il mujik, che ne siano cos separate da non sapere come esso vive e che cosa pensi; che abbiano di lui un concetto tradizionale, e falso. Esse ne parlano come d'un essere temibile e stupido, d'una bestia che bisogni spaventare per non esserne spaventati. Noi abbiamo avuto pi contatto col mujik di tanti funzionari che lo governano, e perci sentiamo per lui simpatia e stima. Credo anche un'altra cosa: che la Siberia sia misconosciuta nel mondo ufficiale; che se ne sappiano le cifre ma non le idee; che se ne conoscano le ricchezze inerti ma non le energie; che si confonda il siberiano di ieri con quello d'oggi, e non si preveda il siberiano del domani. La Siberia riserba delle grandi sorprese. L'asserzione dei siberiani colti che "la Siberia  la parte pi progredita dell'Impero russo" potr diventare una verit.  quello un paese che s' popolato di esiliati, cio d'intelligenti, d'emigrati, cio di gente d'iniziativa, e di cosacchi, cio di audaci. Vi sono gli elementi d'un popolo scelto. Esso accoglie macchine e idee moderne. La ferrovia transiberiana, costruita unicamente per la conquista, ideata come una strada militare, produce sul suo passaggio una lenta e inaspettata rivoluzione. Ma io divago.... torniamo nel buffet della stazione di Tankoy.
In quel buffet, ad un certo punto entr un gruppo d'una quindicina d'uomini, i quali, ad onta dei grossi cappotti del paese, degli stivali alla cosacca, dei berretti di pelo, avrebbero rivelato ad un miglio di distanza che non erano russi. Come non riconoscerne di colpo la nazionalit guardando i loro occhi neri e vivaci, le loro fisionomie espressive, le loro gesticolazioni impetuose? Ci rivolgemmo a loro con lieta meraviglia:
- Come mai qui? - chiedemmo salutandoli - Tanti italiani in quest'angolo della Transbaikalia?
- Lavoriamo in una miniera di carbone, vicino; abbiamo saputo del vostro passaggio, e siamo venuti a salutarvi. Bravi! Viva l'Italia!
Le domande e le risposte incominciarono ad incrociarsi:
- Un duro viaggio, eh?
- Venite dunque da Pechino? Io ci sono stato quando lavoravo sulla ferrovia di Pao-ting-fu.
- Conosciamo le strade cinesi ! Siamo stati un anno a far ponti sulla linea della Manciuria.
- A far ponti?
- S. Ponti ferroviari.
- Ma non lavorate in una miniera?
- Vi lavoriamo aspettando la costruzione della ferrovia dell'Amur. Pare imminente.
- La miniera  povera.
- Abbiamo lavorato anche su queste linee. Lavori in muratura.
- E tunnels.
- Ma come siete venuti a finire quaggi, nell'estrema Siberia?
- Lavorammo alla costruzione delle ferrovie rumene, poi in quelle del Caucaso, poi in quella del Turkestan, poi in Siberia, in Manciura, nella Cina centrale. A proposito, sapete nulla su quella dell'Amur?
- E non tornate in Italia?
- Certo, diamine!
- Lavoriamo per questo!
- Non ci mancherebbe altro, rimanere in Siberia!
- A farci gelare il naso.
Ci attardammo con quella moderna compagnia di franchi muratori, che gira il mondo costruendo ferrovie come sei secoli fa le sue consorelle giravano l'Europa costruendo cattedrali. Poi c'incamminammo verso il teatro per dormire.
Dormire al teatro  un'abitudine abbastanza diffusa, ma durante lo spettacolo. Per noi era un'altra cosa. Il piccolo teatro di legno di Tankoy si trovava in un periodo di riposo, e la polizia, mancando un albergo, aveva fatto mettere tre letti sul palcoscenico, destinandoli al nostro sonno. Il teatro era illuminato ad elettricit, tutto addobbato per una prossima recita di ferrovieri dilettanti. Il telone era sollevato, le batterie della ribalta c'inondavano di luce (impazzimmo poi per un'ora a cercare l'interruttore) e in mezzo a tutto quello splendore, noi tre che ci spogliavamo e ci coricavamo, sospirando e gemendo per le nostre ammaccature che doloravano ad ogni gesto, pareva che recitassimo qualche scena da pochade.
Fuori passavano e ripassavano sentinelle armate di fucile. Tankoy vigilava, come se aspettasse per quella notte un assalto di "quei di Sakhalin".
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CAPITOLO 14. NEL GOVERNATORATO D'IRKUTSK.
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Attraverso il Baikal. Sulle rive dell'Angara. Irkutsk. Campagne fiorite. Sui fiumi. I forzati. Zima. Automobili e teleghe. Le antiche stazioni di tappa. Nischne-Udinsk. Difficolt telegrafiche.
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Il permesso di traversare il lago sopra uno dei ferry-boats dello Stato ci fu concesso telegraficamente. Alle tre pomeridiane del primo luglio, c'imbarcavamo sul grande vapore taglia-ghiaccio "Baikal". Pioveva sempre. Tankoy scomparve presto nella bruma grigia. Dall'alto ponte del battello guardavamo allontanarsi e impallidire l'alta gettata fatta di travi, i fari bianchi, i grandi macchinari d'ormeggio (creati per fare dei battelli una cosa sola con la riva e riunire i binari dell'ampia stiva alla ferrovia), i tetti nuovi delle caserme e degli uffici sormontati, come da un grand'albero di nave, dall'elevata antenna di un telegrafo senza fili. Ossequienti alla legge, noi avevamo sepolto le macchine fotografiche in fondo al bagaglio. Eravamo stati avvertiti che era proibito severamente ritrarre immagini d'edifici militari, di opere portuarie, di battelli, di ponti e di lavori ferroviari, e di altre cose che tutti possono vedere. Strano paese quello, dove si proibisce la fotografia e si permettono le armi a fuoco. Vi  rimasto dopo la guerra una specie di terrore dello spionaggio. Si raccontano storie strabilianti di spie giapponesi dotate di fantastiche virt di trasformazione. E ci  avvenuto, a noi, con le nostre stature e le nostre fisionomie, d'esser presi per dei giapponesi da qualche mujik che ce lo diceva con la pi grande sincerit.
Il freddo e la pioggia ci scacciarono dal ponte. Il capitano, un gigantesco russo delle provincie baltiche, c'invit a prendere il th nel salone. Eravamo i soli passeggeri a bordo. La traversata non dur che due ore. Alle cinque ci trovavamo, sulla riva sinistra dell'Angara, ormeggiati ad un'altra gettata, vicino ad un'altra stazione ferroviaria: eravamo a Baikal. La strada per Irkutsk  alla destra del fiume; si passa da una riva all'altra su delle grandi barche da carico rimorchiate da vaporini. La nostra automobile, scesa dal ferry-boat, attravers con le sue forze i binari della stazione, pass fra depositi di carbone e di legname, e and a fermarsi, con abile manovra, a bordo d'una chiatta in partenza, mentre l'inseguiva una folla curiosa di soldati, di facchini, di mujik, di straccioni.
V'erano dei strani tipi fra quella gente, che non si poteva indovinare cosa fossero: degli accattoni con visi da gentiluomini. Uno di questi ci dava cortesemente indicazioni sulla strada:
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- Fino a Krasnojarsk, discreta; in qualche punto eccellente, come da qui a Nischne-Udinsk. Vicino a Tomsk, cattiva. Pi in l buona. Da Omsk agli Urali, quasi tutta steppa buonissima....
- Come fate a conoscerla cos bene? - gli domandammo.
- Lo conosco passo a passo, io, il "Moskowsky Trakt"! - esclam ridendo. - Passo a passo. L'ho percorso tutto a piedi!
La folla rise rumorosamente, Qualche voce afferm:
- Anche io!
- Per venir qui? - chiedemmo.
- Eh, s.... Ne avrei fatto volentieri a meno!
Le risa si rinnovarono.
- Qual' il vostro mestiere?
- Il mio mestiere? Adesso? Quel che capita. Il facchino, il tagliaboschi, il manovale ferroviario.... si mangia.
- E una volta?
- Una volta?... Non me ne ricordo pi!
E alz le spalle con quel gesto cos comune e caratteristico dei russi, che significa: Nitchev! - "Che importa!"
Erano le sei e mezza, quando approdammo a Listwinitschnoje, dall'altra parte dell'Angara, il grande emissario del lago che porta le sue acque al Jenissei dopo un corso di quasi duemila chilometri. Listwinitschnoje, nell'aria brumosa, stretta fra oscure colline boscose e il lago, distesa sulla sponda, internata in parte in una angusta valletta, con le sue piccole case di legno, ci apparve nell'insieme stranamente simile ad una citt giapponese. Eravamo sbarcati, e stavamo per partire alla volta d'Irkutsk - lontana 60 verste -, quando una giovane signora si fece largo fra la folla adunatasi intorno a noi, e ci grid:
- Ah, Messieurs, Messieurs! Vous n'allez pas repartir tout de suite!
- Mais... oui, Madame!
-  impossibile! Dovete fermarvi un'ora almeno. Un'ora soltanto, voyons!
Alla vista della bandiera essa rimase dubbiosa.
- Non siete francesi? - ci domand.
- No, signora. Siamo italiani.
- Italiani?.... Ebbene, fermatevi.... un minuto!
Essa sembrava molto rattristata dalla conoscenza della nostra nazionalit. Era una signorina francese, istitutrice in una ricca famiglia siberiana. Aspettava ansiosamente l'arrivo delle automobili francesi, con quella febbre che conosce chi vive lontano dalla patria. Cercammo di consolarla del disinganno che le avevamo involontariamente procurato - e che pareva l'addolorasse come un disastro nazionale - spiegandole che l'essere noi i primi a sbarcare a Listwintshnoje non aveva proprio niente di vittorioso. Le dicemmo quanto sapevamo dei nostri colleghi: e cio che avevano trascorso quella notte a Kabansk, villaggio situato fra Verkhne-Udinsk e Missowaja, che forse a quell'ora si trovavano gi sulla riva del lago, e che probabilmente l'indomani essa li avrebbe veduti sbarcare e incamminarsi verso Irkutsk, dove senza dubbio ci avrebbero raggiunti. Noi avevamo infatti perduto quattro giorni nei nostri tentativi di girare il lago, e da Tankoy avevamo creduto bene di avvertire telegraficamente i colleghi dell'inutilit e soprattutto dei pericoli della nostra impresa.
La signorina, rasserenata sorrise, e ci disse:
- Grazie, grazie infinite!.... Aspettate un istante.
Si allontan di corsa, e comparve con gran mazzo di fiori che ci diede esclamando:
- Li ho colti io, nella foresta. Graditeli. Ed ora buon viaggio. A rivederci!
Un minuto dopo fuggivamo sulla via d'Irkutsk, con l'automobile tutta infiorata. Ma poco lontano dal villaggio trovammo la strada chiusa da una barra, vigilata da un doganiere. A quella barra finisce il regime delle tariffe doganali di favore del quale gode la Siberia Orientale. Fummo fermati interrogati da ufficiali. Essi non avevano ricevuto l'ordine di lasciarci passare: Kiakhta non aveva loro comunicato nulla: noi non possedevamo alcun documento che provasse il nostro diritto d'esenzione. Gentilmente fummo invitati ad aspettare l'indomani per proseguire il viaggio, quando l'ufficio delle Dogane d'Irkutsk avesse fornito spiegazioni. Tutte le nostre insistenze erano inutili. L'esibizione dei passaporti lasciava la dogana di Listwintshnoje perfettamente indifferente e irremovibile. Tentammo un altro mezzo. Meraviglia! La barra si sollev, la guardia si mise sull'attenti, gli ufficiali sorrisero cerimoniosamente salutando con la mano alla visiera, e dicendo:
- Passate pure! Buon viaggio!
Che cosa era successo? Silenziosamente Borghese aveva mostrato due carte, le due carte magiche: la lettera del Ministro dell'Interno e quella del Direttore della Polizia. Non ci facemmo ripetere due volte l'invito, per paura d'un pentimento, e filammo a tutta velocit.
La strada era buona. Ce lo aveva detto il comandante del rimorchiatore:
- Su quella strada passano tutti i giorni dei funzionari che vengono da Irkutsk a Listwin per gli affari del porto e della dogana. Dove passano i funzionari la strada e sempre ben tenuta!
Correvamo sulla verde riva dell'Angara, le cui acque impetuose hanno in vicinanza, del Balkal due virt insolite nei fiumi siberiani: non gelano mai, e si mantengono estate e inverno ad una temperatura costante di quattro gradi. Andavamo velocemente, ma fummo fermati da un incidente poco piacevole. Durante una discesa, Ettore osserv:
- Sento che la macchina fatica.
- Possibile! - esclam il Principe - La strada scende e dovremmo andare senza motore.
- Credo che il freno si sia stretto.
- Ferma! Guardiamo.
Altro che stretto! Ci trovammo circondati da una nube di fumo e da una puzza d'olio cotto. Il grasso del freno bruciava e le fiamme investivano il macchinario dei cambi di velocit. Dovevamo forse l'inconveniente a qualche guasto prodotto dalla caduta. Il freno a pedale - che con un sistema analogo al Westinghouse funziona potentemente sul cardno - non ubbidiva pi bene, rimaneva serrato, e per l'attrito sviluppava tanto calore da incendiare le materie lubrificanti. Per fortuna v'era acqua nei fossati e anche nelle pozze della strada, e potemmo spegnere subito il fuoco. Allentato il freno, partimmo. Pioveva sempre, e, come sulla strada di Missowaja, ci andavamo ricoprendo di fango. Il giorno declinava lentamente. Alle nove v'era nel cielo quello strano chiarore delle sere boreali, che sembrano senza fine, crepuscoli lunghi e tristi, vere agonie del giorno. Un'ora dopo potevamo ancora scorgere la strada che si stendeva fra grandi ombre d'alberi. Sopra una ripida salita l'automobile si ferm. Eravamo a sei verste da Irkutsk della quale vedevamo lontano dei lumi, un punteggiamento indistinto nella notte.
Una fangaia profonda ci tratteneva. Tornammo indietro, provammo in pi modi a superare quel passo, sforzammo il motore, cercammo di camminare a zig-zag, ma inutilmente. La vettura scivolava, come in quella salita incontrata vicino a Verkhne-Udinsk. Da mezz'ora ci accanivamo in quel lavoro, quando intravvedemmo delle vetture che camminavano sopra l'alta banchina fiancheggiante la strada. Vedevamo le teste dei cavalli e i duga profilarsi nel cielo. Erano molte vetture, che si fermarono. Fra lo strepito del motore udimmo delle voci chiamare; chiamavano per nome:
- Kniatz Borghese! Kniatz Borghese!
- Chi ? - chiese il Principe.
- Non si passa sulla strada! Ridiscendete fino in fondo, e dirigete la macchina sulla banchina. Nella strada s'affonda!
- Grazie. Chi siete?
- Siamo d'Irkutsk. Veniamo incontro a voi.
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Poco dopo stringevamo delle mani, nella penombra, e ascoltavamo le pi cordiali espressioni di benvenuto. Un signore s'offr come pilota, e s'insedi con noi. Il pilota si chiamava Radionoff, era uno dei pi ricchi mercanti d'Irkutsk, proprietario di battelli a vapore sul Baikal e sull'Angara, ed uno dei membri pi entusiasti del Comitato russo della Pechino-Parigi. Ci condusse ad Irkutsk, e poi attraverso le vie deserte della citt, sul fango delle quali tremava il riflesso dei rari fanali, fino ad un recinto bianco con un cancello verde; e chiam qualcuno. Comparve un colosso che spalanc il cancello. Entrammo in una specie di giardino, intravvedemmo degli alberi, ci fermammo avanti ad una bella casa bianca dalle finestre illuminate che gettavano il loro chiarore sulle fronde. E, come nei romanzi, il signor Radionoff scendendo esclam:
-  qui.
- Dove siamo?
- In casa mia, cio in casa vostra. Il bagno  pronto. Le vostre camere sono in ordine. Il pranzo sta cuocendosi.
Ricevemmo in quella casa bianca un'accoglienza sontuosa e cordiale, l'ospitalit piena e franca di chi offre tutto quello che pu e l'offre volentieri. A mezzanotte arrivarono degli amici per quel pranzo che stava cuocendosi. L'ora potr sembrare poco adatta a chi non conosce l'estate russa, implacabile stagione di luce nella quale alle undici di sera non  ancora notte e alle due del mattino  gi giorno. Vennero degli ufficiali, dei commercianti, dei funzionari. E ci trovammo fra loro come se ci fossimo conosciuti sempre. Vi  qualche cosa nel carattere slavo che lo fa somigliare al carattere latino: l'affidabilit espansiva e la confidenza generosa.
A Irkutsk trascorremmo un incantevole periodo di riposo. Veramente la parola "riposo"  esagerata; ma riposarsi spesso soltanto vuol dire cambiar lavoro. Correvamo Irkutsk in lungo e largo, per le grandi strade dall'acciottolato gibboso, fiancheggiate da palazzoni malinconici e presuntuosi, per le immense piazze impaludate dal fango, per i quartieri dei mercati, tutti di legno come enormi baraccamenti d'una fiera perpetua; andavamo da una banca a un magazzino, da un magazzino al telegrafo, dal telegrafo ad un ufficio governativo; avevamo informazioni da chiedere, conti da regolare, cento cose da acquistare per rifornire il nostro guardaroba che l'olio della macchina aveva rovinato. Guardavamo con curiosit il movimento di quella citt che si d l'aria d'una capitale, e che lo  un poco. Essa governa un paese grande venti volte la Francia; domina popolazioni di tutte le razze; per le sue vie, nella folla slava s'incontrano buriati che vengono dalla Transbaikalia, kirghisi che vengono dalle steppe, tungusi scesi dalle tundre, e circassi, e tartari, e armeni, e ebrei. E una citt occidentale e orientale nello stesso tempo, nella quale gli affari arrivano presto e le mode tardi; in essa si ritrovano intatti dei costumi dell'antica Russia conservati da uomini dalle audacie nuove.
L'associazione dei ciclisti volle riceverci nel suo velodromo, al di l dell'Angara, dove arrivammo dopo aver attraversato uno dei pi grandi ponti di barche che esistano al mondo. La pioggia e il freddo guastarono la festa ma non intepidirono l'ospitale entusiasmo. Le bandiere e gli stendardi profusi in nostro onore si affloscivano melanconicamente sotto l'acqua gelida, ma per contrapposto all'acqua esterna scorrevano vini generosi in tutte le gole e gli animi s'illuminavano e si scaldavano del pi bel sole spirituale. Dei valorosi trovarono il coraggio per montare in bicicletta e svolgere un programma di corse che seguimmo con intenso interesse, mentre una musica militare faceva echeggiare fino alle lontane rive del fiume le pi accese melodie guerresche. E alla notte eravamo ancora per la citt. Siamo stati condotti al teatro prima, al caf-chantant poi (lo spettacolo dei cafs-chantants in Russia non incomincia che dopo la mezzanotte), e quindi a cena, perch cos vuole l'uso - e "paese che vai usanza che trovi". E dopo aver gustato dei gamberi venuti da Mosca e del caviale arrivato da Kazan, siamo stati condotti in un altro caf-concert ad udire dei cori russi, le famose canzoni dell'Ukrania, che vi si eseguiscono sur commande. Finiti i cori, perch non comandare anche delle danze della Piccola Russia? Assistemmo alle danze. Il giorno era chiaro quando ci fu offerto il "bicchiere della staffa", cos detto forse perch  precisamente quello che fa perdere le staffe. Tornammo a casa in iswoshchik, all'alba del 3 Luglio, mentre la citt cominciava a svegliarsi. Il nostro "riposo" d'Irkutsk finiva.
Poche ore dopo, alle undici del mattino, lasciavamo Irkutsk circondati da una scorta d'onore di ciclisti. L'automobile s'era rifornita di benzina e di lubrificanti, e s'era trasformata con una minuziosa toilette esterna. Ettore l'aveva lavata al potente getto d'una pompa da incendi, e tutti i fanghi della Cina, della Mongolia e della Transbaikalia erano caduti sotto a quell'impetuoso torrente d'acqua. Ma l'automobile anche lavata, non aveva riacquistato il suo colore primitivo; le intemperie le avevano dato una fosca tinta; come noi essa aveva mutato di pelle; si era fatta opaca, rozza, mostrava a nudo le ammaccature e le screpolature; era pi brutta, ma sembrava pi forte. Per abbellirla Borghese fece chiamare un pittore da insegne e gli ordin di dipingere sui fianchi della macchina due grandi scritte bianche: PECHINO-PARIGI. L'iscrizione sfortunatamente aveva l'aria d'una ditta da bottega: era meglio l'automobile sporca. A Irkutsk ci disfacemmo d'una parte del bagaglio, e fu sgombrato e reso abitabile il terzo sedile, quello posteriore, destinato a me. Ma fu occupato dal signor Radionoff che desiderava accompagnarci per un pezzo di strada. Egli vi penetr (la manovra non era facile poich bisognava scavalcare i serbatoi) stringendosi al fianco un grosso pacco incartato che scoprimmo poi contenere dei viveri. Il nostro amico aveva visto avvicinarsi il mezzogiorno, e non aveva come noi l'abitudine di dimenticare la colazione.
Prima della partenza un telegramma da Missowaja ci port le ultime notizie delle altre automobili. Esse erano giunte a Missowaja il giorno prima, e a quella stazione avevano preso il treno direttamente per Irkutsk.
Attraversammo il gran ponte di barche, superammo un paio di verste per terreni vaghi nei quali l'automobile minacci pi volte di affondare - in vicinanza delle citt siberiane la viabilit  sempre orribile - e verso mezzogiorno arrivavamo al principio della strada buona nella quale tutti i ciclisti, e tutte le iswoshchik che portavano i nostri compagni di "riposo", ci avevano vergognosamente preceduto. Ci scambiammo dei saluti, scoppiarono degli hurrah!, e tutti i berretti si agitarono in aria mentre la nostra macchina si slanciava velocemente lontano.
Se il freddo non fosse stato troppo pungente, un freddo straordinario anche per la Siberia in estate, avremmo trovato deliziosa quella nuova fase del nostro viaggio. La strada ci permetteva di mantenere una velocit media di trenta chilometri all'ora. Costeggiavamo la riva sinistra dell'Angara, maestoso, dalle acque purissime e veloci. Irkutsk spariva a poco a poco nell'ampia vallata ubertosa, e finimmo per non vederne pi che le chiese, grandi e numerose: una folla di cupole, di cuspidi, di pinnacoli, che rimanevano ancora a biancheggiare nella verde lontananza quando le abitazioni cittadine erano gi scomparse.
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Il paesaggio acquistava al nostro sguardo una linea pi dolce. La campagna scendeva piano piano con il discendere dell'Angara. Le brusche montuosit che circondano il lago Baikal declinavano in ondeggiamenti sempre pi lievi; si sentiva che andavano a spegnersi nelle pianure sconfinate della Siberia centrale. Lasciavamo dietro di noi le ripide montagne che si accavallano all'orizzonte simili a grandi marosi immobili, ed avevamo - come quando ci avvicinavamo alla Mongolia - l'impressione d'una tempesta che si andasse calmando. La strada cominciava ad avere lunghi tratti piani e dritti, nei quali potevamo fuggire alla velocit di 40 e anche di 50 chilometri, fra praterie verdi e folte, screziate e striate da fioriture gialle e bianche, costellate dagli stessi vividi fiori delle Alpi, e popolate da mandrie di buoi e di cavalli vigilate da mandriani dalla tunica asiatica e dal berretto di pelo da cosacco. La pastorizia  laggi ancora l'occupazione esclusiva dei semibarbari, di meticci che hanno un po' dello slavo e un po' del mongolo.
Il signor Radionoff, che per la prima volta s'iniziava alle vertiginose delizie della velocit, mandava gridi di meraviglia, d'entusiasmo e di piacere. Ad ogni volata ripeteva ferventemente il proposito di acquistare un'automobile. La voleva subito; l'avrebbe ordinata appena tornato a casa; avrebbe telegrafato; intendeva averla come la nostra, precisa. Dopo un po' il suo entusiasmo si calm; il nostro ottimo compagno s'era fatto taciturno: aveva aperto il pacco della colazione. Senza dir niente ci passava dei cibi; vedevamo comparirci vicino al viso la sua mano con un enorme sandwich, che afferravamo facendo un cenno di ringraziamento e divoravamo; appena il sandwich era sparito, ricompariva la mano con una nuova porzione. Pareva la mano della Provvidenza. Le sue provviste dovevano essere inesauribili, poich fin prima il nostro appetito di loro.
Passavamo per numerosi villaggi, cinti dalle loro staccionate, con i cancelli che barravano la strada. Al di sopra dei tetti di legno si levavano le sottili aste dei pozzi, tutte eguali, alte, inclinate; si sarebbero dette delle lunghe lance lasciate fuori dagli usci troppo piccoli. Alcuni di quei villaggi erano cosacchi: sulle case sventolavano piccole bandiere rosse o bianche con dei numeri. Ogni finestra aveva i suoi fiori: le nere isbe se ne erano ornate per festeggiare la breve primavera. Il siberiano adora i fiori, e, per quanto povera, la sua casa ha sempre dei vasi di gerani, di garofani, di oleandri, che prosperano al calore della stufa. Il fiore rallegra la nudit dell'isba.  amato perch raro, ed anche perch quelle piante che bisogna curare tengono compagnia nei lunghi, silenziosi e bianchi mesi dell'inverno, quando il freddo e la neve interrompono ogni lavoro e bloccano gli abitanti nelle loro case. Il mujik pone una cura costante all'abbellimento della sua abitazione; distende rozzi tappeti sul pavimento, riempie le pareti di vivaci immagini, d'iconi, di ritratti imperiali, dispone tutto con ordine; il samovar lucido  posto sopra un tavolo vicino ad una finestra perch sia veduto dalla strada; intorno al samovar i bicchieri e i piattini; sopra un mobile d'onore tutte le cose preziose della famiglia, tazze di porcellana, piatti dipinti che servirono alle nozze, una lampada votiva sempre accesa: alle finestre cortine di percalle. Vi  in quelle case un senso d'intimit raccolta e contenta, che non esiste in paesi ove nella casa non si vive molto perch il sole  caldo anche nell'inverno, l'aria  dolce, e si sta bene all'aperto.
Siamo arrivati sulla riva destra d'un fiume, il Suchuja.  un fiume doppio, diviso da una lista di terra nel mezzo: una met si passa a guado, l'altra met in battello. Molti fiumi siberiani hanno cos una parte profonda e una parte bassa; sono insidiosi da un lato e benigni dall'altro. Alcuni di questi hanno un ponte per traversare la zona migliore e una barca per traversare il resto, nel quale si adunano tutte le furie e tutti i pericoli della corrente. Un ponte intero non resisterebbe alle piene. Un grande battello ci ha tragittato. Non  stato facile portarvi l'automobile; abbiamo dovuto rinforzare la passerella sulla quale Ettore ha spinto la macchina velocemente con la sicurezza e l'esattezza dimostrata gi sulla Selenga. Poi abbiamo finito col far pratica di questi imbarchi. Traversammo su battelli, qualcuno vecchio e sbilenco, una quantit d'altri fiumi, grandi e piccoli, l'Ospin, il Bjelaja, il Salarin, l'Oka, portanti le loro acque ad ingrossare l'Angara nel suo cammino verso il Jenissei.
Sui barconi, insieme all'automobile, tragittavano teleghe provenienti dai mercati vicini, e ci trovavamo in mezzo alla caratteristica folla dei campagnoli siberiani, che ci salutavano rispettosamente e scambiavano fra loro strane osservazioni. Fu sopra uno di quei battelli che ci sentimmo domandare se eravamo giapponesi. L'uomo che aveva espresso questo sospetto sulla nostra origine, spieg:
- Credevo foste giapponesi, perch queste macchine in Russia non ci sono, e voi venite da quella parte. - E accenn l'oriente; poi aggiunse: - Dicono che i giapponesi abbiano tutte le macchine che sono state inventate.
Sull'Oka, un vecchio mujik mormor al barcaiuolo:
- Riavremo presto la guerra!
- Perch, padrino?
- Ecco che ispezionano il paese! - e accennava a noi, scuotendo il capo pensosamente.
Che cosa avr mai egli imaginato del nostro essere e del nostro viaggio? E chi sa che opinione si facevano dell'automobile tutti i pacifici abitanti dei villaggi. Alcuni esprimevano una meraviglia intensa, rimanevano storditi, si lasciavano cadere gli attrezzi del lavoro dalle mani. Altri accorrevano lietamente come al passaggio d'un innocuo fenomeno o d'una troupe di giocolieri ambulanti sulla loro roulotte. Qualcuno fuggiva. Le donne spesso ridevano da tenersi i fianchi, come avevano riso i mongoli presso Urga - il che potrebbe dimostrare che la donna  vagamente pi barbara dell'uomo, che essa ha un'anima ancora un po' selvaggia. Ma quando ci fermavamo, tutti si avvicinavano rassicurati, e un minuto dopo trattavano noi e l'automobile con la pi amichevole familiarit. I giovani ammiravano e facevano sensate domande sulla velocit e sulla forza della macchina.
Pi volte trovammo la strada interrotta dai lavori della ferrovia. Si sta facendo un secondo binario della transiberiana: meglio ancora, si sta facendo una seconda linea transiberiana, della quale, probabilmente, chi viaggia in treno non si accorge. Perch  una linea che ha un tracciato a s, che si svolge indipendentemente dall'altra, che funzioner per suo conto, raddoppiando i vantaggi della transiberiana ed evitando gli inconvenienti di un doppio binario. Se un ponte croller, rimarr intatto un altro ponte; nulla potr interrompere interamente il servizio. La nuova linea avr le sue stazioni, il suo telegrafo, le sue cantoniere. Ad un certo punto abbiamo veduto uno spettacolo che ci lasci una impressione sinistra.
Sopra una banchina della nuova ferrovia lavoravano centinaia d'uomini in uniforme grigia. Li scambiammo per soldati. Credevamo di riconoscere nella loro la nuova uniforme di guerra. Ma appressandoci ci siamo accorti che ognuno aveva una catena dalla cintura al piede. Delle sentinelle, armate di fucile con la baionetta in canna, il cappotto gettato sulle spalle, una sigaretta alle labbra, vigilavano intorno. Quando passammo vicino, gli uomini grigi sospesero il lavoro, e si sollevarono tutti per guardarci, silenziosamente; poi salutarono togliendosi il berretto. Avevano la testa rasata a met, come una parrucca da clown, orrenda e grottesca. Provammo un senso di gelo nell'anima come ad una rivelazione triste, e mormorammo:
- I forzati!
Essi ci guardavano sempre. Eravamo lontani e ci guardavano ancora. Ci sentivamo inseguiti dalla loro attenzione fervida e silenziosa. Nelle loro immaginazioni noi rappresentavamo la fuga. Ricordavamo le terribili pagine di Dostoewsky sulla "Casa dei morti". Chi sa quale grande avvenimento rappresentava il nostro passaggio nella vita atrocemente eguale di quell'armento d'uomini cancellati dalla societ, e che si chiamano con dei numeri.
Arrivammo alle sette della sera a Zima, con un tempo piovoso. Avevamo percorso 225 chilometri. Nel buffet della vicina stazione ferroviaria riuscimmo ad ottenere un borsh condito con panna acida e delle cotolette che dichiarammo insuperabili. Trovammo il nostro deposito di benzina e d'olio nella casa d'un mercante ebreo - agente della ditta Nobel - presso il quale passammo la notte.
Zima in russo significa inverno. Per conto nostro trovammo il nome deplorevolmente bene appropriato. A Zima il freddo era quasi insopportabile, e ci dicevamo scherzando:
- Verr il mese di luglio!
Il curioso  che il mercante nostro ospite ci assicurava che fino a due giorni prima aveva fatto un caldo soffocante. Pareva proprio che il freddo volesse accompagnarci apposta attraverso la Siberia, per fare gli onori di casa.
Alle quattro del mattino eravamo gi in marcia. Naturalmente il cielo era coperto, l'aria umida e gelida. Le pellicce non bastavano a ripararci, e ad esse avevamo aggiunto cappotti e impermeabili; eravamo gonfi come eschimesi. Da qualche giorno si verificava questo dispettoso fenomeno meteorologico: alla notte il tempo si rasserenava completamente; partivamo con la pi bella alba del mondo; al levar del sole un po' di nebbia si mostrava a ponente, sorgeva, si faceva nuvola, ingigantiva, invadeva tutto, e incominciava a piovere. La trasformazione si operava in mezz'ora. Il cielo si spogliava di notte e si copriva di giorno, con una costumatezza eccessiva. Regolarmente l'occidente ci mandava incontro un temporale quotidiano. Era cos che ci accoglieva. Ettore, il quale all'alba era sempre il pi convinto che avremmo avuto "una splendida giornata", non sapeva darsi pace del cambiamento; esclamava ogni tanto, indicando il ponente:
- Ma che , la miniera delle nuvole? Non finiranno mai? - e concludeva melanconicamente: - Che paesi!
Incontravamo molti villaggi, e le strade erano abbastanza frequentate. Dovevamo star molto attenti ai capricci dei cavalli per non provocare disgrazie. La meraviglia paralizzava i loro guidatori. Avvenivano delle scene d'una comicit irresistibile. Un cavallo attaccato ad una telega, atterrito dalla presenza dell'automobile - che pure andava a passo d'uomo, come sempre quando incontravamo dei cavalli - s'impenn, rovesci la telega, rivers in terra il carico e il mujik che guidava, e si diede alla fuga. Il brav'uomo, trovatosi involontariamente seduto al suolo, continu a guardarci sorridendo come ci guardava prima della caduta, senza un pensiero per il suo carro e per la sua bestia, con l'aria di non essersi nullamente accorto del repentino mutamento di posizione, assorto, affascinato, e ci salut quando gli fummo vicino:
- Salute! Da dove venite?
- Da Pechino.
Giunse le mani ed ammir con la bocca aperta. Un contadino a cavallo fu preso dal ridere alla nostra vista; improvvisamente la sua cavalcatura atterrita, fece un voltafaccia, lo sbalz di sella; egli si rialz ridendo sempre e ci disse, tutto contento:
- Ah, va meglio un carro senza cavallo, che un cavallo senza carro! Ah, ah, ah!
Dobbiamo confessare che, con tutte le nostre cautele, la quantit di teleghe rovesciate era esorbitante. I cavalli avevano paura anche se l'automobile stava ferma; vedevano in essa chi sa quale belva divoratrice. E le teleghe, vetture strette per passare per tutto, alte per guadare, e leggiere per non affondare nel fango, hanno tutti i requisiti necessari per rovesciarsi con la massima facilit. Per di pi i cavalli di contadini in Siberia non hanno morso; portano soltanto una sottile capezza. Aggiungete a tutto questo la stupefazione degli uomini. Essi si preoccupavano di una cosa sola: di capire che diamine fosse quel grosso mostro grigio oscillante e sobbalzante sulla strada. Non udivano niente, n avvertimenti, n consigli, e molto spesso dovevamo fermare, scendere, prendere i loro cavalli per la capezza, e condurli lontano.
Incontrammo una diligenza postale - un grosso tarantas - nella quale tutti, passeggieri e cocchiere, dormivano profondamente. I tre cavalli, spaventati, si trovarono d'accordo in una decisione prudente: quella di tornare indietro. Nessuno si svegli. Sorpassammo il tarantas senza inconvenienti, e dopo vari chilometri, dalla vetta d'una collina, lo rivedemmo lontano, dietro a noi, che continuava a rifare tranquillamente trotterellando la strada gi fatta; e non potemmo trattenerci dal ridere pensando alla sorpresa dei passeggieri e di quel cocchiere risvegliandosi dopo tanto cammino alla stessa stazione di posta dalla quale erano probabilmente partiti.
Spesso delle grandi mandrie di buoi o di cavalli riempivano la strada, e dovevamo aspettare che tutti gli animali passassero uno per uno, diffidenti, paurosi, restii, spinti dal pungolo dei mandriani galoppanti qua e l per rimbrancare le bestie che fuggivano. Non mancava variet al nostro cammino. Per molti chilometri ci trovavamo fra boscaglie deserte, odoranti di resina. Ci sembrava di passare nel viale d'un immenso parco; tutto era in fiore, e i prati e le radure avevano ombre silenziose e invitanti. Quando vedevamo da lungi una valletta eravamo sicuri di trovarvi un villaggio.
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I villaggi si rifugiano nelle valli per ripararsi dai venti impetuosi che soffiano dalle glaciali pianure del tundre al nord, e per avere dell'acqua. Le isbe si adunano in riva a limpidi ruscelli, sui cui bordi schiamazzano enormi branchi d'oche, destinate ad essere spedite gelate ai grandi mercati invernali della Russia. All'ingresso e all'uscita dell'abitato si leva un palo dipinto a striscie bianche e nere, e sul palo  inchiodata una tabella che porta scritto il nome del villaggio, la distanza del villaggio vicino, il numero dei focolari e degli abitanti: insomma un vero estratto di statistica per comodo dei funzionari che passano a raccogliere tasse o soldati. Una tabella indica la casa dello Starosta, un'altra la Zemstwoskaya Dom, cio l'abitazione dove i funzionari in viaggio hanno diritto di alloggio. Vi  un'aria di militarizzazione in tutto ci; pare che le case stesse siano arreggimentate, contate, messe in rango, e che, come le tende d'un accampamento, debbano trovarsi pronte a spostarsi e andare altrove al primo comando superiore. Si direbbe che non la necessit le abbia fatte sorgere, ma un ordine. I villaggi si trovano a distanze quasi eguali - da venti a venti verste - e danno l'idea di grandi corpi di guardia disposti sul Moskowsky Trakt. Prima di essere villaggi sono stati infatti delle tappe.
Fino a pochi anni fa, fino a che la ferrovia non ha attraversato la Siberia, essi segnavano le giornate di marcia dei convogli d'esiliati e di deportati, che ora il treno trasporta in vagoni carcerari dai finestrini ferriati. E ad una estremit d'ogni villaggio v' ancora la stazione di tappa degli espatriati.  un grande edificio di legno, basso, quadrato, dalle finestre inaccessibili munite di solide inferriate, adiacente ad una corte chiusa da un recinto: nel recinto pochi edifici comuni, una scuderia forse, un ufficio, un dormitorio per i soldati; intorno delle garitte per le sentinelle. Ma ora le porte sono barrate con tavole; nessuno pu varcarle, tutto decade, i tetti si sfondano, le garitte pencolano, le pareti si piegano infradiciando. Questi edifici vuoti e sfasciati fanno un effetto lugubre, come case hantes. Sembrano non soltanto abbandonati, ma fuggiti. Non  possibile guardarli con indifferenza. Sono sorti per albergare il dolore, e si pensa se di tutte le sofferenze e le angoscie che per tanti anni sono passate fra quelle pareti non sia rimasto niente, se quel senso di tristezza e di ripugnanza che si prova passandovi vicino non venga da qualche cosa di vivo e di accorato che  nell'aria, da una misteriosa emanazione di pianto, da un'eco indefinibile di voci disperate che le cose ripetono e l'anima sente.
Ogni villaggio, avendo un fiumicello, ci offriva un ponte da passare, e naturalmente un ponte di legno. Dopo la nostra caduta, avevamo per i ponti in genere una diffidenza rispettosa. Cercavamo di passarli alla maggiore velocit possibile, non tanto per il timore di vederceli crollare, quanto per evitare lo scricchiolo delle tavole. Ci era rimasta una invincibile antipatia per il rumore del legno che si rompe; era un senso tutto fisico, un vivido richiamo alla memoria istintiva. Lo scricchiolare di un pezzo di legno sotto alle ruote aveva la potenza d'un segnale d'allarme; il pensiero poteva essere altrove, e continuare anche ad essere altrove, ma il corpo trasaliva e si metteva in guardia. E sui ponti, specialmente sui grandi ponti - quelli alti, scavalcanti burroni profondi, fiumi rapidi, precipizi - provavamo una curiosa soddisfazione, un piacere negativo, per dir cos, che non mancavamo mai di constatare con qualche osservazione quasi involontaria: il piacere di non precipitare. Ci dicevamo:
- Se si sfasciasse questo ponte!
- Non la racconteremmo pi.
- Ci troverebbero a pezzi.
E sembravamo tutti contenti di non essere laggi, nel fondo che vedevamo sporgendoci a guardare al di sopra del parapetto per una invincibile attrazione, contenti soprattutto di non esservi a pezzi.
Verso le due e mezza del pomeriggio del 4 Luglio arrivavamo a Nischne-Udinsk, a circa 500 chilometri da Irkutsk. Fummo ricevuti dalla Polizia che ci aveva preparato un alloggio nel suo stesso ufficio.  inutile, certi onori non toccano che ai grandi uomini e ai delinquenti. Un gendarme ci fece il th, un gendarme ci prepar i letti, un gendarme ci cucin il pranzo. Era la forza addomesticata. Pensate, comandare un menu ad un gorodovoi sull'attenti! Lo straordinario  che il pranzo riusc eccellente.
Mentre il Principe riceveva il comandante della Polizia e gli ufficiali, mentre Ettore, che aveva trovato pronto il deposito di combustibile e di lubrificante, nettava e nutriva la macchina, io sostenevo una lotta epica con l'ufficio telegrafico di Nischne-Udinsk, per riuscire a trasmettere il mio resoconto. Dopo i telegrafisti fumatori d'oppio di Hsin-wa-fu, non avevo pi trovato un ufficio pi singolare. Alla presentazione del dispaccio l'impiegato mi chiese:
- Che lingua  questa?
- Italiano - risposi.
- Non trasmettiamo l'italiano.
- Dovete trasmetterlo in forza delle convenzioni intemazionali.
- Ma chi ci assicura che  italiano?
- Io.
- Non basta.
La pazienza stava per isfuggirmi, ma riuscii a riacciuffarla, e osservai con calma:
- Fate leggere il dispaccio a chi pu capirlo.
- Nessuno pu capirlo qui.
- Insomma! - gridai - volete o no trasmetterlo?
- Lo trasmettiamo come dispaccio scritto in codice.
- E sia.
- Le parole che hanno pi di dieci lettere sono tassate doppie.
- E sia.
- Favoriteci il cifrario e la traduzione in lingua russa. Cos vuole la legge per i telegrammi cifrati e in codice.
Era troppo. Andai in cerca di aiuti, e trovai il signor Radionoff, il nostro buon compagno di viaggio, che partito con noi per accompagnarci fuori d'Irkutsk mostrava un'apparente intenzione di non abbandonarci pi. Lo trascinai al telegrafo, lo infiammai della mia esasperazione, perorammo in due, ma inutilmente. Allora ebbi una buona idea; presi un modulo, lo riempii di una protesta indignata e la feci telegrafare d'urgenza al Direttore generale dei telegrafi della Siberia a Irkutsk. Un'ora dopo la lingua italiana era ufficialmente riconosciuta a Nischne-Udinsk. Ma rimpiangevo di cuore, come giornalista, quei piccoli cinesi isolati nei lontani uffici di fango del deserto di Gobi, quei bravi telegrafisti dal codino i quali dovevano mettere in testa al mio dispaccio il N. 1, e lo spedivano senza un errore e senza un ritardo attraverso a tutti i cavi dell'Oriente.
Alla sera tardi l'amico Radionoff prese la risoluzione di abbandonarci. Il vento e gli spruzzi di fango gli avevano procurato una improvvisa flussione d'occhi, la quale non gli permetteva pi di apprezzare i piaceri d'un prolungato automobilismo. Ci accomiatammo con un certo rimpianto da questo ospite squisito. Voleva prendere un treno della notte per Irkutsk, Nel salutarmi mi disse con aria di confidenza e di soddisfazione:
- Sapete, anche io sono un po' giornalista!
- Davvero?
- S. Oggi ho mandato un dispaccio ai giornali d'Irkutsk. Eccolo: "Sopra automobile Borghese giungemmo Nischne-Udinsk ore 2.35 viaggio splendido".
- E basta?
- Oh, no! C'era anche la firma.
...
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...
FINE Parte 2.